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	<title>Altriabusi &#187; Recensioni</title>
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	<description>Letteratura e attualità</description>
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		<title>Aldo Busi su &#8220;Adam Bede&#8221; di George Eliot</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 17:26:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Altriabusi.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[SMS]]></category>
		<category><![CDATA[Adam Bede]]></category>
		<category><![CDATA[George Eliot]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo:
E&#8217; da poco stato pubblicato in Italiano per la prima volta in edizione integrale (pagg. 621) da Castelvecchi Adam Bede (1859, la cui ambientazione, rurale, si svolge nel 1799) di George Eliot (nome d&#8217;arte di Mary Ann Evans, 1819-1880), capolavoro che tanto avrei voluto far tradurre io quindici anni fa, quando presso la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo</em>:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E&#8217; da poco stato pubblicato in Italiano per la prima volta in edizione integrale (pagg. 621) da Castelvecchi <em>Adam Bede</em> (1859, la cui ambientazione, rurale, si svolge nel 1799) di George Eliot (nome d&#8217;arte di Mary Ann Evans, 1819-1880), capolavoro che tanto avrei voluto far tradurre io quindici anni fa, quando presso la Frassinelli dirigevo la collana &#8220;I classici classici&#8221;, ma al quale rinunciai per aver già tirato abbastanza la corda con l&#8217;editore (<em>Pamela</em> e <em>Clarissa</em> di Richardson, <em>L&#8217;età della stupidera</em> e <em>Setteformaggi</em> di Jean Paul, <em>Daniel Deronda</em> della stessa Eliot&#8230;). E&#8217; fuori discussione che il romanzo, come tutte le cose davvero perfette che suscitano un desiderio senza frustrarlo subito, presenta delle crepe e delle invadenze autoriali insopportabili tanto sono moraleggianti e fuori contesto, e che la storia ha il fascino delle trame prevedibili già tutte in filigrana sulla pregressa pagina scritta, ma nessun lettore potrebbe mai immaginarsi che il punto di massimo splendore e benefico shock non risiede in qualche dipanamento degli intrecci tra i personaggi, bensì in dieci pagine e mezza di critica sociale e di sociologia della letteratura e di critica alla critica che contempla degni di memoria e quindi di scrittura solo grandi ideali, grandi sermoni, grandi eventi, grandi prospettive, grandi eroi (&#8221; &#8230;se volete conservare una minima fiducia nell&#8217;eroismo umano non fate mai un pellegrinaggio per andare a trovare l&#8217;eroe.&#8221;). Sono pagine mirabili che nemmeno un borghese colto e ben disposto come Karl Max avrebbe mai potuto concepire, ci voleva uno Scrittore, che di per sé è sempre l&#8217;antitesi del populismo (&#8221;&#8230; il modo in cui sono arrivato alla conclusione che la natura umana è amabile &#8211; il modo in cui ho imparato qualcosa della sua profonda intensità e dei suoi misteri sublimi &#8211; è stato vivendo a stretto contatto con persone più o meno comuni e volgari, delle quali probabilmente non avrete mai sentito nulla di sorprendente se avete chiesto di loro nei luoghi in cui abitano.&#8221;).</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Siccome i libri vanno comprati e non spulciati in libreria e rimessi giù una volta soddisfatta una curiosità, non vi dirò altro, a parte passare alla cassa e leggerlo tutto con comodo.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #888888;">Aldo Busi</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.altriabusi.it/wp-content/uploads/Adam-Bede-di-George-Eliot.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3529" title="Cover Adam Bede" src="http://www.altriabusi.it/wp-content/uploads/Adam-Bede-di-George-Eliot-206x300.jpg" alt="Cover Adam Bede" width="206" height="300" /></a></p>
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		<title>Il fascista arrivato e i suoi festini funebri</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 08:20:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Danilo Biffi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>

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		<description><![CDATA[Adesso che, sgonfiatasi l&#8217;euforia post referendum, la stampa può tornare a occuparsi dell&#8217;argomento che la alletta di più, i trastulli da alcova del capo del Governo, ci fa piacere ripubblicare un testo di Aldo Busi apparso il 18 novembre 2002 sul quotidiano &#8221;il manifesto&#8221;. Si tratta della recensione di un romanzo di Raoul Montanari intitolato “Che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Adesso che, sgonfiatasi l&#8217;euforia post referendum, la stampa può tornare a occuparsi dell&#8217;argomento che la alletta di più, i trastulli da alcova del capo del Governo, ci fa piacere ripubblicare un testo di Aldo Busi apparso il 18 novembre 2002 sul quotidiano &#8221;il manifesto&#8221;. Si tratta della recensione di un romanzo di Raoul Montanari intitolato “Che cosa hai fatto” . Leggendola a distanza di quasi un decennio, si può vedere a che grado di fascismo aggiornato è arrivato &#8211; in ritardo - il nostro Paese.  </em></p>
<p style="text-align: justify;">In una Milano definitivamente sotto presidio militare e poliziesco, metafora di un&#8217;Italia tanto televisivamente quanto capillarmente posseduta da un innominato e vago ma corposissimo e non più solo tentacolare Presidente, ambienta Raul Montanari il romanzo più riuscito della sua carriera altalenante fra l&#8217;ambizione dello scrittore gratuito e la resa all&#8217;autore di, si fa per dire, cassetta. Con <em>Che cosa hai fatto</em> (Baldini &amp; Castoldi), egli scrive un&#8217;opera linguisticamente acuta e spessa, di indubbia sedimentazione bel lievitata e risolta, sebbene ancora a doppia lama interpretativa, nel senso che si resta incerti se collocarla nella Letteratura o, seppur assolutamente inedita in Italia per novità e peso di scrittura, nei prodotti di genere cartolibrario (nella fattispecie, fra un poliziesco d&#8217;alta scuola americana, senza però alcuna ombra di <em>navigliese</em>, e un <em>pulp</em> particolarmente elegiaco, bucolico e repubblichino a un tempo, ecc.). Se <em>Che cosa hai fatto</em> è foriero di opere a venire scritte e inscritte fuori di dubbio nell&#8217;estetica del linguaggio narrativo tanto meglio (dalla prossima si capirà meglio anche questa), altrimenti è e resterà un romanzo interessante e originale per parecchio tempo; anche per le ragioni più sbagliate, cioè non messe in conto, forse, dall&#8217;autore medesimo.<br />
Il testo infatti è un campione unico nel mettere in scena il prototipo emozionale, sessuomane e in proporzione macabro, del fascista <em>arrivato</em>, feticista oltre ogni immaginabile traguardo, ovviamente inconsapevole di esserlo, partito chissà come e chissà da dove, dalle Acli o dalle Br o da Cl e comunque dal <em>Corrierino dei Piccoli</em>, e arrivato come tutti fascista in tutti i sensi.<br />
E i sensi in gioco qui, per l&#8217;appunto, sono tanto ottusi nel sentire quanto caparbi nel dar a vedere un&#8217;ipersensibilità direi da onorevole leguleio da maggioranza sempre, nobilitatosi e da uno spleen &#8211; ovvero appropriata <em>interiorità</em> da parlamentare &#8211; di dovuta maniera (D&#8217;Annunzio, Liala e Evola assunti per playstation) e dal superbo apparato di rappresentazione in cui, non avendo niente da fare per giustificare un ruolo e una pensione d&#8217;oro, si cerimonia la cerimonia, e in culo a ogni idea che non sia di viscerale, egotistico tornaconto anticostituzionale, sì, ma quanto sublime e sublimante.<br />
L&#8217;io narrante le proprie gesta di apparente autodistruzione è personificazione aggiornatissima, anzi, divinante icona del tipico nichilista flippato pregno di autostima e danè e, in percentuale, del relativo disprezzo per il mondo, così cattivo, e per la vita, e la sua voce è una variante di quella, propagandistica, tanto cara al Ventennio, e oltre, che si vantava di andare &#8220;a cercar la bella morte&#8221; &#8211; talvolta, purtroppo, senza mantenere la parola.
</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Arrivato</em> in tutto, come dicevo, e nel suo contrario, eccolo, il fascista ultima versione, non più verticistica ma strisciante, eccolo pervenire secondo destino allo zenit del suo essere macho confesso e infantile, incapace di qualsiasi autocritica e quindi altamente sentimentalistico, cioè melodrammatico e ridicolo <em>malgré lui</em>, eccolo là, in cima all&#8217;evento degli eventi, irrinunciabile clou di ogni estasi vespasiana, pronto a immaginare la conclusione della mirabolante sua parabola: organizzare la propria morte. Detto fatto. Noleggia una fuoriserie-carro-celeste, mette in quinta e via per la divinizzazione ultima della virile psiche in orbace e stivali e frustino e del suo percorso di sottostante cazzo esistenziale che si voglia esemplare e fulgido, e stupido fino all&#8217;ultimo, e se è il penultimo tanto meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;anonimo e tenebroso e palestrato eroe, orbato di moglie e figlia perite in un incidente (le mie condoglianze a lui ma i miei vivissimi complimenti a entrambe, che così si sono risparmiate un simile marito e padre), prossimo ai quarant&#8217;anni, si licenzia da un imprecisato lavoro superpagato, intasca una consistente liquidazione e, grazie a una troia di regime vecchia amica di università che di professione fa la procacciatrice di carne umana da sesso per politici e sportivi e industriali di grido, si affida dunque a un piano di suicidio. La pia intenzione si svelerà presto, almeno secondo me, non so per Montanari, per quel che è: un alibi, decadente e fasullo a puntino, per concedersi ogni scapricciamento di appendice e di orifizio grazie a comprimarie e comprimari prezzolati.<br />
La sessualità da oratorio, letteralmente, che qui va in scena di marchetta in marchetta è costituita da <em>tableaux vivants</em> di memoria sadiana abbastanza scontata, non fosse che Montanari, consapevole della stucchevolezza incombente in ogni reiterazione a soggetto erotico, sa riscattarsi con un effetto di scrittura mai banale: si finisce, per nostra e sua fortuna, per dimenticarsi di questi funebri attori da casino metropolitano un tanto a botta, e della loro parte di funerale a memoria, e ci si concentra sul riverbero intellettuale, davvero notevole, di parole così fisiche e precise per situazioni tanto astratte da rischiare l&#8217;inverosimiglianza, peggio, la verosimiglianza (la sessualità fascista è sempre astratta perché è progettualmente allontanata da sé: il fascista non si avvicina mai a nessuno, quindi sta lontano soprattutto da sé tanto si panica nell&#8217;orrore che, giustamente, si fa, e pretende però che sia sempre l&#8217;altro ad avvicinarsi a lui, ai suoi desiderata psicotici, ai suoi fantasmi teatrati nella sua culturetta della morte e quindi della negazione di un sesso davvero a due, e di cui almeno uno, almeno lui, vivo).
</p>
<p style="text-align: justify;">Così, procedendo nella lettura senza intoppi e con qualche non rara ammirazione, si vuole vedere come procede la sfida scritturale, non come vanno a finire le scopate a raffica, partecipi o mimate che siano; a uno scenario urbano preda a un&#8217;atmosfera di tipo sudamericano, e quindi a una irreversibile immobilità politica del popolo svagato in scaramucce di piazza, corrisponde una dittatura sessuale, imposta quanto subita, del protagonista, le cui licitate fantasie erotiche o trasgressioni del menga, ovvero prestazioni concordate a tavolino, vanno a sancire la perdita di ogni libertà sentimentale e civile (civile e quindi sentimentale), di ogni slancio affettivo non serializzato e fissato in un cartellino del prezzo, di ogni follia del cuore non codificata nel <em>libero</em> mercato delle emozioni fra negozianti negoziati. Le alcove da dietro le quinte raffigurano in verità la politica di proscenio, il materasso prefigura il Balcone da Piazza, la penetrazione avviene per plagio pregresso e diffusivo, premeditato come il più silente, e catodico, sterminio di massa, l&#8217;orgasmo coincide con lo spasimo dell&#8217;anima civile che si arrende al Presidente e stramazza nel Suo plauso e abbraccio preregistrati; il fascismo allestito nel romanzo, come il sesso che vi scola, è post-moderno anch&#8217;esso, mellifluo, fumettistico e modaiolo e perfino scanzonato, ma non per questo meno efferato e vampiresco, proprio come quello in cui è caduta l&#8217;Italia, ormai periferia tutta dell&#8217;impero di Arcore, in questo brevissimo lasso di tempo postelettorale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Che cosa hai fatto</em> &#8211; che, se fosse stato pubblicato solo otto mesi fa, sarebbe parso profetico più di qualsiasi catastrofismo alla Nostradamus &#8211; è un intelligentissimo e pignolo stupidario sui luoghi comuni, ovvero delle attitudini da manuale, fra servi e padroni, fra ubbidienti e ubbiditi che si scambiano casacca un istante (da timer) certi così o di vendicarsi dell&#8217;altro o di mondarsi da sé l&#8217;anima dell&#8217;infame impunito; gira a meraviglia la masturbatoria giostrina a manovella fra indemoniati controvoglia e demoni per statuto, personaggi trasversali e rotti a ogni possibile compromesso e corruzione da tran tran. Tutti tanto privi di scrupolo e spietati nello spararti in bocca quanto sentimentaloni nel calarsi le mutande quale coronamento di ogni terreno ideale, nessuno qui ha più divise intellettuali e morali riconoscibili per appartenenza ideologica o partitica o istituzionale o professionale certa o asserita (non ci si stupirebbe se il nostro nerissimo eroe letterario, o uno speculare in carne e ossa, si dichiarasse tutt&#8217;oggi di Sinistra e lavorasse per gli Aiuti Umanitari, scrivesse <em>en passant</em> per <em>Repubblica</em> e addirittura esibisse <em>il manifesto</em> sottobraccio perché convinto che è il suo pane quotidiano), ognuno clone di ogni altro nella repentina capacità di far compravendita di ogni desiderio proprio o altrui, fosse pure programmaticamente l&#8217;ultimo, ognuno rassegnato a comprare e a vendere gestualità umana atta a soddisfare, a parole, uno scheletro di desiderio, uno spettro!</p>
<p style="text-align: justify;">Non potrebbe essere più vasto, composito e tuttavia codificato e riassuntivo il campionario degli stereotipi sessuali ovvero dei tic dell&#8217;italiano medio occidentale e delle sue donne, un&#8217;unica creatura a più teste di cui nessuna pensante, un&#8217;idra depressa e sconsolata e mostruosa in balia della pornografia consumistica più esaltata e deprimente. L&#8217;impresa di Montanari sta nell&#8217;essere riuscito a scrivere di sesso, cioè di mummie museali che timbrano il visitatore con calchi di culi e tette e cazzi e culi atti a dargli il tocco finale dell&#8217;onanista ultraperfetto, dribblando la pressoché inevitabile noia che ti prende a doverne leggere ben sapendo che si tratta dell&#8217;ennesima scopata, pardon, scoperta d&#8217;Egitto. Per intenderci, Montanari non è la risposta meneghina a Houllebecq; il lombardo ha lavorato a questo testo con più olio di gomito, e più in punta di mouse, di quanto non comporti per il francese sfornare un tedioso, eppure ennesimo, best-seller.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia domanda a Montanari però rimane (è la stessa che posi ad Alessandro Barbero allorché gli feci pubblicare <em>Bella vita e guerra altrui di Mr Pyle gent</em>.): Montanari questo bel libro su un brutto cretino l&#8217;ha scritto perché sapeva quel che faceva o perché, sfuggendosi in quanto scrittore, gli è sfuggito il personaggio a tal punto da riuscire a dare forma a un&#8217;opera finalmente intera e intesa? E se arrivate a poche pagine dalla fine e temete che il protagonista cambi idea e non si suicidi più, fate come me: piantate lì e tenetevi l&#8217;illusione che la promessa non sarà infranta. Ci sono finali di libri simili a inizi di legislature: se il cero non è sicuro, non valgono la candela. Di certo, non gliela terrò accesa io una sola riga di più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Aldo Busi</strong></p>
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		<title>Walter Siti recensisce &#8220;Casanova di se stessi&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Sep 2010 07:05:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Altriabusi.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[L'insonnia della ragione]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione di Casanova di se stessi a cura di Walter Siti, apparsa su L&#8217;Indice n.06, 2000.

L&#8217;ultimo romanzo di Aldo Busi è utile a chiarire che differenza ci sia tra l&#8217;autobiografia come fine e l&#8217;autobiografia come mezzo. La prima è il racconto che uno fa delle proprie vicende, nella convinzione che siano esemplari e/o istruttive, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Recensione di Casanova di se stessi a cura di Walter Siti, apparsa su L&#8217;Indice n.06, 2000.</p>
<p><a href="http://www.altriabusi.it/wp-content/uploads/CASANOVA-DI-SE-STESSI.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1559" title="CASANOVA DI SE STESSI" src="http://www.altriabusi.it/wp-content/uploads/CASANOVA-DI-SE-STESSI.jpg" alt="CASANOVA DI SE STESSI" width="412" height="604" /></a></p>
<p>L&#8217;ultimo romanzo di Aldo Busi è utile a chiarire che differenza ci sia tra l&#8217;autobiografia come fine e l&#8217;autobiografia come mezzo. La prima è il racconto che uno fa delle proprie vicende, nella convinzione che siano esemplari e/o istruttive, e ha come obiettivo (che può essere o no letterario) quello di illustrare (o di far riflettere su) la vita dell&#8217;autore stesso; la seconda è un artificio esclusivamente letterario e viene usata dall&#8217;autore come pretesto - l&#8217;io, in quel caso, non è che uno strumento particolarmente sensibile che serve a minare gli stereotipi della realtà, ripartendo da quel che si conosce meglio: è insomma l&#8217;equivalente romanzesco del <em>cogito</em> cartesiano. La prima esalta l&#8217;autore, la seconda lo sfrutta e lo distrugge.</p>
<p>Busi fa finta di rimpiangere l&#8217;autobiografia di primo tipo, l&#8217;<em>Histoire de ma vie</em> di Casanova, ma in realtà brucia di curiosità e di interesse per questo nostro tempo, in cui sembra che non esistano più &#8220;vite intere&#8221; capaci di essere raccontate senza esplodere. Sono molti anni che, con la scusa dell&#8217;autobiografia, Busi fa ricerca usando il romanzo; ma stavolta sottolinea il carattere di &#8220;pretesto&#8221; dando al se-stesso-che-scrive-di-sé un altro nome, Aldo Subi (con falsa etimologia da &#8220;subire&#8221;). Questo Aldo Subi, che dice &#8220;io&#8221;, non è a stretto rigore il protagonista del libro, ma non è nemmeno, a stretto rigore, un semplice testimone (come lo è, mettiamo, Watson nei romanzi di Sherlock Holmes). I due protagonisti della storia sono il giudice Eros Torellino e il maestro elementare Amato Perche: Torellino è ossessionato dal bisogno di possedere tutte le donne di Perche - e riesce effettivamente a farsi la madre, la moglie, la sorella, l&#8217;amante e la figlia del maestro -, finché, in un&#8217;estrema resa dei conti, i due vengono trovati morti (e nudi) in uno chalet sul lago d&#8217;Iseo. Per essere un semplice testimone, Subi parla troppo di sé; ma più ancora, le vicende di Subi (per esempio la sua amicizia con un &#8220;plurindustriale&#8221; che poi gli mente e lo delude) <em>assomigliano</em>, per struttura psicologica profonda, a quelle dei due protagonisti. Insomma, la &#8220;storia esterna&#8221; di Torellino e di Perche illumina le radici inconsce (&#8221;l&#8217;avevo già vissuta tutta <em>senza saperlo</em>&#8220;) della biografia di Subi - come dire che, nel processo di autosvuotamento, Aldo Busi è arrivato all&#8217;idea dell&#8217;autobiografia &#8220;delegata&#8221;: &#8220;mi vengono bene solo i ricordi decisamente altrui, con quelli riesco a fare giustizia dei torti subiti&#8221;.</p>
<p>La parte più decisamente autobiografica (con episodi bellissimi, come l&#8217;addio al fantasma del padre: &#8220;non è possibile andare avanti così, papà, io sono diventato troppo vecchio, ormai, sono più vecchio di te quando mi picchiavi&#8221;) è talmente legata al cosiddetto &#8220;affresco sociale&#8221;, la struttura è così necessaria e congegnata in un così commovente impulso conoscitivo, che fa a pezzi i discorsi di chi dice: Busi è bravissimo a raccontare, peccato che la sua infelicità lo renda tanto narcisista, perché non racconta e basta, risparmiandoci i suoi sproloqui? Il lettore a cui Subi si rivolge non è un lettore &#8220;elegante&#8221; e &#8220;raffinato&#8221;, è un lettore tignoso che vuole soprattutto capire, il lettore da &#8220;tirar su&#8221; in futuro.</p>
<p>Però è vero che Subi parla troppo spesso, ci si parla addosso quando non si hanno interlocutori. Ma la ragione è anche un&#8217;altra, ed è connessa a ciò che Subi scopre di sé scrivendo la propria &#8220;autobiografia per procura&#8217;: &#8220;l&#8217;unico ruolo che ho io qui dentro è quello dell&#8217;Infangato e del Vendicatore&#8221;. La motivazione narrativa per cui Subi si trova a dover fare da testimone è che i maschi eterosessuali non hanno il dono della parola: se lo scrittore non raccontasse per loro, loro non saprebbero mai raccontarsi. Ma, come risulta dal rapporto con il &#8220;plurindustrale&#8221;, i maschi eterosessuali (che qui coincidono con i &#8220;borghesi riusciti&#8221;) non parlano allo scrittore anche perché non lo considerano degno delle loro confidenze, e lo scrittore risponde con uno slancio d&#8217;amore-odio: &#8220;questo me lo rende oggi ancora più dolentemente odioso&#8221;. L&#8217;antica &#8220;pena di essere socialmente inferiori sempre&#8221; si combina a una più inconfessabile inferiorità psicologica, a formare un corto circuito che era ben noto a Baudelaire: Signore, concedimi di non essere inferiore a coloro che disprezzo. Subi parla e parla anche perché non vuole ascoltarsi e preferisce esibire il dono della narrazione <em>al posto</em> dell&#8217;autoanalisi. È vero che, raccontando la storia di Torellino e Perche, capisce la complicità che lega la vittima al persecutore e l&#8217;ambiguità del servo contento di esserlo. Ma preferisce pensare a se stesso come a un uomo buono che non diventerà mai un persecutore; intuisce che, nell&#8217;inferno della reciprocità affettiva, si corre sempre il rischio di diventare il &#8220;padrone&#8221; o il &#8220;borghese riuscito&#8221; di qualcuno, e perciò respinge la reciprocità: &#8220;non apparterrò mai a nessuno, ma non odierò mai&#8221;. L&#8217;unico affetto realmente reciproco è, al solito, quello che lo lega alla madre, e lei sola può permettersi di smontare le sue pose eroiche, come quando smitizza il suo desiderio di adottare una zingarella; per il resto, quanto all&#8217;amore &#8220;di passione e compassione&#8221; che Subi dice di cercare, beh quello lo porterebbe a &#8220;essere nel male sociale&#8221;, a recitare il proprio ruolo, insomma a essere inevitabilmente inautentico. Preferisce evitare, innamorandosi di &#8220;un maschio vero&#8221;, &#8220;un borghese di sogno&#8221;, uno che &#8220;non era mai stato a letto con un uomo&#8221; - garantendosi quindi una fine rapida del rapporto e un ritorno, conclamato, alla castità. La castità, tra l&#8217;altro, è una caratteristica dell&#8217;eroe epico.</p>
<p>Altro che satira della borghesia lombarda post-industriale! C&#8217;è anche quello, naturalmente, ma compreso in un percorso ben più serio ed emotivamente impegnato. Senza paura per il proprio dolore, ma anzi usando il proprio dolore come un grimaldello. Di fronte a una società che si presenta nuova e ricca di mutazioni sorprendenti, Busi concepisce il romanzo come un &#8220;meccanismo testimoniale&#8221; che ricava dai particolari privati indicazioni sui fenomeni pubblici, sapendo che in indagini del genere è impossibile non essere personalmente coinvolti, fino ai nodi più oscuri e alle resistenze più profonde. Ogni romanziere importante, in Italia, deve reinventarsi una tradizione romanzesca: Busi si appoggia al Settecento inglese, a quel miscuglio di curiosità sfacciata, di aggressività economica, di empirismo razionalista e di audacia strutturale. Busi sta dalla parte del romanzo come conoscenza e rivendicazione, contro il romanzo come &#8220;arredamento&#8221;; ma mentre in molti lo auspichiamo, lui <em>lo fa</em>.</p>
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		<title>E Busi si scatena sulla prostituzione fra etica e potere</title>
		<link>http://www.altriabusi.it/2010/02/25/e-busi-si-scatena-sulla-prostituzione-fra-etica-e-potere/</link>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 15:26:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Altriabusi.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Dio e Mammona]]></category>
		<category><![CDATA[La manutenzione dell'Occidente]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo una recensione di Aaa!, a cura di Marco Cavalli, apparsa su il Giornale di Vicenza il 24 febbraio 2010.
*
Aaa! (Bompiani, pp. 162, euro 11), l&#8217;ultimo libro di Aldo Busi, che oggi sbarca sull&#8217;Isola dei famosi, riunisce tre testi che solo per comodità si possono chiamare &#8220;racconti&#8221;. Sarebbe forse più appropriato definirli tre vedute del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblichiamo una recensione di <em>Aaa!</em>, a cura di Marco Cavalli, apparsa su il Giornale di Vicenza il 24 febbraio 2010.</p>
<p>*</p>
<p><em>Aaa!</em> (Bompiani, pp. 162, euro 11), l&#8217;ultimo libro di Aldo Busi, che oggi sbarca sull&#8217;Isola dei famosi, riunisce tre testi che solo per comodità si possono chiamare &#8220;racconti&#8221;. Sarebbe forse più appropriato definirli tre vedute del medesimo paesaggio umano rese in altrettante e ben diversificate forme narrative.</p>
<p>Il racconto d&#8217;apertura, &#8220;Il casto, sua moglie e l&#8217;Innominabile&#8221;, appare contrassegnato dalla &#8220;A&#8221; maiuscola perché dei tre è il testo che tende di più al romanzo. Già incluso con varianti minime nella riedizione 2008 di Sentire le donne (Bompiani), &#8220;Il casto…&#8221; è il circostanziato soliloquio di un uomo di potere sulla necessità di prostituire sentimenti e intelletto ai fini della carriera politica. Rappresentante magniloquente del politico italiano corrotto che non è mai quel che sembra, il Casto predica la rimozione dei sentimenti personali e la mozione dei sentimenti che non si provano. Ciò che lo caratterizza è il distacco, una distanza incolmabile in primo luogo da se stesso, dalla propria storia, e di conseguenza da tutto il resto, incluso il godimento dei benefit che comporta il potere.</p>
<p>Il tema della prostituzione è al centro anche del secondo racconto, &#8220;Gli occhi della badante&#8221;, con modulazione diversa ma identica morale, nel senso che la condotta che l&#8217;uomo di potere raccomanda a se stesso risulta uguale a quella cui si sottomette giornalmente D., un marchettaro dell&#8217;est Europa incontrato da Busi, uno sradicato con l&#8217;imperativo di non soccombere all&#8217;emarginazione e alla miseria. Se guardiamo quali sono le risorse culturali di D. troviamo spirito d&#8217;iniziativa e di adattamento in pari misura, paziente mercanteggiamento, una conoscenza pratica ed esatta delle debolezze umane, un rispetto per il denaro e le regole del mercimonio che è l&#8217;espressione più forte di una sfiducia totale nei confronti del prossimo. In altre parole troviamo il programma del Casto calato in situazioni di degrado sociale e interpretato non più come virtù basica dell&#8217;arrivista politico ma come strategia di minima sopravvivenza.</p>
<p>La novità rispetto a precedenti opere sul medesimo argomento (come il romanzo Vendita galline km 2) è che in Aaa! Busi riconosce apertamente che senza l&#8217;intercessione dello scrittore le due professionalità del meretricio, quella in doppiopetto e quella in brache di tela, non potrebbero specchiarsi l&#8217;una nell&#8217;altra e ciascuna in se stessa. La prostituzione etica e ideologica e quella della carne devono alla letteratura la comprensione che le fa brillare di una luce non scontata. Se hanno qualcosa di nuovo da dire è perché risuonano in una sensibilità che non è la loro proprio in quanto si presta a fare da anello di congiunzione tra loro. Insomma, la bevibilità è un omaggio che il fiasco fa al vino, non una qualità intrinseca del vino.</p>
<p>«Vede, io comprendo lei, ma lei non potrà mai comprendere me, diventare me è stato infinitamente più difficile che restare uno come lei», dice l&#8217;Innominabile (cioè lo scrittore) al Casto dopo che questi ha ammesso a denti stretti che lui e l&#8217;Innominabile si scontrano, sì, ma dentro una comune tensione della mente e del cuore verso un fine imperscrutabile ai più. Questo e accordi consimili che si fanno sentire durante l&#8217;assolo del Casto sono di una larghezza inverosimile per un personaggio che ha fatto della ristrettezza di vedute propria e altrui la leva del proprio potere.</p>
<p>Qui non c&#8217;è solo distacco, c&#8217;è una specie di solidarietà intellettuale nei confronti del distacco, la comprensione commossa dei sacrifici che comporta il prostituirsi, l&#8217;esilio non solo dorato che procura. La nostalgia che la corruzione prova per il suo antipodo morale è detta dal Casto ma non è farina del suo sacco. Il Casto infatti è (e può essere soltanto) una creazione del punto di vista opposto alla corruzione, cioè una creazione dell&#8217;Innominabile. La corruzione conferma il potere nei suoi privilegi ma non saprebbe fargliene immaginare altri di diversa natura. E la morale è che letteratura non si può cancellare senza che nella sua distruzione sia coinvolto tutto ciò che dovrebbe prenderne il posto.</p>
<p>Dopo aver associato la prostituzione esclusivamente a figure maschili, il libro si chiude con una lettera aperta di Busi indirizzata a Carla Bruni Sarkozy. L&#8217;alternativa alla prostituzione del potere e al potere, appannaggio degli uomini, è una giovane donna intraprendente proiettatasi oltre la passività della condizione femminile mantenendo sagacemente le apparenze di questa passività. Offrendo i propri servigi alla Première Dame di Francia Busi ribadisce l&#8217;identificazione dello scrittore con l&#8217;uomo di potere, che rimane tale anche se donna. E arriva ad augurare a Carla Sarkozy un rispecchiamento imprevedibile: quello della signora di potere nello Scrittore, e non più solo viceversa.</p>
<p>Spiritoso, spietato, pieno di una intelligenza tutta cose e fatti e persone, Aaa! è un libro che prende il lettore e non lo molla fino all&#8217;ultima pagina, dove lo lascia con la voglia di ricominciare daccapo &#8211; se non a leggere, a vivere.</p>
<p>Marco Cavalli</p>
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		<title>E la morale è: scrivere la recensione di un libro di Busi non è difficile, difficile è farla stampare.</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Dec 2009 06:26:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Altriabusi.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Articolo di Marco Cavalli sulla recensione del racconto “Il Casto, sua moglie e l’Innominabile”, di Aldo Busi.
C’è una piccola storia che forse merita di essere conosciuta dietro la recensione del racconto Il Casto, sua moglie e l’Innominabile.
Scritta a distanza ravvicinata dalla riedizione di Sentire le donne (novembre 2008, NdR), si è vista negare la pubblicazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Articolo di Marco Cavalli sulla <a title=" Il Casto, sua moglie e l’Innominabile - recensione di Marco Cavalli" href="http://altriabusi.wordpress.com/2009/12/23/il-casto-sua-moglie-e-l%E2%80%99innominabile/" target="_blank">recensione</a> del racconto “Il Casto, sua moglie e l’Innominabile”, di <strong>Aldo Busi</strong></em><em>.</em></p>
<p>C’è una piccola storia che forse merita di essere conosciuta dietro la recensione del racconto Il Casto, sua moglie e l’Innominabile.</p>
<p>Scritta a distanza ravvicinata dalla riedizione di Sentire le donne <em>(novembre 2008, NdR)</em>, si è vista negare la pubblicazione dai quotidiani e dai periodici con i quali intrattengo collaborazioni esterne. Prima di essere accolta nel presente sito, è stata inviata senza esito a più di mezza dozzina tra quotidiani e settimanali. Non posso dire che sia stata respinta per espressa antipatia ideologica o per motivate insufficienze di scrittura. Presumo che chi l’ha ricevuta l’abbia lasciata cadere nel cestino oppure nel novero degli articoli prorogabili – figurarsi una recensione, articolo per sua natura prescindibile. Sondaggi e solleciti tra il circospetto e lo spazientito, effettuati una settimana dopo l’altra per oltre un mese e mezzo, hanno ottenuto come risposta il genere di rassicurazione burocratica che sortisce l’effetto di prolungare l’attesa anziché darle un termine.</p>
<p>Nel tentativo di uscire dall’impasse ho inviato la recensione – convenientemente riscritta – al sito di Roberto D’Agostino, “<a href="http://www.dagospia.com/" target="_blank">Dagospia</a>”, con preghiera di pubblicazione. Accompagnava l’allegato il seguente cappello introduttivo:</p>
<blockquote><p>Caro Dago, dal momento che hai la bontà e il buon gusto di postare i testi che Aldo Busi di quando in quando deposita in rete in risposta al veto pronunciato contro di lui dal cartello della stampa, spero non ti dispiacerà se ti chiedo la cortesia di ospitare nel tuo sito questo minuscolo intervento che forse sarebbe troppo chiamare recensione. È la segnalazione di un libro di Busi (Sentire le donne, Bompiani, pp. 427, euro 19,50) da poco riedito, che i mass media hanno unanimemente ignorato. Considerala una maniera di ricordare a tutti, utenti di Dagospia inclusi, che Busi in fin dei conti è e resta uno scrittore. Le sue esternazioni internettiane, se meritano ogni lode, è perché procedono da un’opera letteraria ancor prima, forse, che dal blasone di un personaggio pubblico che fa molto parlare di sé. Grazie in anticipo, se non dell’ospitalità, dell’attenzione.</p></blockquote>
<p>Queste righe sono state anche le uniche che Dagospia ha giudicato opportuno postare. Le logiche del giornalismo off line mi sono troppo familiari perché io possa biasimare quelle, identiche, del giornalismo on line – ma D’Agostino mi scuserà se a questa sua iniziativa non faccio tanto di cappello.</p>
<p>Una cosa vorrei fosse chiara: la mia non è l’ennesima invettiva contro l’oscurantismo e la cattiva coscienza della stampa italiana. Se l’articolo mi fosse stato contestato in modo esplicito, mi sarei sentito a posto con me stesso come se me l’avessero pubblicato. I giornalisti italiani, se mai sono colpevoli di qualcosa, lo sono soprattutto di trasandatezza, disorganizzazione, qualunquismo.</p>
<p>Purtroppo per me non sono un principiante. Lavoro nel settore da oltre 20 anni. Ho perfino un nome come critico di Busi, dal momento che ho scritto e pubblicato due libri sulla sua opera letteraria. La vicenda prova soprattutto che il mio credito non ha la larghezza che gli immaginavo. Si estende fino a un certo punto – non molto in là, a quanto pare, visto che non arriva al punto di assicurare la pubblicazione alla recensione di un libro di Busi. È triste constatare che la propria reputazione nell’ambiente di lavoro è il risultato di un accomodamento tra le due parti di cui una – guarda caso la più debole – ignara di averlo sottoscritto.</p>
<p>Il pellegrinaggio porta a porta della mia recensione insegna – non solo a me – che quanto più ci si fa danneggiare dal conservatorismo della stampa italiana, tanto più lo si consolida. Vent’anni di giornalismo presuppongono che si conosca la profondità del baratro senza bisogno di caderci dentro. Non si entra nella grotta del drago con una spada di cartone. Il racconto dell’ottusa ferocia del mostro è roba vecchia, già sentita e arcisentita; per tornare a renderla interessante è bene aggiungerle la descrizione del braccio di pezza del San Giorgio di turno.</p>
<p>Pertanto io qui denuncio in primo luogo la mia pochezza. Lo faccio pubblicamente affinché mi serva di lezione e serva di lezione. Volendo, c’è anche una corrispondenza spassosa con il testo recensito, Il Casto, sua moglie e l’Innominabile. Tutti i Casti d’Italia pensano di somigliare all’Innominabile perché vedono l’apparenza di giustizia e di buon senso che regna nel Paese esattamente come la descrive lui. Ma di quell’apparenza loro sono corresponsabili, l’Innominabile no. C’è una bella differenza – bella perché non la si coglie d’acchito, occorre ragionarci su leggendo e rileggendo il testo busiano.</p>
<p>E la morale è: scrivere la recensione di un libro di Busi non è difficile, difficile è farla stampare.</p>
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		<title>Il Casto, sua moglie e l’Innominabile</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 06:23:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Altriabusi.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[
Recensione a cura di Marco Cavalli del racconto “Il Casto, sua moglie e l’Innominabile”, di Aldo Busi. Spedito a diversi quotidiani, tra nazionali e locali, a novembre del 2008, il presente testo non è mai stato pubblicato.
Al di là delle sue attrattive intrinseche la nuova edizione di Sentire le donne (Bompiani, Milano 2008, NdR) merita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><em>Recensione a cura di Marco Cavalli del racconto “Il Casto, sua moglie e l’Innominabile”, di <strong>Aldo Busi</strong></em><em>. Spedito a diversi quotidiani, tra nazionali e locali, a novembre del 2008, il presente testo non è mai stato pubblicato.</em></p>
<p>Al di là delle sue attrattive intrinseche la nuova edizione di Sentire le donne <em>(Bompiani, Milano 2008, NdR) </em>merita un giro in libreria per il nuovo testo che Busi vi ha inserito in apertura di volume: Il Casto, sua moglie e l’Innominabile.</p>
<p>Ne è protagonista il personaggio che nel testo dice “io”, il Casto, sintesi dei vizi privati e delle pubbliche virtù dello uomo politico italiano. La carica pubblica del Casto, imprecisata, gli assicura una posizione di prestigio, una dignità esteriore, un non so che di sovraoccupato e di ufficiale che intimorisce: “posso essere un Primo Ministro, un Ministro con Portafoglio, pingue, un Capo Partito, un Governatore della Banca d’Italia, un Proprietario di Reti Televisive e di Gruppi Editoriali con ambizioni monarchiche o di colpo di Stato, ma anche un Presidente di Regione, un Giudice di Corte d’Assise o di Cassazione e, perché no, un semplice patentato Banchiere di Dio”.</p>
<p>Sulla sessantina, pingue, attorniato da guardie del corpo, a braccetto di una moglie da parata e d’apparato, il Casto entra in una galleria d’arte che ospita una mostra fotografica. Incuriosito dai soggetti delle foto, giovani preti in sottana nera, il Casto, che è cresciuto in seminario, si aggira tra la deferenza generale, finché scopre un suo ritratto da giovane in una delle foto esposte. Quasi simultaneamente si accorge della presenza in galleria di uno Scrittore che, per la sua disubbidienza ideologica, si è meritato l’epiteto di Innominabile.</p>
<p>Mentre osserva in silenzio la foto di un se stesso irriconoscibile, il Casto rifà a mente il suo personale tirocinio di corruzione. Ripercorre le stazioni del graduale inaridimento morale, dall’ingresso nel brefotrofio dei preti alla decisione di “prendere i voti”, espressione di micidiale ambiguità che qui sta a significare la rinuncia a una collocazione nella gerarchia ecclesiastica in vista di una fulgida carriera politica nel mondo secolare &#8211; carriera che il Casto intraprende incominciando col prendersi per moglie una donna dello schermo.</p>
<p>Con la violenza di linguaggio di un Riccardo III, il Casto snocciola la teoria e la pratica di un progetto di sistematico ladrocinio materiale e spirituale ai danni della società italiana, avviato e consolidato con la partecipazione attiva delle vittime, impazienti di farsi complici.</p>
<p>Bisogna leggere e rileggere queste pagine per rendersi conto della loro perenne attualità. Sembra di sentire la voce di un Leviatano mentre con ardore machiavellico ricostruisce la storia di un colonialismo interno alle menti e alle istituzioni, il parassitismo della Chiesa e della mentalità clericale pervenuti a un tale trionfo da suscitare, seppur sottobanco, il rimpianto di un avversario all’altezza, di un incorruttibile.</p>
<p>La voce narrante ha un timbro di compiacimento mefistofelico che non riesce a nascondere una certa rigidità, una certa forzatura. In realtà il compiacimento si sdoppia in due registri diversi, dei quali l’uno resta nei termini del trionfalismo televisivo dell’uomo di potere, mentre l’altro lo scavalca per elaborare considerazioni meno superficiali, venate di ripensamento, di recriminazione. Sono i passaggi nei quali il Casto, dopo aver evidenziato l’abisso tra la sua condizione a quella dell’Innominabile, si avvicina di soppiatto al nemico. Alcune colpe che gli fanno chiamare Innominabile il suo nemico sembrano al Casto colpe rubate a lui. Per esempio egli riconosce all’Innominabile un grande spirito d’osservazione, una scienza e un’indole da patologo morale che gli permettono di denudare i caratteri a prima vista, penetrare nell’intima codardia delle persone, toccare le molle segrete delle loro viltà. Anche il Casto ha queste capacità ma le usa per segnare le carte con cui gioca e barare con il prossimo. La mancanza di carità del Casto è la stessa dell’Innominabile, con la differenza che costui la volge contro di sé per fraternizzare con il potere dall’interno della sua essenza animale e intellettuale.</p>
<p>Il Casto e l’Innominabile, l’Uomo di Potere e lo Scrittore di Nessun Potere, si distinguono e si scontrano, sì, ma dentro la stessa tensione della mente e del cuore verso un fine imperscrutabile ai più. L’uomo di potere e lo scrittore sono due cervelli, due volontà indurite nella disciplina, precocemente invecchiate. Entrambi sono a modo loro degli orfani, entrambi hanno fatto, sia pure con accezioni diverse della parola, il seminario. Rotti all’autoeducazione più spietata, sono nature annodate, confuse fino alla vanità di specchiarsi ciascuna nel suo antipodo morale e trovare che in fondo tutte e due si fanno da architrave a vicenda, sono una palla di cannone dimidiata. Ma se questo proiettile non fa centro è perché, in definitiva, il discorso che il Casto tiene a se stesso, discorso che include il verdetto di condanna contro l’Innominabile, è quest’ultimo a scriverlo.</p>
<p>Nel mondo che è in mano agli uomini di potere, lo Scrittore non ha nome, non ha identità, non ha volto; è preso di spalle, alle spalle; tutt’al più lo si cancella dalle fotografie con la tecnologia informatica. La sua dirittura, il suo spirito combattivo, sono ammirati ma da chi fa di tutto per fiaccarli e svalutarli. Lo Scrittore in Italia è solo e rappresenta a malapena se stesso; ma è sua l’ultima parola, persino quella che decreta il suo proprio esilio.</p>
<p>Marco Cavalli</p></div>
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		<title>Sentire le Donne</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 06:18:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Altriabusi.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione di Flavio Marcolini apparsa su Bresciaoggi, il 20 novembre 2008, a pagina 38.
Rimaneggiato e riletto nel corso del tempo – sono passati diciassette anni dalla prima redazione – continua a rivelare una bellezza imbarazzante il Busi di “Sentire le donne” (pagg. 422, € 19.50), che Bompiani ha appena rimandato in libreria.
Miscellanea di racconti, réportages, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Recensione di Flavio Marcolini apparsa su Bresciaoggi, il 20 novembre 2008, a pagina 38.</em></p>
<p><a title="Sentire le donne, Aldo Busi" href="http://anobii.com/books/Sentire_le_donne/9788845261749/01a4ec461df40306b9/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin-left:2px;margin-right:16px;" title="Sentire le donne" src="http://image.anobii.com/anobi/image_book.php?type=3&amp;item_id=01a4ec461df40306b9&amp;time=1221072007" alt="" width="105" height="143" /></a>Rimaneggiato e riletto nel corso del tempo – sono passati diciassette anni dalla prima redazione – continua a rivelare una bellezza imbarazzante il Busi di “Sentire le donne” (pagg. 422, € 19.50), che Bompiani ha appena rimandato in libreria.<br />
Miscellanea di racconti, réportages, inchieste, cronache, conversazioni, interviste e altro ancora, il volume si presenta ora raddoppiato, divenendo, da libro occasionale qual era in origine, una miniera in fieri, arricchita di sempre nuovi materiali di prima qualità e giunta sugli scaffali nelle vesti di un’opera completamente trasformata dalla geniale versatilità dello scrittore monteclarense.</p>
<p>In questa ultima (ma, c’è da giurarci, non definitiva) edizione, il colto e arguto mix fra la tradizione letteraria e quella giornalistica giunge al suo acme. Fra prediche antifrastiche, parodie avveniristiche, avventure estive ai monti e al mare, rivelazioni al fulmicotone (“Non ho mai sfiorato una donna nemmeno con un fiore”), Busi governa sapientemente le pagine che scorrono avvincenti perorando la causa &#8211; forse non ancora persa come per l’uomo &#8211; dell’autonomia della donna dalla proiezione favolistica che tanto ama farsi di sé.</p>
<p>Da un altrove indefinibile pure dal lettore più avveduto, l’autore passa in rassegna il variegato catalogo delle sventure italiane, dei mali più cronici che cronachistici della nazione, incontrando e descrivendo quel che rimane di un catalogo che il degrado antropologico ha ormai ridotto al lumicino, da Giovanni Spadolini a Dario Bellezza a Francesca Dellera a Franca Valeri a Lauretta Masiero a Marta Marzotto a Gae Aulenti a Susanna Agnelli a Tinto Brass. Sono,  sia le donne che gli uomini che le inseguono, invecchiati anzitempo alla rincorsa di una giovinezza mai posseduta.</p>
<p>Chi si salva o (siamo sinceri) sembra salvarsi? Juliette Gréco che esibisce orgogliosa un sobrio epicureismo, forte di un senso del lavoro quasi calvinista, peraltro da sempre proprio anche di un Busi che ha fatto della Beruf la propria ragione di vita. La Magi con la sua bicicletta, “decana dei mediatori della Bassa”, materialista per convinzione che abbindola un cliente via l’altro ritmando gli affari con pedalate d’altri tempi anche per la nostra operosa provincia. Una vecchia prozia dello scrittore, Amabile, che tutti in famiglia considerano matta (ma non pericolosa), da quando da giovane diede buca sull’altare per tre volte allo stesso uomo, restandosene poi nubile nel culto di una borsa di pelle nera “mai aperta una sola volta davanti agli occhi di qualcuno”, celando un pieno che invece è vuoto come la borsa.</p>
<p>Le decine di ritratti offrono sciami di gag esilaranti,  connotate con acume senza pari in una teoria di costruzioni che procedono per vuoti: qui persino il pieno, anche della carne, è vuoto sia di senso che di sesso, come nel caso delle giovanissime attricette che, trasformando la trasgressione in codice, fanno la fila ai provini di Brass per una porticina nell’assai poco mozartiano “Così fan tutte”, sul set del quale pure Busi accorre, travestito da probabile donna.</p>
<p>E poi la perla, incastonata nonscialante in apertura: “Il casto, sua moglie e l’Innominabile”, un inedito che parla dell’Italia non solo come è ora, ma come è sempre stata. In scena il protagonista (la quintessenza made in Italy del Potere), sua moglie “damazza rotariana” e lui, l’Innominabile appunto. Teratologia pura. Decostruzione ad alzo zero di ogni forma di dominio, nella consapevolezza che oggi scriverne è il modo più illuminante di opporvisi. Un racconto provinciale scritto in una lingua civile come ormai solo quella di Busi sa essere in questo nostro malandato paese.</p>
<p>Flavio Marcolini</p>
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		<title>I Dialoghi del Ruzante</title>
		<link>http://www.altriabusi.it/2009/12/15/i-dialoghi-del-ruzante/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 06:15:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Altriabusi.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://altriabusi.wordpress.com/?p=1039</guid>
		<description><![CDATA[Recensione di Flavio Marcolini apparsa su Bresciaoggi, il 5 maggio 2007, a pagina 41.
Impareggiabile questa traduzione de “I Dialoghi del Ruzante” curata da Aldo Busi e pubblicata negli Oscar Mondadori (con premessa di Marco Cavalli, pagg. 146, euro 8,40). Si tratta di due piccoli gioielli in cui la pirotecnia semantica del geniale scrittore si accosta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Recensione di Flavio Marcolini apparsa su Bresciaoggi, il 5 maggio 2007, a pagina 41.</em></p>
<p><a href="http://www.anobii.com/books/I_dialoghi_del_Ruzante/9788804564423/019b4b4cc032161ad3/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin-left:2px;margin-right:16px;" title="I Dialoghi del Ruzante" src="http://image.anobii.com/anobi/image_book.php?type=3&amp;item_id=019b4b4cc032161ad3&amp;time=0" alt="" width="89" height="150" /></a>Impareggiabile questa traduzione de “I Dialoghi del Ruzante” curata da <strong>Aldo Busi</strong> e pubblicata negli Oscar Mondadori (con premessa di Marco Cavalli, pagg. 146, euro 8,40). Si tratta di due piccoli gioielli in cui la pirotecnia semantica del geniale scrittore si accosta con effetti mirabolanti alla lingua rustica di Angelo Beolco (1496?-1542), unanimemente riconosciuto come il vertice del teatro veneto rinascimentale, ripresentandoci in tutta la loro freschezza il “Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo” (1529) e il “Bilora” (1530).</p>
<p>Con questa versione, realizzata in vista di una moderna trasposizione teatrale dei due testi, Busi prosegue un personalissimo discorso di traduzione “da un italiano all’altro” delle opere maggiormente significative (quanto difficilmente accostabili oggi dal vasto pubblico in originale) della letteratura italiana, dal “Novellino” al “Decameron” di Boccaccio al “Cortegiano” del Castiglione.</p>
<p>Nel primo dialogo (al quale il Beolco deve il nome che lo ha consacrato nella storia della letteratura) il protagonista, reduce deluso dalla guerra tra Venezia e la Lega di Cambrai, racconta al compare Menato le proprie vicende, contrassegnate dalla miseria che lo ha spinto a diventare soldato, senza nulla sapere dei campi di battaglia, fiducioso solo di farvi fortuna. Tornato a casa più povero di prima, vorrebbe riavere la sua donna, Gnua, ma lei gli preferisce il nuovo amante che ha almeno la possibilità di sfamarla. Dopo essere stato sonoramente bastonato dal rivale, Ruzante cerca di annegare l’ira disperata per l’amara sorpresa con spacconate vivacemente comiche, che ne rivelano tuttavia la dolente condizione di infelicità.</p>
<p>Bilora invece è un contadino tradito, che se ne va a Venezia per riavere la moglie Dina ormai convivente con l’anziano usuraio Andronico, ricco ma impotente. Pur amando il marito, la donna non accetta di tornare a far la fame a casa sua, rinunciando agli agi di Andronico e alla corte del suo servo Zane. Ubriaco di rabbia, Bilora assale il vecchio e lo uccide con una violenza cieca che assume nella furia del finale la valenza tragicomica di una vendetta sterile. Lo spettro della miseria domina sulla scena, nel quale la morale tutta materialistica della moglie assurge ad una dignità riconosciuta e rispettata dallo stesso marito tradito, anche se le convenzioni sociali di ogni tempo gli impongono di correre inutilmente a riprendersela.</p>
<p>Scombinati e goffi, questi personaggi lottano più per convenienza che per convinzione. Meno avvezzi a far torti che a patirli, nei loro desideri di rivincita sono grottescamente patetici: troppo abituati ad aver paura della realtà, istintivamente ne diffidano, preferendo millantare un coraggio e un eroismo che non hanno.</p>
<p>Maschere della condizione collettiva dei contadini che si erano progressivamente immiseriti e furono quindi costretti ad affacciarsi sulla scena della storia come classe sociale intruppati nelle cernite, gli antieroi ruzantiani motteggiano il rampantismo dei loro simili, impegnati a loro volta in improbabili scalate sociali puntualmente destinate a venire sepolte dalle slavine che la vita rovescia loro addosso con mala grazia.</p>
<p>Aldo Busi ha la sorprendente capacità non di tradurre, ma di reinventare la genuinità del babelico pavano nel quale il Ruzante narra questa calda drammaturgia della fame e della guerra. Alla lingua parlata nella campagna padovana nel ‘500 restituisce immediatezza con ininterrotti fuochi di fila fatti di locuzioni, doppi sensi, arguzie, oscenità, litanie, battibecchi, attinti direttamente dal nostro dialetto, con i suoi modi di dire, le espressioni salaci, le imprecazioni, i turpiloqui che hanno ormai piena cittadinanza anche nella lingua italiana grazie alle opere dello scrittore monteclarense.</p>
<p>La riuscita parodia dell’inarrestabile degrado culturale del nostro paese è da Busi ben sintetizzata nel finale della “Nota al capocomico”, laddove, spiegando il senso della sua sistematica storpiatura dei congiuntivi nel testo, spiega come oggi “di nessuno sia più possibile ridere alle spalle dicendo “parli come un libro stampato”, ma per milioni è finalmente meritato il complimento faccia a faccia “parli come un libro stampato oggi”.</p>
<p>Come il Beolco seppe contestare l’aristocratico mondo ormai al tramonto da cui proveniva calandosi nei panni laceri e scomodi di Ruzante, Busi sbeffeggia oggi una società in declino, fatta di formule altisonanti e vacue. Perennemente riottoso, le sfugge come una farfalla libera e creativa allo spillo che vorrebbe trafiggerne il vissuto, le emozioni, le aspirazioni, in una parola la lingua.</p>
<p>Flavio Marcolini</p>
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