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	<title>Altriabusi &#187; L&#8217;inconsapevole saggezza del prezzemolo</title>
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	<description>Letteratura e attualità</description>
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		<title>Per un sito a salvaguardia della lingua italiana</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 07:24:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Cavalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'inconsapevole saggezza del prezzemolo]]></category>
		<category><![CDATA[lingua italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo un articolo di Aldo Busi apparso sul blog Leggere e scrivere del giornalista Paolo Di Stefano. Con gratitudine della redazione tutta di altriabusi.it.
A me personalmente e su alcuni siti arrivano di continuo proteste sulla &#8220;spocchia censoria&#8221; con cui la redazione di altriabusi.it tratterebbe gli aspiranti commentatori che non si vedono mai accolti e pubblicati, e siccome [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Pubblichiamo un articolo di Aldo Busi apparso sul blog</em> Leggere e scrivere <em>del giornalista Paolo Di Stefano. Con gratitudine della redazione tutta di altriabusi.it.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A me personalmente e su alcuni siti arrivano di continuo proteste sulla &#8220;spocchia censoria&#8221; con cui la redazione di altriabusi.it tratterebbe gli aspiranti commentatori che non si vedono mai accolti e pubblicati, e siccome per redazione si intende Marco Cavalli, gli strali sono diretti a lui. Fermo restando che non vedo la marea dei commenti che arrivano alla redazione e che non decido certo io cosa pubblicare o no, una regola meramente orientativa data a Cavalli consiste nel cestinare ogni commento lesivo della necessità stessa dei commenti altrui ospitati, come a dire, io sono il solo legittimato a esprimermi su Busi, voi altri siete tutti dei cialtroni senza arte né parte: i commenti in cui mi si critica possono darmi, sì, fastidio, e di solito per la pochezza o sciocchezza della critica allorché a me viene subito in mente su cosa avrebbe dovuto focalizzarsi e come avrebbe dovuto essere per fare centro anche solo per scalfirmi, ma non ho mai chiesto che venissero tolti, mentre quelli in cui si cerca sommariamente di tagliare le gambe agli altri commentatori esigo vengano rimossi all&#8217;istante. Siccome, poi, la vita è definitivamente corta e non ho davvero più tempo da buttare, da un punto di vista dei &#8220;contenuti&#8221;, per quanto gesuiticamente impeccabili da un punto di vista formale, è automatico gettare nel Cestino ogni commento di un qualche fondamentalismo religioso o ideologico o sessuale: che si morda la coda da sé e amen. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tuttavia, un semestre circa fa, nel tentativo di tacitare le tante proteste dei respinti allargando le maglie dello standard per essere pubblicati, nel sito sono cominciati ad apparire commenti sgrammaticati e incongrui alle tematiche in corso e inclini all&#8217;aggressività e all&#8217;insulto e dove ci si rivolgeva a me da pari a pari, cioè da non-lettore a Scrittore, pretendendo un mio personale coinvolgimento al minuto, interventi da dirimpettai di ballatoio, più che commenti, comuni a tutti i social network ma che su altriabusi.it erano stati impensabili sino dalla sua fondazione. Ho pertanto pregato Cavalli di ristabilire il canone precedente di assoluta severità formale o avrei smesso di inviare contributi e, per quanto mi riguardava, avrei considerato chiuso il sito.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Altriabusi.it è, secondo me, innanzitutto un luogo a salvaguardia della lingua italiana che non ha uguali in rete, tanto meno nei siti culturali e letterari degli stessi quotidiani che, per ragioni di convenienza economica legata agli sponsor, ospitano qualsiasi cosa in qualsiasi forma perché un commentatore respinto potrebbe equivalere a un cliente perso, e non solo per il relativo cartaceo, ma per la telefonia, il software, le bevande bioenergetiche, le auto, l&#8217;energia elettrica fornita da Pinco invece che da Pallino, una lotteria, eccetera. Si deve entrare in altriabusi.it come se si entrasse in una biblioteca sovranazionale ancorché privata e non sovvenzionata pubblicamente, ci si va per imparare, non per insegnare col tocco da magistrale autoinvestitura, e ci si muove con la rispettosa circospezione dovuta dall&#8217;ospite al generoso anfitrione che non gli sta vendendo niente, perché è provato, dai miei rendiconti editoriali annuali, che altriabusi.it non ha alcun riflesso nelle vendite dei miei titoli e men che zero nel mio amor proprio, e qui gli schiamazzi dei saccenti e dei frustrati e degli arroganti e dei razzisti e degli omofobi e dei misogini e dei guappi e guappe paladini dell&#8217;ignoranza civile e sintattica e dei delatori e gossipari coperti dall&#8217;anonimato non sono permessi, e chi schiamazza viene pregato di andare altrove con le buone o con le cattive, altra forma di democrazia migliore al momento non è stata inventata mentre in fatto di demagogia non c&#8217;è sfumatura che non abbia la sua applicazione pratica in qualunque altro sito. Cavalli, al quale va tutta la mia solidarietà, ha saputo in questi tre anni mantenere il sito a un livello di qualità unicissimo facendo scuola non solo in Italia e tutto ciò che io gli ho insegnato &#8211; il principio da seguire &#8211; si rifà all&#8217;uso che io stesso applico alla tecnologia della comunicazione, cominciando dallo stesso computer e cellulare usati per scrivere e senza cadere nella trappola di una sola eccezione, sia che si scriva un romanzo o un sms destinato a un conoscente o a una testata giornalistica o un articolo via mail in cerca di ospitalità o una missiva a se stessi: si domina questo mezzo senza farsene dominare, esattamente come si dominava il pennino nei confronti delle macchie di inchiostro, o le si evitava o le si cancellava o si strappava il foglio e si ricominciava daccapo. Io non ho mai una sola volta inviato un segno demotico e mai lo farò, mentre chi ha risposto con una faccina sorridente o imbronciata a una mia frase formulata con la mia testa collegata alla mia nocca non ne ha ricevuto una seconda e tanto meno mi ha visto piegarmi al suo alfabeto corruttivo. Il populismo linguistico da fretta per arrivare al dunque perché, tanto, siamo tutti sulla stessa barca e quindi aspiriamo tutti alla <em>vera democrazia</em>, non fa per me; a &#8220;sciatteria&#8221; sinonimo di &#8220;democrazia&#8221; sinonimo di &#8220;lassismo&#8221; di base per tutti, preferisco una monarchia che imponga una tassa speciale per il maestro di cerimonie a chi ancora si permette il lusso dell&#8217;analfabetismo che, inevitabilmente, legittima gli afoni civili ad alzare la voce contro gli altri, allorché dovrebbero alzarla solo contro se stessi. Ci sono regole fondamentali nell&#8217;estetica dell&#8217;espressione verbale che, a differenza di quelle in tanti altri campi, non possono essere aggiornate, figuriamoci a quale sfascio sociale si arriva pretendendo di aggiornare qualcosa che prima non si è imparato nella sua dogmatica e dittatoriale immutabilità.  Non occorre una vita per imparare tali regole una volta che si è consapevoli di non conoscerle e di storpiarle, sei mesi mettendoci un po&#8217; di comprendonio, e con meno concentrazione che richiedevano i diciotto mesi di servizio di naia di un tempo, sono sufficienti e servono ben di più di qualsivoglia spirito patrio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che pensiero importante può mai essere per la collettività quello che sin dalla prima battuta debutta deturpando un bene di tutti?  Chi aggiunge bruttura a bruttezza aggiunge un crimine personale alla criminalità già fin troppo bene organizzata. Chi non è in grado di formulare correttamente e in modo intelligibile un pensiero nella sua lingua madre non dovrebbe avere neppure il diritto di esprimerlo pubblicamente e, se questo diritto se lo prende, non gli si dovrebbe dare eco alcuna, e a chi ha un pensiero che va contro l&#8217;etica fondativa del mio pensiero di civiltà politica e della mia opera non è e non sarà permesso esprimerlo qui.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #888888;"> </span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #888888;">Aldo Busi</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ps a uno che ha appena comprato un iPad di ultima generazione, linguisticamente tarato, sembra, su canoni universali irreversibili e non mutabili secondo la volontà del momento dell&#8217;usufruttuario, ho fatto osservare che era la seconda volta che mi scriveva &#8220;egli a&#8221; e &#8220;essi anno&#8221; senza &#8220;h&#8221; e, avendomi lui risposto che il sistema non riconosceva che la preposizione &#8220;a&#8221; o il sostantivo &#8220;anno&#8221; e che cancellava le &#8220;h&#8221; davanti ai tempi italiani del verbo avere, ho consigliato o di buttare l&#8217;iPad o di non scrivere più a me</strong></p>
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		<title>Dio non conta</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 08:25:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Cavalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'inconsapevole saggezza del prezzemolo]]></category>
		<category><![CDATA[amici]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo:
Rispondo al primo commento di Coda: è chiaro che un&#8217;azienda privata e tanto più famigliare assume chi crede, figli nipoti amanti, e in prima persona pagherà l&#8217;eventuale spirito familistico con cui assume o licenzia, è ovvio che a me qui interessa discutere solo di quelle aziende statali o istituzioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo:</em></p>
<p style="text-align: justify;">Rispondo al primo commento di Coda: è chiaro che un&#8217;azienda privata e tanto più famigliare assume chi crede, figli nipoti amanti, e in prima persona pagherà l&#8217;eventuale spirito familistico con cui assume o licenzia, è ovvio che a me qui interessa discutere solo di quelle aziende statali o istituzioni tout court in cui tale tipo di assunzione e premiazione morosa fa ricadere costi e conseguenti danni sulle tasche dei cittadini; inoltre: gli amici si aiutano, si sostengono, si puntellano con atti privati, non con atti pubblici: pubblicare una recensione favorevole al mediocre libro/film/concerto di un amico è un atto pubblico criminale quanto truccare una gara d&#8217;appalto o un concorso universitario; a un amico incapace faccio semmai la carità con i miei soldi, non gli do una prebenda pubblica, una pensione d&#8217;invalido finto, una poltrona in parlamento, una collaborazione pagata con fondi pubblici, una cattedra universitaria eccetera, e a un amico nemmeno do un incarico privato, i cui riflessi finali sono pubblici e sconfinano fuori dall&#8217;orizzonte della nostra relazione, allorché qualcuno lo assolve meglio di lui: quando lavoravo alla collana ‘I Classici classici’ per Frassinelli e gestivo una discreta somma per le traduzioni, non ho mai affidato una traduzione a un amico, anzi, spesso l&#8217;ho affidata a un traduttore, secondo me eccellente, che mi era personalmente antipatico e al quale potevo anche essere odioso io; non ho fatto pubblicare i primi grandi successi letterari di Carmen Covito e di Alessandro Barbero perché erano miei amici, il secondo poi nemmeno lo conoscevo di persona, e di Covito sono stato davvero amico nei dieci anni in cui le rigettavo romanzo dopo romanzo perché secondo me immaturi e lei non era pronta come romanziera, intanto la tenevo occupata con le traduzioni (tutte meravigliose: <em>La lettera</em> <em>scarlatta</em>, <em>Il Novellino</em>, <em>Il Cortigiano</em>, <em>Claudine a scuola</em>), poi,  allorché ha scritto <em>La bruttina</em> <em>stagionata</em>, non aveva alcuna necessità di essere o non essere mia amica, gliel&#8217;ho fatto pubblicare e ha venduto trecentomila copie, con adattamenti e per il cinema e per il teatro; a un amico o parente o sodale politico o elettorale che vuole indebitamente approfittare della tua influenza e della tua forza contrattuale e della tua autorevolezza guadagnate sul campo, di fatto mettendole a repentaglio chiedendoti un favore con una sua pretesa inadeguata al bersaglio cui mira per vanagloria o supponenza o spirito sentimentalmente ricattatorio, si ha il dovere di dire di no e glielo si dice, punto. Se ti tocca fare da mediatore tra un privato e la società o anche solo una società, devi fare in modo che l&#8217;affare lo facciano mutualmente entrambe le parti, altrimenti astenersi o rigettare l&#8217;incarico di mediatore; poi ci sarebbe da fare tutto un discorso sul segnalare e sul raccomandare: la raccomandazione ha una sua forza di convinzione coattiva cui è difficile resistere, perché il rifiuto comporta una vendetta in agguato (è molto complesso rigettare il politico o il mafioso che raccomanda qualcuno a un&#8217;azienda privata o a compartecipazione statale o fosse pure a una produzione cinematografica o televisiva); a me è capitato, e capita, di segnalare persone eccellenti per dati incarichi in dati posti, tuttavia, proprio perché sono segnalate da me che non ho doppi fini e nemmeno li facilito, queste persone non vengono nemmeno prese in considerazione: potrebbero andare a occupare posti già riservati, cioè preventivati per raccomandazioni ricattatorie in agguato da una qualche stanza dei bottoni o delle asole del doutdes più triviale; non c&#8217;è azienda in libero mercato italiano che non sia legata a doppio filo con le ragnatele del potere ministeriale e paramafioso che può con una leggina farla sopravvivere o decretarne la morte. Io, di fatto, nel mercato del lavoro altrui non conto niente, non ho voce in capitolo nemmeno nel mellifluo mondo dell&#8217;arte contemporanea e dei galleristi che conosco come pochi (non sono in grado di promuovere nemmeno un grande e sconosciuto artista, cosa che potrebbe fare meglio di me qualunque ignorante damazza con i dané e le influenze mediatiche giuste per il suo bel pennellone), forse potrei ancora far pubblicare un romanzo anche di genere (sono uno scafato specialista dell&#8217;editoria settorial-alimentare, so distinguere tra un testo di letteratura e un cartaceo di cassetta e mi prodigherei per entrambi se ne valesse la pena, l&#8217;importante è non spacciare lucciole per lanterne), ma quanto a ottenere un lavoro dietro mia segnalazione be&#8217;, l&#8217;ultima volta che è successo è stato vent&#8217;anni fa per un traviato dall&#8217;eroina, come guardiano di tacchini in una sperduta zona morenica dell&#8217;entroterra gardesano dove non volevano andarci nemmeno i morti di fame subsahariani, e il proprietario dell&#8217;allevamento me l&#8217;ha preso perché, disperato per l&#8217;inutile offerta di lavoro ormai vacante da due mesi, o così o doveva ammazzare e sotterrare tutti i tacchini. Vedete: non creare alleanze, non volerne creare, non averne alcuna e essere ancora qui a raccontarlo, questa è stata la più inedita avventura mai toccata a essere umano e mitologico; il che va bene per me, non per chi è così ingenuo da contare su di me per sistemarsi, e tanto più se è un talento sicuro in un dato campo unito a una indiscutibile moralità sul piano personale e civile, poiché altri non potrei prendere in considerazione: se da solo potrebbe forse farcela, grazie a me, può solo perfezionare la sua rovina. L&#8217;unica cosa che rende sopportabile essere come me un dio in Terra è esserlo per niente e per nessuno.</p>
<p><strong>Aldo Busi</strong></p>
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		<title>Il sogno di una frase</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 23:59:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Cavalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'inconsapevole saggezza del prezzemolo]]></category>
		<category><![CDATA[Tolstoj]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo:
Stanotte ho sognato una frase altrui come se fosse mia. L&#8217;ho letta ieri, aprendo un libro a caso che si trovava lì accanto al water, e non mi è più andata via dalla testa, è la frase più bella delle prime cento pagine di Anna Karenina di Lev N. Tolstoj, nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo</em>:</p>
<p style="text-align: justify;">Stanotte ho sognato una frase altrui come se fosse mia. L&#8217;ho letta ieri, aprendo un libro a caso che si trovava lì accanto al water, e non mi è più andata via dalla testa, è la frase più bella delle prime cento pagine di <em>Anna Karenina</em> di Lev N. Tolstoj, nel sogno mi convincevo sempre più di quanto fosse indispensabile alla mia esistenza, la frase è indimenticabile, la mia esistenza no, ma non riuscivo a ricomporla, volevo farlo per trafugarla del tutto, perché non mi sembrava giusto che fosse stata scritta da un altro, perché chi l&#8217;aveva scritta non aveva altri intenti che essere descrittivo circa una certa giornata, non stava filando l&#8217;ossimoro più bello dell&#8217;Ottocento e, soprattutto, non lo stava indirizzando a me, ma a chiunque lo potesse decifrare e indossarlo con l&#8217;eleganza della disperazione tenuta sotto controllo&#8230; già, il sogno era dialettico, per come mi ricordo, non c&#8217;erano umani, animali, strade, case, odori, c&#8217;erano delle rifrangenze e tutte dovevano portare alla completezza di quella frase; una delle rifrangenze speculava sul mito dell&#8217;autocontrollo: è solo grazie all&#8217;autocontrollo che l&#8217;essere umano si distingue dagli animali, incapaci persino di capire perché non comprendono altro che l&#8217;istinto senza neppure saperlo; talvolta mi sono vantato di possedere autocontrollo per tentazioni che non mi tentavano affatto, che tentazioni non erano, ma che, a parte me, avrebbero tentato chiunque, dunque, data l&#8217;impossibilità di essere creduto, concedevo che, grazie al mio autocontrollo, avevo vinto quella (non) tentazione e tutti erano contenti, perché pensavano che potevo vincerla una volta ma non per sempre e che dunque ero un poveraccio come loro, solo in aspettativa, e dunque, come loro, &#8220;umano&#8221;, degno di quella commiserazione che andavano mendicando loro, non io di certo; autocontrollo non significa inibizione, anzi, ne è la negazione: il mio autocontrollo lo esercito a gridare fuori dai denti le mie verità, con tutto il teatrino della mimica annessa a dimostrazione che sono &#8220;preda&#8221; in quel momento del maggiore autocontrollo possibile; uno che sa solo tacere è un inibito incapace di autocontrollo, vittima e complice del controllo altrui; uno che conosce la disciplina dell&#8217;autocontrollo più rigoroso non è uno che, offeso a sangue, gira i tacchi e se ne va, è uno che usa l&#8217;autocontrollo per fare a pugni sapendo quando è il momento di fermarsi&#8230; e poi c&#8217;erano rifrangenze di varia intensità dialogica, perchè stavo parlando io e io mi rispondevo, come in un botta e risposta tra il vivo e il morto, risuonavo per tutto il corpo delle note di quei fonemi di quella frase che si incontravano, cozzavano, si separavano, andavano a riassemblarsi in altri modi, mi sentivo battuto come il Tempo ridotto dalla piccola Alice a un esercizio di solfeggio. Eppure la sapevo, la frase, dentro di me era lì, perfetta, amalgamata col mio midollo, e seppure non mia, pronta a uscire, così bella e lapidaria, così fresca e luminosa e rivelatrice, ma io non ce la facevo a contrabbandarla per farina del mio sacco e ho pensato che ero troppo solo anche per confezionarmi una menzogna tra me e me, che avrei risuonato come un tamburello bucato e che dunque era meglio se la frase stava nascosta dov&#8217;era; c&#8217;è anche da dire che ieri sera ho ricevuto la visita di una gazzella dei carabinieri, era molto tardi, le dieci, avevo detto che a quell&#8217;ora sarei stato di già a letto, ma hanno suonato il citofono lo stesso, e i due carabinieri mi hanno riferito che erano andati a fare un controllo al Centro Giovanile, fonte di un fracasso inaudito che da due giorni rintrona nelle case di un migliaio di cittadini esasperati e muti, inerti, vili, perché dove ci sono i preti non si interviene, tanto hanno sempre ragione loro, mentre io, dopo aver avvisato invano i vigili di Montichiari, reperibili solo sino alle sei del pomeriggio e poi più niente, sono andato alla rete da quei ragazzi rintronati da casse acustiche difettose e li ho affrontati a muso duro, anche se mi scappava da ridere e ero poco convincente, perché l&#8217;autocontrollo infine è anche causa di autoironia se lo sai usare bene, e alla fine i due carabinieri e io ci siamo messi a chiacchierare del più e del meno, cioè delle risorse ormai nulle che lo Stato dà loro in dotazione, e, fattasi in là la reciproca fiducia, uno dei due, prima di risalire in macchina, mi fa, &#8220;Dopo il tirocinio e dopo aver preso i gradi&#8230; ero giovanissimo&#8230; come prima destinazione mi mandarono a Reggio Calabria a vigilare sugli arresti domiciliari di un famosissimo boss dell&#8217;andrangheta lì lì per tirare gli ultimi. Non faccio a tempo a comparirgli davanti che lui dal suo letto mi fa cenno, debole debole, con l&#8217;indice, sussurra qualcosa che non capisco ma capisco benissimo che vuole che mi avvicini, io sono arrossito, no, avvampato, avevo, lo confesso, un po di tremarella, insomma, come inizio era piuttosto traumatico, io non dovevo neppure conferire con lui, così la consegna, ero lì da cinque minuti neanche&#8230; allora mi avvicino, mi prende una mano, e dice, &#8216;Prima impari che tu e io stiamo dalla stessa parte, meglio è. E&#8217; lo Stato che ci vuole così, io sono stato programmato come te e come siamo messi fa comodo a tutti&#8217;, e io gli ho risposto, &#8220;Carabiniere, mica avrà preso alla lettera un simile necrologio delle istituzioni!&#8221;, &#8220;No, altrimenti non sarei qui&#8221;, e io, &#8220;A lei, con millequattrocento euro al mese se fa la notte e la benzina razionata per andare in pattugliamento, comodo non fa di certo, e neanche a me, che non possiedo una sola cellula di spirito mafioso e sono perciò considerato una macchietta tra milioni di sacrosanti padri della Patria&#8230; certo, lo so anch&#8217;io che non esiste lotta alla mafia senza lotta alla politica, ma non essere correi attivi né con l&#8217;una né con l&#8217;altra mica è poca cosa, mi creda, con o senza divisa. E in alto i cuori!&#8221;, e l&#8217;eco di questo incontro, così corroborante nella sua franca e gentile brutalità discorsiva, s&#8217;è frammischiato al sogno della frase dandole una pulitura, un raffinamento in più, come se, per l&#8217;appunto, fosse una scultura non proprio di pietra ma di immateriale materia cesellata a una perfezione sovrumana &#8211; una scultura di ghiaccio sotto il sole, con entrambi che lottano, una per non farsi sciogliere, l&#8217;altro per non farsi raffreddare, in un punto di reciproca simpatia per la comune morte sospesa mentre la vita va e il bene è la rara pennichella del male che, stanco morto poveretto anche lui, si concede una tregua da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi mi sono stufato di tutto quel tira-e-molla mnemonico inconcludente e in un attimo mi sono indotto a svegliarmi, sono sceso nel bagno a pianoterra, ho preso in mano <em>Anna Karenina</em> e sono andato quasi a colpo sicuro, perché ricordavo il numero 9 in cima alla pagina, e l&#8217;ho trovata, e siccome non è detto che sia bella solo perché è bellissima per me, mi sembra un gesto del tutto fuori controllo quello di volere imporre la mia frase d&#8217;elezione ad altri.</p>
<p><strong>Aldo Busi</strong></p>
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		<title>Un test per i lettori del sito (speriamo non solo di quello)</title>
		<link>http://www.altriabusi.it/2011/05/13/un-test-per-i-lettori-del-sito-speriamo-non-solo-di-quello/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 12:56:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Cavalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'inconsapevole saggezza del prezzemolo]]></category>
		<category><![CDATA[Test per lettori]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo:
Sarò quasi breve: si parla sempre più spesso di non lettori, gentaglia che legge robaccia per induzione mercantile e demagogica &#8211; gialli di magistrati, romanzi criminalrosa di estensori di sceneggiature un tanto al quintale ambientate in Sicilia, libri di comici televisivi, di maghetti e di signori sempre con degli anelli e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo:</em></p>
<p style="text-align: justify; ">Sarò quasi breve: si parla sempre più spesso di non lettori, gentaglia che legge robaccia per induzione mercantile e demagogica &#8211; gialli di magistrati, romanzi criminalrosa di estensori di sceneggiature un tanto al quintale ambientate in Sicilia, libri di comici televisivi, di maghetti e di signori sempre con degli anelli e tavolta con un cockring, ricettari di cucina, libri impegnati a favore della pace, dell&#8217;ecologia, del terzo mondo, dello spinello e contro la mafia, contro se stesso mai, romanzi erotici, fumettistica nipponico-calabrese, critica letteraria, di costume, di una qualche propaganda fides: libri di genere, insomma, lontanissimi da ogni ombratura di Letteratura. Allora propongo un test, per stabilire se i lettori di altriabusi.it sono lettori o non lettori.</p>
<p style="text-align: justify; ">Nel 1997, all&#8217;interno della collana da me diretta &#8220;I Classici classici&#8221; per la Frassinelli, pubblicai <em>L&#8217;angelo della tempesta &#8211; Villette</em> (1853) di Charlotte Brontë, nella stupefacentemente bella, rigorosa e musicale traduzione di Lucio Angelini, un capolavoro in sé che dovrebbe essere adottato da ogni corso di traduzione in Italiano; tengo subito a precisare che è più probabile che troviate un Codice originale di Leonardo da Vinci presso un rigattiere che non questo titolo in una libreria italiana (potreste leggerlo in Inglese, ma sarebbe un peccato, per una volta, non approfittare di mettere gli occhi su una delle ultime testimonianze di quanto ricco e invidiabile sia stato il nostro dialetto quando ancora lo si poteva considerare una lingua a tutti gli effetti), quindi, chi lo vuole, si deve armare di testardaggine e tampinare un libraio o una biblioteca fino a che non gliel&#8217;avrà procurato o non gli avrà detto dove può trovarlo in giacenza.</p>
<p style="text-align: justify; ">Per quanto mi riguarda, se metto assieme alcune ipotesi temporali che suppliscano alla mancanza di ricordi specifici al titolo - scusabile, visto che la collana consisteva in un piano di cento romanzi, di cui sono stati pubblicati in tutto una novantina, prima che la collana venisse affossata perché &#8220;troppo alta&#8221; e quindi inappetibile al mercato -, è fuori discussione che, per averlo voluto far tradurre, l&#8217;avrò letto da ragazzo in originale e che l&#8217;avrò messo in cantiere già nei primi anni Novanta; da una indicazione del colophon, risulta che ringrazio &#8220;per il lavoro di revisione Gianna Lonza e Patrizia Fusetto&#8221;, le quali sono state fuori di dubbio coadiuvate dalla inappuntabile maestria di Sara Fioretta, editor supervisore della collana, quindi significa che la mia intransigenza, non solo filologica, si è abbattuta sull&#8217;Angelini allorché cominciai a leggere la sua traduzione e, originale alla mano, il risultato non mi quadrava del tutto; immagino che il traduttore capisse le mie riserve volente o nolente, e alla fine (di un paio d&#8217;anni?) abbia prodotto un testo di assoluta eccellenza. Bene: due settimane fa, mi capita in mano <em>L&#8217;angelo della tempesta</em> e mi dico, &#8216;Cos&#8217;è &#8217;sta roba?&#8217;, proprio come se lo vedessi per la prima volta, e prendo a leggerlo, all&#8217;inizio con qualche riluttanza, i dettagli delle precedenti letture affluiscono nebulosi, avanzo di poco, ma con un certo interesse, che presto si trasforma in crescente godimento. Finalmente un romanzo dove non succede niente, cioè la vita! Dove non ci sono né morti/moti ammazzati né colpi/corpi di scena a scadenza fissa, dove non c&#8217;è Internet, la televisione, Facebook, la cocaina, l&#8217;alcolismo, il jet set della malavita, la pornografia, il cold case ormai di rigore, un manifesto da firmare idealmente, dove i periodi filano perfetti e veloci anche per mezza pagina in una consequenzialità sintattica scientifica e leggera e, ovviamente, dove non c&#8217;è alcuna scena di sesso &#8211; e dove l&#8217;eroina, una misera istitutrice inglese senza famiglia sperduta su suolo francofono, non osa nemmeno confessare a se stessa il suo amore per un uomo, ritenendolo al di sopra delle sue virtù, dei suoi meriti e delle sue possibilità sia fisiche che sociali, in un dire tutto giocato sul non dire e in cui la rivelazione ultima del sentimento sta nel dettaglio più insignificante buttato lì come una goccia salata in un fiume di acqua dolce. Me lo bevo come un antidoto ai troppi veleni che ingurgita la gente attorno che non fa altro che tentare di ammorbarmi con la sua mancanza di gusto, di intelligenza, di buon senso, di sensibilità, perché il mediocre, anziché elevarsi a me, cerca di abbassarmi a sé e il suo accanimento non conosce sonno, io resto la sua preda più ambita.</p>
<p style="text-align: justify; ">Poi mi succede questo: dopo una settimana che ormai lo centellino terrorizzato dal poterlo finire troppo presto, parto per un viaggio di una settimana e lo metto in valigia, almeno credo, perché all&#8217;arrivo nella valigia non c&#8217;è e mi sento perduto, e non c&#8217;è giorno che non rifaccia la perlustrazione degli scomparti dei due bagagli per vedere se è in qualche anfratto (impossibile: è un volume di 694 pagine).</p>
<p style="text-align: justify; ">Stanotte, arrivato ormai verso la fine, mi sono chiesto: quanti saranno oggi in Italia ancora in grado di trovare meraviglioso e a ragione questo capolavoro? quanti si fermerebbero annoiati a pagina 10? quanti lo finirebbero sospirando perché non ce n&#8217;è più?</p>
<p style="text-align: justify; ">Allora se volete sapere se siete un lettore o un non lettore, leggete <em>L&#8217;angelo della tempesta</em> di C.B. e fatemi sapere. Magari sforzandovi di restare in tema.</p>
<p><strong>Aldo Busi</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Perpetua e prete per me pari sono</title>
		<link>http://www.altriabusi.it/2011/04/30/perpetua-e-prete-per-me-pari-sono/</link>
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		<pubDate>Sat, 30 Apr 2011 13:03:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Cavalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'inconsapevole saggezza del prezzemolo]]></category>
		<category><![CDATA[gayzzazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo:
Un mio amico da un anno, di cui neppure conosco l&#8217;orientamento sessuale tanto fra uomini è considerata una pillacchera populista da signorini di regime sprecare tempo in domande e precisazioni e pettegolezzi di tale tipo, scrivendomi di una persona invadente e lecchina e facendo il verso al titolo di un mio libro, le attribuisce il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo</em>:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un mio </strong><strong>amico da un anno, di cui neppure conosco l&#8217;orientamento sessuale tanto fra uomini è considerata una pillacchera populista da signorini di regime sprecare tempo in domande e precisazioni e pettegolezzi di tale tipo, scrivendomi di una persona invadente e lecchina e facendo il verso al titolo di un mio libro, le attribuisce il palmares di &#8221; Mister Gayno 2011, uno al quale basta mezzo coglione per prenderlo nel culo&#8221;. Ecco la mia risposta:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma lui non è un&#8217;eccezione! Gayno, ovvero piccolo e meschino gay, lo sono tutti i gay indistintamente definibili tali! Il gay più di sinistra è un fascista nato! La gayzzazione dell&#8217;omosessualità maschile è la forma più subdola e radicale dell&#8217;omofobia sociale introiettata col latte materno, è un odio di sé, prima ancora che per i propri nemici, come il travestitismo, il transessualismo, il machismo sado-masochistico, la donnizzazione e il mammismo, è il velo di vaniglia sopra un pan degli angeli andato a male che si manda giù malgrado i vermi. Non esiste un gay grande e libero: vivere l&#8217;omosessualità da gay e non da uomo integralmente e totalmente civile è da vigliacchi; i gay che si dichiarano e si vivono in quanto gay sono dei finti coraggiosi che si parano il culo, dopo averci rimesso le palle della virilità sociale per quello che è, con la vocazione ai servizi e ai servizietti della perpetua avita a vita, e una perpetua avita a vita può ben illudersi di brontolare o addirittura di alzare la voce: per chi la sente sta solo scoreggiando, e altra sua esternazione sonora non perverrà al mondo. Semmai doveva pensarci prima e ribellarsi subito a quel ruolo che è servile sia se sta china a sfregare le mutande del padrone maschio aureolato sia se sta ritta con un cartello di rivendicazione tra le mani contro i maschi crudeli. Se uno è perpetua, è perpetua perpetua: una serva nata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente, non esistono serve nate, vengono allevate apposta a sentirsi tali, e la loro perversa educazione consiste essenzialmente nel perfezionarne l&#8217;autolobotomizzazione e l&#8217;autocastrazione che le porterà inesorabilmente a essere serve nate felici di essere nate serve; l&#8217;omosessualità vissuta da gay e non da uomo-cittadino è una nicchia-cilicio sull&#8217;altare del sacrificio dei coglioni politici cui seguono, quale zuccherino una volta perduto il palato, le risibili battaglie, oggi già fornite con dotazione di cuscinetti antiturto, per i diritti di pochi, cioè le loro, che non riguardando nessuno, non riguardano che loro, che sono programmati per essere e restare nessuno e quindi per diventare gay, cioè uomini omologati a una cittadinanza di serie C (di sottogenere c.c., è inutile che scriva le etichette per intero) e siamo di nuovo a capo del circolo viziosissimo: il gay si morde la coda, e in culo ; la gayzzazione dell&#8217;omosessualità è una nicchia-ghetto che, per quanto ristretta e patita, è una sistemazione clericale da martiri-per-niente sempre più comoda di una messa in culo  all&#8217;aria aperta per i diritti di tutti a pari merito dei propri; si deve lottare da cittadini contro l&#8217;omofobia, non da gay o da bisessuali o da trans/trashgender o, rara avis, da eterosessuali per quanto illuminati, esattamente come da cittadini si lotta contro la violenza sulle donne, contro la pedofilia, contro lo sfruttamento della prostituzione minorile e la tratta di esseri umani; solo un uomo stupidamente disperato, e quindi solo un omosessuale disperatamente stupido, si piega alla rassegnazione civile, politica e infine umana di ridursi a gay, esattamente come solo un uomo stupidamente etero, e quindi solo un eterosessuale stupidamente normale, ripiega sulla rassegnazione civile, politica e infine umana di ridursi da un tutto a un cazzo, fosse pure un cazzo-da-figa - senza tenere conto del fatto che poi dietro ci sia in agguato o no un culo-da-cazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">O si è uomini tutti o non lo è nessuno, e nessuno è un uomo tanto speciale da esserlo di più o di meno di un altro uomo, donne in testa. La sessualità è un attimo per chiunque e va difesa nella sua irrinunciabile e non stigmatizzabile bellezza e poetica individuale democraticamente universale politicamente non appropriabile e ancor meno sequestrabile, è una propria banconota preziosa, sì, ma dentro la zecca comune del bene e del male pubblici, perché poi la vita ah, la vita! la vita, come la politica, è tutto il resto e io lo voglio indietro centesimo per centesimo, non faccio sconti né permetto a nessuno il potere di farmene o no a suo capriccio o convenienza.</p>
<p style="text-align: justify;">E sia chiaro: un gay è un povero disgraziato anche se diventa uno stilista miliardario o se addirittura si fa in due per diventarlo. Una perpetua non si riscatta con uno scherzo da prete, cioè neanche se fa una carriera da prete. Prendere i voti è l&#8217;ultima conferma della sua servitù di serva nata, di agnello sacrificale che al massimo ce l&#8217;ha fatta a diventare lupo, uomo mai. E baci, Aldo</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Del neologismo più importante della modernità: &#8220;democratura&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2011 10:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Cavalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'inconsapevole saggezza del prezzemolo]]></category>
		<category><![CDATA[neologismi]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo da Aldo Busi e volentieri pubblichiamo:
Essere ignoranti tutti a pari grado è l&#8217;unico modo oggi per credersi dei fighi bestiali, a parte &#8220;un leggero fastidio al vomero della spalla sinistra&#8221;? L&#8217;aratro è atavico, l&#8217;aratro, che nessuno sa nemmeno più com&#8217;è fatto, ritorna e si vendica, e un giorno, chi ne fa ora scempio, dovrà chinarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Riceviamo da Aldo Busi e volentieri pubblichiamo</em>:</p>
<p style="text-align: justify;">Essere ignoranti tutti a pari grado è l&#8217;unico modo oggi per credersi dei fighi bestiali, a parte &#8220;un leggero fastidio al vomero della spalla sinistra&#8221;? L&#8217;aratro è atavico, l&#8217;aratro, che nessuno sa nemmeno più com&#8217;è fatto, ritorna e si vendica, e un giorno, chi ne fa ora scempio, dovrà chinarsi sulla terra con la propria scapola e, se vorrà coltivare una spiga per sfamarsi, ben si meriterà, scheletrico com&#8217;è, di fare un solco con l&#8217;omero, evocando però tale Omero per pronuncia, o involontariamente o perchè, ormai, fa tendenza generale negli ossari della forma, &#8220;che è quel che è, basta ci sia la sostanza&#8221;, un osso all&#8217;osso, quest&#8217;ultima, buttato da ogni possibile distanza a un cane normale, rabbioso.</p>
<p style="text-align: justify;">La comunicazione, ridotta a poche icone di godimento universale e quindi alla nullità delle cose che è reso possibile e lecito comunicarsi, quale bene comune, gaudio intero?</p>
<p style="text-align: justify;">Una piccola considerazione di ordine linguistico e civile: che peccato che gli internauti, invece di inventarsi un linguaggio a misura della propria pregressa e stabilizzata ignoranza sintattica e grammaticale e lessicale, non abbiano approfittato della necessità di ritornare alla parola scritta per imparare le regole della propria lingua e le sfumature del proprio patrimonio etimologico! Come mi rattrista vedere gente laureata, imbattibile nel compitare i più fantasiosi segni demotici che dicono in blocco &#8220;allegria&#8221;, &#8220;consenso&#8221;, &#8220;dissenso&#8221;, &#8221;dolore&#8221;, &#8220;paura&#8221; eccetera grazie alla digitazione di un tasto, scrivere poi &#8220;un&#8217;amico&#8221; e non saper applicare la più semplice connessione tra i tempi verbali, sicché relazionare una loro frase dipendente alla frase principale diventa un incubo oggettivo! Avere cura di piazzare gli accenti &#8220;é&#8221; ed &#8220;è&#8221;, per esempio, significa avere cura della propria igiene e mentale e fisica, significa allenarsi alla lotta per il ripristino della giustizia sociale e costringere i delinquenti a rendere il maltolto e a provarsi, almeno, affinché a ciascuno sia dato il suo (anche se io non credo che neppure nel merito ci sia del merito: chi ha veramente del merito, oltre a non farsi mettere i piedi in testa da chi di sicuro non ne ha o ha solo il mediocre merito della sopraffazione e va castigato senza indugio, poi non ne approfitta per mettere i propri sulla testa altrui). Nessuna barricata avrà mai un qualsivoglia effetto politico stabilmente antifascista se poi non si ribaltano le sedie nel verso giusto e non si rimettono al loro posto, perché nessuna rivoluzione potrà mai rivoluzionare il modo di sedersi e il mezzo basilare per farlo. Buttata alle ortiche la forma &#8211; la cui suprema bellezza democratica starebbe nel fatto che ognuno, applicando le stesse regole per tutti, si fa la propria -, la sostanza è la stessa infestante gramigna indifferenziata per tutti, la dittatura aggiornata secondo le moderne tecnologie, la dittatura oligarchica della finta democrazia relegata al popolino che fa numero e la supporta, la rassegnazione alla <em>democratura</em> della vittima contenta, spesso tronfia dei suoi &#8220;contenuti&#8221; svuotati dall&#8217;alto, dei suoi &#8220;valori&#8221; senza sostanza perché non operati nella propria identità di individuo ma inculcati come un marchio di fabbrica seriale. Che altro è l&#8217;umano <em>sapiens</em> se non il <em>faber</em> della propria forma unica e irripetibile?</p>
<p style="text-align: justify;">Infine: dove non c&#8217;è forma, o la sostanza non c&#8217;è o non è tua. <strong>Aldo Busi</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sempinterno pesce d&#8217;aprile: l&#8217;uomo ideale di oggi è l&#8217;impunito di domani</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 06:14:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Cavalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'inconsapevole saggezza del prezzemolo]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Romano]]></category>
		<category><![CDATA[L'insonnia della ragione]]></category>
		<category><![CDATA[pesce d'aprile]]></category>
		<category><![CDATA[uomo ideale]]></category>

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		<description><![CDATA[SEMPITERNO PESCE D&#8217;APRILE: L&#8217;UOMO IDEALE DI OGGI E&#8217; L&#8217;IMPUNITO DI DOMANI
(avvertenza: ho avuto dal destinatario di questa lettera l&#8217;assenso a fare il suo nome)
Fabio Romano, un mio carissimo e coltissimo e bellissimo e spiritosissimo corrispondente pittore poco più che ventenne, un Giotto contemporaneo intinto in Frank Auerbach e in De Kooning e che amo come potrei amare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>SEMPITERNO PESCE D&#8217;APRILE: L&#8217;UOMO IDEALE DI OGGI E&#8217; L&#8217;IMPUNITO DI DOMANI</p>
<p>(avvertenza: ho avuto dal destinatario di questa lettera l&#8217;assenso a fare il suo nome)</p>
<p>Fabio Romano, un mio carissimo e coltissimo e bellissimo e spiritosissimo corrispondente pittore poco più che ventenne, un Giotto contemporaneo intinto in Frank Auerbach e in De Kooning e che amo come potrei amare una fredda proiezione della mia gioventù e dei suoi dolori e quindi in un modo che non si può più disinteressato, puro, nobile, protettivo, partecipe in modo attivo e pragmatico al successo delle sue ambizioni poiché dotato di grande talento e intelligenza e tanto da sollecitare la mia voglia di scrittura, in una sua email fa riferimento a un certo cinquantenne che conosco di fama e poi tra parentesi aggiunge &#8221;(quindi non fa per te)&#8221;; io gli chiedo, &#8220;che cosa significa &#8216;che non fa per me?&#8217;&#8221;, e lui risponde, &#8220;Troppo grande per te, è una considerazione ironica. A Roma continuavi a ribadirmi che l&#8217;incarnazione dell&#8217;uomo perfetto era il quarantenne!&#8221;. Gli ho risposto così:</p>
<p>Il mio uomo ideale è un uomo, quindi anche una donna, che condivida le spese quotidiane del vivere, e per spese intendo non solo luce, acqua, gas, benzina, manutenzione dell&#8217;habitat, derrate alimentari, ma le spese sociali che comporta vivere in due, entrambi strambi agli occhi dei più, in una società che respinge le coppie omosessuali o che non procreano, ma dovrei parlare al passato, perché il mio unico uomo ideale e reale per me finalmente l&#8217;ho trovato, e sono io, e non intendo lasciarlo più. Inoltre, da almeno vent&#8217;anni e a ben vedere trenta, ho perso ogni interesse sessuale verso gli uomini, l&#8217;organo sessuale maschile e l&#8217;organo cavo maschile usato non a fini defecatori (il che, per me, già sarebbe il massimo, vista la stipsi intestinale che mi tormenta) non mi emozionano più, sono stati polverizzati, ridicolizzati, desimbolizzati e a ogni scopata preferisco una sega propedeutica all&#8217;igiene degli organi interni, igiene personale come lo è farsi la doccia, tagliarsi le unghie o lavare le vedure col bicarbonato prima di mangiarle dato che vanno espulse; ne consegue che il mio uomo ideale, proprio come una donna ideale, in più dovrebbe scindersi in una sana schizofrenia funzionale al vivere insieme e lasciarmi perdere sessualmente e andare a soddisfarsi altrove senza lasciar venire meno il principio affettivo e di solidarietà nei miei confronti, quindi che abbia &#8211; intendo dire &#8220;che avesse avuto&#8221;, al passato più ipotetico dell&#8217;autofiction - vent&#8217;anni o trenta o quaranta non ha alcuna importanza &#8211; cinquanta è davvero troppo, cominciano a puzzare di carogna di vecchio caprone e, per amor proprio malriposto fin nell&#8217;olfatto, neppure si danno conto che io puzzo un bel po&#8217; più di loro. A ben pensarci, il mio uomo ideale basta soddisfi l&#8217;unica condizione sintesi di tutti i requisiti sovraelencati: che sia pazzo, quindi eventualmente pazza, lo sappia, lo dia a vedere e stia di cuor contento. Per me gli uomini e le donne oggi sono quelli che ieri sera tardi in branco, una sporca dozzina di adolescenti alquanto elegantini, hanno manomesso il contatore del gas, fatto saltare il videocitofono con una carta-bomba, divelto lo specchietto retrovisore di tutte le auto trovate al loro passaggio, sferrato pedate a tutte le portiere, suonato a tutti i campanelli della via dandosi poi alla fuga ridendo felici, firmati e fatti. Un giorno saranno maturi per accoppiarsi e procreare e, essendo uno per uno l&#8217;uomo ideale di qualche ignara disgraziata, quindi eventualmente un disgraziato, qualcuno se li prenderà in casa o ci andrà a vivere insieme. Sapere che non potrò essere io, che tanta scalogna non toccherà a me, che a tanta malasorte da maturi è preferibile una morte fulminante in culla renderebbe dolce e meraviglioso ogni mio istante anche se fossi un eremita in un bunker sotterra che si nutre delle proprie feci e della propria orina fino a esaurimento scorte, figurarsi così, all&#8217;aria semiaperta e per i miei fabbisogni già fin troppa. E baci, <strong>Aldo</strong></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Montale, Tiziano e altre spiegazioni che non spiegano niente</title>
		<link>http://www.altriabusi.it/2011/02/19/montale-tiziano-e-altre-spiegazioni-che-non-spiegano-niente/</link>
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		<pubDate>Sat, 19 Feb 2011 16:56:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Cavalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'inconsapevole saggezza del prezzemolo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il lettore Antonio Coda, riferendosi alla recente intervista televisiva di Alba Parietti ad Aldo Busi andata in onda su la 7D, scriveva nel finale del suo commento interno a &#8220;All&#8217;amore si comanda&#8221;: 

A proposito dello spreco: mi rimane solo un dubbio, o meglio: una curiosità, per un piccolo “irrisolto” in quanto è stato detto da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Il lettore Antonio Coda, riferendosi alla recente intervista televisiva di Alba Parietti ad Aldo Busi andata in onda su la 7D, scriveva nel finale del suo commento interno a &#8220;All&#8217;amore si comanda&#8221;: </em></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">A proposito dello spreco: mi rimane solo un dubbio, o meglio: una curiosità, per un piccolo “irrisolto” in quanto è stato detto da Aldo Busi a proposito dei suoi rapporti con Eugenio Montale. In una prima fase Aldo Busi riporta che Montale lo ha definito la più grande intelligenza sprecata di Milano, in una seconda fase dice che, nei quattro cinque contatti in tutto che ci sono stati tra Montale e Busi, Busi non gli abbia mai detto di essere uno scrittore. Mi sarebbe piaciuto sapere come si fosse dipanata questa conoscenza, così esigua ma fin da subito illuminante. Se l’intervista fosse potuta filare liscia, chissà: forse anche questo piccolo nodo si sarebbe potuto disciogliere – o forse no – per comporsi in un’altra delle costruzioni verbali che sono un po’ il marchio di Aldo Busi e che allo scrittore riescono sempre aree e arabescate, anche quando elaborate coi ferri corti e roventi.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Aldo Busi, che ringraziamo di essersene lasciato suggestionare, ci ha inviato il testo che segue:</em></p>
<p style="text-align: justify;">Perché c&#8217;è gente, oltretutto mai incontrata di persona, che scrive a me e ancora e ancora a me, che magari neppure rispondo una prima volta, invece di scrivere a un Caio o una Caia come loro che di sicuro gli risponderebbe? Perché l’anonima schiappa, lo stalker in potenza e già di fatto, vuole entrare in contatto con una star a ragione indisponibile invece di rivolgersi più sensatamente al dirimpettaio di pianerottolo con cui condivide e condividerà tutto un destino di frustrazioni e di ambizioni sbagliate e di destinatari, protettori, promotori impropri? Io, almeno, Eugenio Montale l&#8217;avevo conosciuto, ero stato anche parecchio servizievole con lui, potevo anche osare illudermi che si ricordasse di me e mandargli due righe (o duecento, ma non credo siano state più di venti ogni volta), non era da escludere che mi rispondesse, mica gli chiedevo vaglia postali, mica l&#8217;angariavo con la mia fame e sonno e gonorree e disperazioni varie! Mica gli chiedevo di leggermi un manoscritto! Mica lo supplicavo di instradarmi verso un provino! Credo che la mia seconda lettera, da Londra, mostrasse un che di infastidito, visto l&#8217;esito che aveva sortito la mia prima, forse un che di sotterraneamente aggressivo, ma niente di davvero inquietante.</p>
<p style="text-align: justify;">In linea generale dirò questo: che tra i tredici anni e i venticinque ho cambiato tante e tante di quelle città e lingue, tanti e tanti di quei lavori, letti, treni, parchi, ospedali, medici, miti, dolori, libri, uomini e maniaci che già a trent&#8217;anni non mi ci ritrovavo più, cercavo di dare una cronologia e incappavo in madornali salti di date e luoghi, perché l&#8217;errore di base stava nel dispiegare uno dopo l&#8217;altro fatti e luoghi e esseri umani che invece erano l&#8217;uno sopra l&#8217;altro contemporaneamente; per anni mi sono chiesto come avevo potuto essere stato in Germania alla Siemens e in Francia in un&#8217;agenzia di trasporti mentre ero in Spagna sulla Costa Brava a fare l&#8217;agente immobiliare, per scoprire che ero stato allo stesso tempo dappertutto, magari un mese di forsennati andate e ritorni, e che in verità non avevo fatto tre lavori uno dopo l&#8217;altro in tre luoghi diversi, ma che per molti periodi facevo tre lavori insieme nella stessa città, senza dormire; anche tutta l&#8217;azione di &#8220;Seminario sulla gioventù&#8221; è sballata (di un anno) rispetto agli accadimenti autobiografici, semplicemente perché tra i trentaquattro e i trentasei anni, periodo dell&#8217;ultima stesura prima della pubblicazione, io proprio non riesco a decidermi se Barbino, alla luce di tutto il dedalo di esperienze pregresse, può mai incontrare Arlette nel &#8216;68 (e ancora oggi io non so se a Parigi arrivo prima del &#8216;69 o durante). Siccome tendo a dimenticare, a cancellare più che posso tutto ciò che riguarda i miei incontri, ogni tanto sparo un mezzo ricordo in malafede, sperando o di farla franca o, se cado in contraddizione, di essere chiamato a dare spiegazioni, cosi ne approfitto per darne innanzitutto a me, che, se non sono obbligato, non ho alcuna convenienza a ricordarmi di niente e di nessuno tanto tutto e chiunque mi fa venire il sangue alla testa per la rabbia, lo sconforto, il senso di impotenza, la desolante pena e arsura da sete di vendetta che provo come se non fossero passati decenni ma attimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco allora che, a una mia dichiarazione durante una trasmissione televisiva, un Vostro lettore fa un&#8217;osservazione giusta che merita una spiegazione: come fece Eugenio Montale a dire a Busi che era &#8220;la più bella intelligenza sprecata di Milano&#8221; visto che Busi afferma che a Montale non disse mai che scriveva &#8220;anche lui&#8221;? Il lettore ha ragione: infatti Montale non mi disse mai una cosa del genere, e pochissime anche di altro. Questo complimento restrittivo mi fu fatto in effetti da un giovane che chiamerò Tiziano per il rosso di certe vene, un ragazzo di qualche anno più di me, che gestiva uno sfiziosissimo negozio di scarpe accanto alla libreria in via della Spiga poco prima dell&#8217;angolo con via Montenapolone scomparsa, credo, due decenni fa. Tiziano mi conosceva ben più di Montale, era di una simpatia travolgente, alto, ben piantato, non mi usava alcun snobismo a differenza degli altri negozianti e commessi perché facevo il cameriere, aveva letto parecchio e, anche se non era il mio tipo, spesso, a fine giornata per entrambi, tirava giù la serranda e noi due restavamo all&#8217;interno e riapparivamo mezzo accoppati e allegrissimi entrambi un circa due ore dopo. Scopavamo ridendo come matti, io, almeno, aveva un cazzo così grosso, grasso e lungo che gli prosciugava il sangue, ma mai dalla testa, e il suo improvviso tendere al cianotico seppur pastellato, unito a veri e propri tartagliamenti, a me dava una ridarella irrefrenabile, cosa che lo eccitava ancora di più, perché, quando decidevo di smettere di ridere davanti a quella meraviglia meneghina, si avventava su di me quasi con spirito vendicativo, ma non lo facevo apposta, non del tutto. La peculiarità di fare all&#8217;amore con persone di mondo o tra ragazzi entrambi o borghesi o di aspirazione borghese, a differenza del farlo per un borghese con un borgataro o tra proletari, è che non restava alcun senso di colpa e di vergogna, anzi, e che l&#8217;amicizia, per quanto all&#8217;acqua di rose, ne usciva rinsaldata. Neppure Tiziano mi ha mai invitato a una cena tra i suoi conoscenti della Milano bene, mi ha sempre incontrato con addosso la mia giacchetta di camerierino volante (andavo in giro a portare le comande nei vari negozi), e il fatto che, lui così elegante, mi salutasse se mi incrociava nei dintorni, per me era già tanto, mi sentivo socialmente in via di consistenza e, per riconoscenza, gli facevo vedere il culo senza però darglielo, mi sembrava che farsi inculare fosse una cosa, come dire, troppo da architetti di interni, ecco (proprio a un simile campione del boom economico italico dovevo il mio primo scolo metropolitano), e io non avevo che la terza media, da qui le due ore di tira-e-molla per tacitarlo senza rimetterci un&#8217;emorragia o il suo saluto. Comunque, avevo già programmato la laurea.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, sì: mentre a Tiziano facevo leggere i miei racconti (di cui parla Piero Bertolucci nella sua originale e ormai antica premessa a &#8220;Seminario sulla gioventù&#8221;: la casa editrice Adelphi, presso la quale lavorava il Bertolucci, era  a San Pietro All&#8217;Orto, trenta metri dal Bar Pinguino in via Verri dove lavoravo io), a Montale no &#8211; voglio sottolineare che Tiziano, malgrado la bellezza un tantino ricercata del mio eloquio e della mia prosa, continuava a trovarmi non un pesce lesso come per ogni italiano medio la cui libidine scema davanti a qualsiasi elaborazione intellettuale, bensì sempre più arrapante e sequestrabile dietro la serranda come un Villon in erba, poeta che avevo scoperto proprio grazie al nome del negozio.</p>
<p style="text-align: justify;">A Montale, dunque, non ho mai fatto leggere niente, e di sicuro non gli ho chiesto mai di leggere un mio racconto, mentre ero già salito al terzo piano dell&#8217;Adelphi, dove portavo gli aperitivi, con sottobraccio l&#8217;ultima stesura del momento del titolo che un diciotto anni dopo si sarebbe trasformato in &#8220;Seminario sulla gioventù&#8221;; è probabile che a Montale io abbia riferito questa definizione di Tiziano su di me, certo aspettandomi che mi chiedesse, &#8220;Perché mai?&#8221;, e già con un discorso pronto da fargli con tutte le rivelazioni del caso sul mio genio letterario, ma lui fece scena muta o al massimo avrà bofonchiato, &#8220;Ah sì?&#8221; e io ho chiuso l&#8217;argomento di nessun interesse per lui, che circa un lustro prima si era visto scavalcato da Quasimodo nell&#8217;assegnazione del Nobel e che doveva rodersi in ben altri grattacapi da primadonna mancata; un&#8217;altra ipotesi è che Montale l&#8217;abbia sentita da Tiziano, ma dubito: ammesso si siano mai parlati, non erano tipi da perdere tempo e chiacchiere su un cameriere, un cameriere che scriveva, poi! Tuttavia, non ricordo più per che vie traverse, forse durante una mia battuta notturna alla Stazione Centrale dove andavo a cacciare sesso negli straordinariamente ben forniti cessi a destra se ti mettevi di fronte ai binari, avevo conosciuto Nico Naldini, cugino di Pasolini per parte di madre, che però non si muoveva da un tavolino del bar-ristorante e da lì smistava verso casa i più belli che, magari tossici, avevano perso più di un treno, e qualche volta ci siamo anche parlati, sebbene a me Naldini facesse istintivamente quasi senso nella sua morbosità cattoerotica alla Testori &amp; Pasolini, e Naldini e Montale si frequentavano, e di questo incontro, tralasciando il perché e dove io avessi conosciuto il Naldini, o io avevo parlato con Montale o a costui era stato riferito dal Naldini stesso (al quale avevo fatto avere tre racconti, finiti poi sulla scrivania di Alberico Sala, un giornalista del ‘Corriere della Sera’ molto famoso, scoprii in seguito, anche tra i frequentatori dei cessi pubblici di Piazza Duomo gestiti dalla benemerita Wanda, e che poi incontrai anche in privato, in un&#8217;auto, per parlare dei miei racconti, dandomela subito a gambe allorché osò sfiorarmi una coscia).</p>
<p style="text-align: justify;">A ben pensarci, non credo di essere stato così eroico dal tacere a Montale, rinomata firma elzevirista del ‘Corriere della Sera’, di questa mia conoscenza col Sala&#8230; quindi rivelandogli, indirettamente solo per furbizia retorica,  che &#8220;scrivevo anch&#8217;io&#8221;? Ma nella mia memoria non c&#8217;è traccia di una sua qualsiasi reazione a questo mio sensazionale raccordo mondano, quindi opto per l&#8217;eroismo più discreto da parte mia, anzi, silente, santamente maniacale, perché o le cose stanno così o Montale era proprio un povero cristo fatto e finito che aveva fatto carriera e questo non è vero, perché le sue prose e il suo acume linguistico sono, a differenza delle sue poesie, splendidi anche oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">La domanda ago-della-bilancia cui non so rispondere è però un&#8217;altra: avevo confidato a Montale che il mio più grande desiderio era incontrare Guido Piovene, di cui avevo letto tutto, che abitava lì a due passi, in piazza Bramante, di lato alla casa del Manzoni, e che, tramite il maggiordomo cui all&#8217;alba facevo la posta all&#8217;edicola, riceveva da me biglietti di supplica ammirata che sono caduti nel vuoto uno dopo l&#8217;altro? Montale era piccato dal fatto che un giovane lo vedesse solo qual ponte verso un altro letterato, per di più nobile e straricco? Escludo di averglielo mai detto, perché se non fosse così, la frase &#8220;Sei la più bella intelligenza sprecata di Milano&#8221;, avrebbe potuto con ogni diritto pronunciarla lui (Piovene è davvero una nullità pompata dal Potere, e forse quale nullità era già stato archiviato negli anni Sessanta, ma io venivo dalla campagna bresciana, dovevo ancora aggiornarmi, e poi ero troppo ragazzino e troppo autodidatta per mettere insieme tanti cocci critici dispersi tra Fascismo &amp; Letteratura e quindi campanilismo clericale; leggevo Piovene, Comisso, Malaparte, Buzzati come se fossero sostanzialmente diversi da Massimo Bontempelli e da Giovanni Papini, cioè meno mediocri di Indro Montanelli e Giuseppe Prezzolini e Leo Longanesi: non è rimasto niente di nessuno, tutti dei Pitigrilli da clan estinti con loro, e adesso mi chiedo che cosa si illude mai di fare la casa editrice Adelphi comperando i diritti di Carlo Emilio Gadda, che bisognerebbe decidersi a lasciar riposare in pace senza più stuzzicare con resurrezioni fuori tempo massimo anche per una proroga al senso del ridicolo editoriale).</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi: a) Montale sapeva che io scrivevo, anche se non lo seppe da me, ma questa certezza m&#8217;è venuta anni e anni dopo, lui morto, io al momento delle nostre uscite a piedi non potevo nemmeno contemplare l&#8217;ipotesi di disturbarlo con un&#8217;enormità del genere, b) ascrivendo io a Montale una frase per me lusinghiera dettami in verità da un altro, sono precipitato nella mia mitomania di gioventù allorché prendevo forza dove potevo: non ho mai rappresentato niente per Montale, a parte un solido bastone ad altezza naturale cui appoggiarsi gratis, perché mai una sola volta si è fermato in un bar per offrirmi una bibita o un gelato, mai, c) non mi perdono di aver prestato tanta attenzione infermieristica a un rozzo egocentrico del genere: ma come, hai Aldo Busi sotto il naso, sai che scrive e nemmeno ti degni di dirgli, &#8220;Sei la più bella intelligenza sprecata di Milano&#8221;, almeno per il suo acceso anticlericalismo masochistico che tu ti sogni? Ma dove hai gli occhi, il cuore, la mente, la&#8230; poesia?  Ho ascritto a Montale questa frase per riscattarlo nel mio ricordo di uomo insulso, di intellettuale accecato dalla sindrome di classe da cui io ero escluso per censo, per rivalutarlo, ecco, per scusarlo di non aver mosso un dito per me se non per indicarmi che via prendere sorreggendolo, di non aver provato alcuna curiosità per me che, certo, se non interrogato, non parlavo per primo nemmeno con lui. Oggi, tra i due, toccherebbe a lui, e quindi a chiunque altro, sentirsi onorato di avermi potuto sfiorare nella mia giacchetta bianca di gioventù.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa vent&#8217;anni fa, ho avuto occasione di parlare di me e Montale con Maria Luisa Spaziani, sua amica storica, e mi è sembrato di capire che lei sia stata al corrente che a metà degli anni Sessanta ogni tanto lui incontrava un cameriere giovanissimo che nel suo giorno di riposo gli prestava il braccio per brevi passeggiate tra via Bigli e San Babila, e sono rimasto talmente stupito che anche ora penso di aver sentito fischi per fiaschi, e tuttavia ricordo fuori di dubbio che la Spaziani, cogliendo un suo riposto e malizioso pensiero nel ricordo della mia sola telefonata a Montale e del suo seguente invito a salire su a casa sua, concluse che avevo fatto bene a non accettare l&#8217;invito, che avrebbe potuto essere molto imbarazzante, che mi avrebbe messo le mani addosso, ma forse l&#8217;ha detto o per prendermi in giro (Montale viveva con un mastino di governante) o per diffondere la voce che anche il suo esimio e asettico e pudibondo amico avesse avuto un che di sessuale da qualche parte.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;unica cosa certa, è che, mentre al dolce e gentile e spiritoso e sanguigno Tiziano non ho mai inviato una cartolina, a Montale io ho scritto ben due volte, una da Parigi e, un anno dopo, come dicevo, una da Londra e che non mi ha mai risposto, né so che le mie due lettere, che oggi nel panorama della letteratura del mondo varrebbero ben di più di tutta la sua opera, siano mai state ritrovate tra le sue carte di fregnone col Nobel e catalogate; quindi, se anche le ha degnate di uno sguardo, le avrà buttate subito nel cestino della carta straccia. Ed è soprattutto per questa ragione che, circa dieci anni fa, ho deciso di togliere da &#8220;Seminario sulla gioventù&#8221; il nome &#8220;Eugenio Montale&#8221; per sostituirlo con Genio Scopale, per toglierne il ricordo del tutto o per non essere proprio io a dargli ulteriore vita immeritata - inoltre, il secondo risulta ormai meno di fantasia del primo, e a ben vedere, stessa cosa per il pittore Bepi Mani, che ha sostituito &#8220;Virgilio Guidi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">A proposito: che nessuno mi chieda se sono stato prima a Milano a lavorare al Bar Pinguino o a Venezia al Graspo de Uva: non lo so, non voglio saperlo, e ho le mie concitate, incacchiate ragioni.</p>
<p style="text-align: justify;">E ora chissà quante imprecisioni consapevoli e no ci sono in queste spiegazioni che non spiegano niente! Non più tardi di due settimane fa asserivo, in tutta buonafede, che avevo sedici anni quando fui assunto al Bar Pinguino, ma non è vero, ci ho riflettuto, a sedici anni ero al Bellevue di Cortina D&#8217;Ampezzo, ne avevo diciassette quando lavoravo all&#8217;Hotel Terminus di Piazza della Repubblica e diciotto quando passai al Bar Pinguino e da lì andai a Parigi &#8211; credo, ma forse domani salta fuori che ho fatto una sosta a Baden-Baden, perché una stagione da sbarazzatavoli e di facchino l&#8217;ho fatta anche nel più bell&#8217;albergo termale del posto.</p>
<p style="text-align: justify;">Montale, anche se fosse vivo, non potrebbe esserlo di più di quanto non lo fosse quando ancora lo era e non scendeva dal marciapiede senza avermi scaricato addosso tutto il suo insensibile lardo, e poi che cosa potrebbe o no smentire? La frase che impropriamente gli ho messo in bocca non è poi così stupida, e oggi, col senno di poi, non troverebbe forse un imperdonabile delitto di lesa maestà supporgli addirittura un ossimoro su una caccola ambulante come me. E poi, bisogna tener conto del contesto televisivo, del taglia-e-cuci e della intervistatrice isterica, ignorante, presupponente che mi ha appena accolto con un&#8217;offesa cui avrei dovuto rispondere con un pugno tra le ganasce e basta e con la quale cerco malgrado tutto di farmi intendere, e l&#8217;unica maniera è essere sommari, imprecisi, rassegnati al pressappoco, perché lei dispone di cinquanta nozioni e di altrettanti vocaboli e non sa occupare la scena, io di cinquecentomila e ho un senso del ritmo e un fiuto dell&#8217;insieme più unici che rari, e la meglio l&#8217;ha lei, che mi interrompe, si inalbera, non sa né approfittare del suo turno di silenzio né ribattere. Se invece di Alba Parietti avessi avuto a che fare con Aldo Busi, non avrei detto questa bugia ovvero pettegolezzo inventato lì per lì per amore di una sintesi comprensibile anche a una poiana imbalsamata, non mi sarei agganciato a questo innocente arbitrio narrativo per riassumere un tempo anche culturale e generazionale, non solo mio personale, di cui la donna bellona ignora tutto (non che questo sia di per sé una colpa, ma colpa è non permettere all&#8217;ospite di raccontare per il fastidio di doverlo anche ascoltare). Io ho rilasciato negli ultimi anni una sola intervista televisiva degna di passare alla storia dell&#8217;adesione a me stesso e alla mia brama di portare a galla quanto intravedo di torbido nel fondo senza scadere nell&#8217;approssimazione cui mi risolvo per deficienza dell&#8217;intervistatore: quella fattami da Barbara D&#8217;Urso. Essa sarebbe stata impossibile se invece della signora D&#8217;Urso e della sua magistrale, scaltra &#8220;umiltà&#8221; mi fossi trovato davanti Simona Ventura o Lilli Gruber, che non sanno né interloquire né ascoltare, che continuano a interrompere alla cazzo di cane e fuori contesto per la paura di essere nel frattempo scomparse del tutto dalla faccia non solo del teleschermo e, temendo di inimicarsi il loro punto di riferimento aziendalpolitico, prendono a dissociarsi a mitraglia come se importasse qualcosa a qualcuno anche se concordassero, che procedono per luoghi comuni vecchi come il cucco e figaggini dialettiche schierate a difesa della polvere del passato che furono e in cui si sono imbalsamate per darsi una parvenza di presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la vera morale che ignoravo allora e fino a un istante fa è: non scrivete a Montale, scrivete a Tiziano!</p>
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