Silvio Schettino e i gay di regime – Un articolo di Aldo Busi

Pubblicato il 14 febbraio 2012

Pubblichiamo un articolo a firma di Aldo Busi apparso oggi, 14 febbraio 2012, sul “Fatto Quotidiano”. L’articolo rimarrà in homepage per quarantott’ore, dopo di che cederà il posto all’appello in favore di Busi che ci siamo ripromessi di tenere in vista fino alla data del 7 marzo sperando di veder crescere ancora il numero delle adesioni.

Ammettiamolo: la battuta di Silvio Berlusconi nell’intervista al mensile statunitense The Atlantic, “Tanti gay in giro? Meglio, meno concorrenza”, è la meno stupida che possa fare un eterosessuale e a maggior ragione se vecchio eterosessuale e eterosessuale vecchio – non solo anagraficamente, anche antropologicamente e culturalmente vecchio. Quindi, se è la meno stupida, è al momento anche la più intelligente a disposizione di chi voglia esporsi sul tema rischiando comunque di dire una sciocchezza – citandomi: “più uno pensa qualcosa dell’omosessualità, più è stupido”. La battuta di Berlusconi non porta con sé strascichi della rancorosa omofobia tipica di chi da ragazzo dell’oratorio è stato palpeggiato dai preti o, peggio, non è stato palpeggiato dai preti mentre i suoi compagni più belli, più sensualmente morbosi, più alti sì, e non se ne dà pace per tutta la sua vita di bruttino o di bruttone invidioso: Silvio è stato un bel ragazzo e, intraprendente e caritatevole com’è, avrà provveduto lui a gratificare le suore a tiro più meritevoli del suo tocco carismatico.

L’aspetto inquietante, semmai, della battuta non riguarda affatto i limiti culturali e umani e sessuali e politici di Berlusconi, ma dei gay, di regime per intrinseco Dna cattolico, che per lui e i suoi modelli di vita e il suo modo di amministrare (?) il bene pubblico non hanno mai rappresentato in Italia una concorrenza ideologica e politica ed economica, visto che i loro limiti, di vera sudditanza ai cliché del machismo e del disimpegno a strenua difesa del proprio particulare, ovvero sesso ad personam, sono anche peggio, cioè del tutto simili a quelli dei loro colleghi e sodali eteroni familisti e puttanieri di regime, e a cambiare la situazione non saranno certo le prese di posizione di una manciata di militanti gay che di mestiere fanno i gay al soldo pubblico che difendono (?) i gay che se ne fregano di venire difesi. Già di per sé l’etichetta “gay” è indifendibile oggi. È come continuare a vivere negli anni Settanta sotto l’influsso dei movimenti di rivolta americani alla Stonewall (1969) senza ancora crearne di propri – il che è come continuare a ringraziare e omaggiare gli americani per lo sbarco in Normandia: per qualche decennio va bene, poi il troppo stroppia –, però guai a ricordarlo ai gay italiani, il cui massimo apporto alla costruzione civile del Paese è dato dal loro afflato di nostalgia di massa e di fancazzismo civile.

Quando mi si dice che i gay mi detestano, malgrado io non abbia fatto altro che proteggerne i diritti ma da un altro e ben più vasto punto di vista, mi si conferma che avevo visto giusto: se Berlusconi con la politica ha in diciassette anni triplicato le sue fortune, è innegabile che i gay italiani, se rapportati agli standard di civiltà e vivibilità e urbanità raggiunti dagli altri paesi europei e addirittura dal Sudafrica, hanno triplicato le disgrazie della loro condizione giuridico-sociale di pecorelle smarrite per statuto, le quali tutt’al più fanno salotto carbonaro nell’ovile di una sauna o di un confessionale.

Lo stato dei “gay ” italiani è, paradossalmente, paradigmatico dello stato degli italiani tout court che protestano al meglio al riparo del loro focolare domestico: quando gli estremi si toccano, è perché tanto estremi non sono. Premesso che, a scorrere la quarantina di leggi ad personam di quest’altro Ventennio ancora in corso e inghiottendo l’amaro calice del decisivo apporto della Sinistra di potere che le ha votate, è inevitabile concludere che il berlusconismo è stato ed è davvero bipartisan come ha scritto Travaglio e premesso che, mi ri-cito, “meglio un nemico vero che un finto amico”, ora, però, la domanda conclusiva da farsi è un’altra: se il governo Monti – che meritatamente ha carta bianca nella manutenzione dell’economia e non può ignorare che l’unica maniera per sanare l’economia di una nazione moribonda è sanare l’etica malata che vi soggiace – cominciasse a smantellare quelle leggi ad personam volute dall’ex (?) presidente e non rischiasse di apparire sempre più la carta ricalcante in bella copia vaticana del governo precedente (?), seppure con la non indifferente differenza, va ammesso, di essere efficiente, che ce ne importerebbe di star qui a commentare una esternazione non stupida, anzi, la più intelligente possibile in materia, di un uomo che per il resto, in cabina di comando non certo in solitudine, sta all’Italia come il comandante Schettino alla Costa Concordia e non è neppure agli arresti domiciliari?

Aldo Busi


7 responses to Silvio Schettino e i gay di regime – Un articolo di Aldo Busi

  • Vincenzo Politi scrive:

    Ogni punto interrogativo meriterebbe una risposta lunga almeno tanto quanto l’articolo stesso. Aldo Busi queste risposte non ce le da. Perché sono ovvie? No; almeno, non sempre; o comunque, non solo. Semmai perché queste risposte che non ci da nessuno, “nemmeno” Aldo Busi, dobbiamo darcele noi.

    Ogni punto interrogativo é un invito, tutt’altro che spassionato, a far funzionare i nostri cervelli inebetiti da decenni di lamentele fini a se stesse, sbuffate fra un aperitivo con gli amici e un pranzo familiare della domenica, sfogate sulla martoriata tastiera di un portatile ultra-compatto o attraverso l’ultima applicazione dell’ultimo modello di I-Phone che tutti noi, poveri e impotenti Italiani, possiamo comunque permetterci.

    Tutto l’articolo é un invito all’amore; non all’amore “di regime”, sia esso regime politico o cinematografico, ma all’amore che significa recupero della ragione (anziché sua perdita), risveglio e dei sensi e della sensatezza (non sonno profondo, piú profondo di un coma profondo), rispetto. Un invito, quindi, all’amore per l’Italia, per gli Italiani e dunque per noi stessi.

    Un saluto, pieno di quell’amore che non ha bisogno di punti interrogativi.

    Vincenzo Politi.

  • Federico Castelli scrive:

    Io questo pezzo sui gay lo trovo di una modernità totale. Mi sono commosso a leggerlo, anzi, adesso lo copio e me lo stampo pure.

  • Antonio Coda scrive:

    La vitalità linguistica di Busi è inesauribile e ogni occasione testuale ne è la riprova: gli intermezzi interrogativi che beffano l’ordine sintattico, la notazione ispidamente enciclopedica accanto al riferimento storico, il ricorso spaccone all’autocitazione (soluzioni stilistiche che hanno iniziato ad affiorare in “Casanova di se stessi”) tengono sempre alta la tensione delle sua scrittura, oltre che irrequieta, irriverente, volutamente indisponente, aggressiva in quanto sfida chiunque la incrocia a una dovuta reazione, perché su una scrittura così non si può lasciar correre l’occhio di sfuggita, rischio il vederselo cavato via, infilzato da uno a caso dei rovi che stringono a rete questo florilegio di rose fiorite anche d’inverno.

    (Non sarà che l’elogio su Berlusconi dal tocco carismatico alle suore monzesi provocherà una nuova irascibilità querula e qualche altra paginetta grigia di colore locale? Mannò: Berlusconi ne ha fatte di tutte, però una caduta di stile sulle stilettate di gran fattura dello Scrittore se la eviterà: d’altronde dovrebbe capire da quali e in quante parti è stato stoccato, prima.)

    Un grato saluto!,
    Antonio Coda

  • Marco Ghizzoni scrive:

    Se tanto mi dà tanto, non oso immaginare la schiera di gay pronta a inginocchiarsi, o qualunque altro palliativo per essere all’altezza di Berlusconi, per avere una sola notte di follia, anche solo da spettatore, in quel di palazzo Grazioli o villa La Certosa o ovunque si voglia. Abituati come sono a sedurre eterosessuali latitanti soddisfacendo ogni loro frustrazione da macho a tutti i costi, chissà che smacco nel leggere quella dichiarazione di Berlusconi che gli ha precluso ogni loro possibilità di illudersi ancora un po’ nel ruolo assegnatosi ancor prima che qualcuno potesse farlo al posto loro.

  • Aldo Bini scrive:

    Ma se scrive sempre (del)la stessa cosa e con le stesse parole!!!

    • Lorena Viganò scrive:

      Forse è vero, si parla (o meglio, si scrive) quasi sempre delle stesse cose, sono gli stessi punti di domanda che vengono posti nelle stesse problematiche… ma la colpa non è di chi spinge a riflettere ma di una società che non riesce a uscire da queste riflessioni e che è ferma culturalmente e socialmente da circa 20 anni: una società che ha necessità di maschere per poter relazionarsi e sopravvivere.
      saluti
      Lorena

    • Pietro Ferrari scrive:

      Affermazione decisa, sintetica, lapidaria e molto interessante. Le parole vere non sono quelle che leggiamo, ma quelle che ci leggono. Se alcune parole cominciano a ripetersi alla nostra attenzione, è perché, proprio dentro di noi, queste cominciano ad avere un senso, cominciano a risuonare, in simpatia, con la corda libera, libera soltanto in quel preciso istante, del nostro pensiero dominante. Quella che risuona nella cassa armonica della nostra coscienza, è allora una nota unica, un basso continuo monotono, ripetitivo ma ineludibile. La tentazione di tornare immediatamente a suonarcela come più ci piace, è una tentazione fortissima. La toccata e fuga, è la soluzione istintiva del lettore letto con le spalle al muro delle proprie responsabilità.

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