Alla ricerca di cause migliori (IV) – Da Trento a Monza, vent’anni dopo
Pubblicato il 23 gennaio 2012
Avvicinandosi la data dell’udienza dibattimentale relativa alla causa Lario/Busi, segnaliamo che oggi, 23 gennaio, però di ventidue anni fa, nel 1990, il procuratore della Repubblica del Tribunale di Trento chiamava a comparire in giudizio Aldo Busi accogliendo una (anonima) denuncia per oscenità a carico del suo libro Sodomie in corpo 11, edito da Mondadori nel 1988. Il processo si tenne il 13 marzo di quell’anno, a Trento, presenti le telecamere della Rai che filmarono l’intero evento per conto della trasmissione “Un giorno in pretura”. La rivista “Wimbledon” pubblicò un mese dopo il resoconto completo del processo, a cura di Sandro Mazzeroli. Lo ripubblichiamo qui di seguito, insieme a brani della lettera che fornì il pretesto per incriminare Busi. Vent’anni dopo, il tribunale di Monza non ha fatto meglio di quello Trento, ma il riflesso mediatico ha subito una drastica diminuzione di voltaggio. Per questo rivolgiamo un ringraziamento doveroso a quanti finora hanno firmato l’appello in favore di Busi da noi lanciato su questo sito.
Si brucerebbe l’opera, non l’autore: la giustizia italiana, nei reati cosiddetti di opinione, negli ultimi anni, ha fatto notevoli passi avanti. Ma sotto accusa è lo scrittore, Aldo Busi, anzi, Busi Aldo nato a Montichiari, Brescia, il 25 febbraio ’48, ivi residente. Viene giudicato dal tribunale di Trento in una splendida e calda giornata di marzo, giorno 13, anno 1990. È imputato di un reato che il codice penale fa risalire a un articolo che ha la stessa età dell’imputato, il famigerato 528 della legge 6.2.1948 numero 47.
«Per avere, allo scopo di farne commercio, scritto il libro “Sodomie in corpo 11”, pubblicato dall’editore Arnoldo Mondadori, avente contenuto altamente osceno in quanto caratterizzato da un esasperato e ossessivo sessualismo fine a se stesso con rappresentazioni crudamente veristiche di amplessi, descrizioni di scene ed esposizione di rapporti omosessuali anali e orali come quelli che, a titolo esemplificativo, sono contenuti nelle pagine…».
L’appuntamento con la Giustizia è alle 9. Alle 8.35, dall’Hotel Accademia, si muove un piccolo corteo. In testa Aldo Busi, in uno smoking Trussardi, scarpe di vernice nera, un narciso giallo in mano e sottobraccio tutta la sua produzione: Seminario sulla gioventù, La Delfina Bizantina, Vita standard di un venditore provvisorio di collant, Altri abusi, e il galeotto Sodomie in corpo 11, ove sodomie sta per sodomie e corpo 11 rappresenta il carattere tipografico con il quale è stato stampato il testo. Perché quell’abbigliamento? «Perché vado al ballo delle debuttanti – risponde camminando flessuosamente e nello stesso tempo spedito – e perché posso anche permettermi di ridicolizzare la mia persona». Busi, che si considera il più grande scrittore del secolo, non perde molto tempo a spiegare il perché di quel narciso in mano.
Con lui un gruppetto di giornalisti, gli avvocati difensori Giuliano Pisapia e Vanni Ceola, e Rossella con una sua amica. Rossella è una ragazza di Udine folgorata dalla lettura di La Delfina Bizantina, divoratrice delle opere di Busi, una “ultrà” dei fans dello scrittore. Alle 9, in tribunale, lo aspettano fotografi e altri tifosi, studenti soprattutto. Stefania e Marina (Giurisprudenza e Scienze politiche) sono scandalizzate. «A questo punto – commenta Stefania – io denuncio il mio professore di lettere che mi ha letto Catullo quando avevo 16 anni».
In aula suona un campanello. Ognuno ai propri posti, entra la corte. Gli avvocati, pubblico ministero e difensori, si appoggiano sulle spalle la toga nera con i fregi dorati. La toga. Come il pennacchio dei carabinieri che arrestano Pinocchio. Uguale nei secoli. Anche sotto i riflettori della Rete tre che gira tutto il processo. Il presidente, Antonio Crea. I giudici a latere, Marco Gallina e Marco La Ganga. Un giovane cancelliere che fa fatica a condensare le frasi scandite da attore consumato dello scrittore.
Presidente: «Busi è presente?»
Gli avvocati: «Sì».
Busi: «Sì».
Qualcuno del pubblico: «Sì».
Viene appurato che Busi Aldo di Montichiari è presente, al di là di ogni dubbio.
Presidente: «Innanzitutto debbo chiedere alle parti se acconsentono alla ripresa televisiva ».
Avvocato Pisapia e pubblico ministero dicono di sì. Il pm Enrico Cavalieri, un giovane stempiato, silenzioso. Soffre la parte del cattivo in questo processo e quando, in attesa del verdetto, ci avviciniamo lui, i suoi occhi si illuminano. Allora qui dentro esiste anche lui, oltre a Busi. C’è pure qualcun altro. Gli è toccato questo ruolo perché i pm a Trento sono due. Uno “fa il martedì” e l’altro “fa il venerdì”. E Busi si giudica martedì 13 marzo. “Faccio il mio dovere”, dice, ma si capisce che ne avrebbe fatto volentieri a meno. Il presidente ricorda perché il processo si svolge a Trento. Qui è stato stampato il libro e la denuncia del signor Paolo Napolitani è stata mandata per competenza al procuratore della Repubblica di Trento Francesco Simeoni che ha incriminato Aldo Busi. Quando Busi sente il nome di Paolo Napolitani ha un fremito. Questo Paolo Napolitani, in realtà, non esiste. «E il procuratore capo di Trento – dirà poi l’imputato – ha dato credito a una volgare lettera anonima» La lettera anonima, comunque, provoca il processo per direttissima che si sta celebrando.
I difensori consegnano alla corte copia del libro in questione e recensioni dei giornalisti, commenti, contratti con l’editore e opzioni per l’acquisizione del diritto di pubblicazione all’estero. Il pm non si oppone.
Avv. Pisapia: «Busi vuole essere ascoltato».
Presidente: «Ne ha facoltà».
Non ha nemmeno finito di dirlo che Busi, incartato nel suo folgorante smoking, è davanti a Antonio Crea, poi torna indietro al suo posto. Può parlare anche da lì, perché c’è il microfono.
Busi: «Qui io sono oscenamente processato non come cittadino, ma come scrittore, come artista. Mi si lasci citare Shakespeare: la bellezza estetica sta in chi la guarda, come l’oscenità. E se qualcuno trova oscene le mie opere, dipende da lui. Quando scrivo non posso pensare al committente, figuriamoci ai lettori. Non scrivo né gialli, né romanzi rosa. Non sono uno scrittore porno e nemmeno per bambini». Il tono si alza. Le parole si fanno lapidarie, come se la sentenza spettasse ai posteri. «Io faccio letteratura. Il genere letterario mi sfugge. Cerco, nel mio lavoro, di recuperare una lingua italiana. Uso un vocabolario vastissimo e le mie opere non sono divulgative. Possono essere fruite pochissimo. Sono difficilissime. Che senso ha estrapolare dieci pagine su 430 per capirne, con mente perversa, significati che non hanno e che il lettore è libero di interpretare?». Il presidente, bonario e pacioso, lascia fare. Il pubblico è attento. Busi decide di affondare la lama. «La citazione è oscena. Voglio fare una disanima della citazione. Quando viene meno la lingua italiana…».
Presidente: «Siamo giuristi, non letterati».
Busi: «Allora un giurista come fa a giudicare cos’è l’arte? La mia opera è difficile, come dicevo. Per capirla occorrono presupposti precisi. Che cosa si è capito da questa formulazione impropria e ardita, un vero affronto alla lingua italiana?»
Presidente: «Ho dato lettura del capo di accusa».
Busi: «Ma cosa vuol dire: “ossessivo sessualismo”, “amplessi crudamente veristici”? Che mi fa capire se non “sessuofobia”? “Oscenità” che cosa è? Lei mi insegna che in edicola si può trovare pornografia a buon mercato ed esposta a tutti. Qui abbiamo un libro intitolato “Sodomie in corpo 11”. Un libro che per andarlo a comprare bisogna sapere che esiste. Trovarlo perché è esaurito. Tirarlo fuori dallo scaffale, pagarlo. Se si fosse chiamato le “Memorie di Santa Vereconda” e si fossero trovate quelle pagine tra un santino e l’altro… ma il lettore ha avuto esattamente quello che voleva. Persino il titolo è facile da capire. Un’opera costata tre anni e mezzo di lavoro che parla della morte e della tristezza. Ma se qualcuno vuole trovare l’osceno lo può vedere anche in Topolino e Minnie».
Il permesso di parlare c’è e Busi se lo prende tutto. Torna improvvisamente sulla denuncia, che gli sta qui. «E’ per colpa di una cosa oscena che io sono in questo tribunale: un anonimo. E il procuratore della Repubblica si fa carico, altra oscenità, di una lettera anonima. E io non posso guardare negli occhi chi mi accusa, chiedergli che legge e se ha letto il mio libro, perché sicuramente non lo ha letto. Grazie».
Il presidente si rende conto della difficoltà del giovane cancelliere che deve sunteggiare il Busi pensiero e chiede a Busi se lo vuole aiutare. Ma Busi invece risponde:
«Se mi è concesso vorrei leggere dal mio primo libro un tratto sugli atti osceni in luogo pubblico».
Il presidente impallidisce e dice qualcosa che non si capisce. Evidentemente ha letto il libro e teme, già propenso a soluzione, di venire messo con le spalle al muro dal “nero su bianco”, in un’aula di giustizia.
Busi: «Ci tengo molto».
Presidente: «In aula può essere letto tutto, ma a porte chiuse» (eh sì, ha letto l’opera).
Busi: «(Mentre parla cerca disperatamente nel Seminario della gioventù [sic, ndr] il brano da citare). Lo leggerò nella sua integrità. Non penso che qualcuno si scandalizzerà perché dentro c’è qualche cazzo… Il libro è stato pubblicato da una grande casa editrice letteraria, la Adelphi, con la benedizione di Roberto Calasso. Le dirò, poi, che questo testo è stato usato da giuristi, uomini di legge. Si tratta della disamina del concetto di “atti osceni in luogo pubblico” che finiscono per diventare atti pubblici in luoghi osceni».
Presidente: «Sì, ma…».
Busi: «(L’incertezza del presidente è il via libera. Lo Scrittore si ricarica). Questo romanzo è stato pubblicato, letto, stampato da Mondadori (ritorna a parlare di Sodomie). Quindi c’è il concorso, in questo reato, di editore, stampatore, librai. Farne commercio? Allo scrittore non restano che le briciole. Il 15 per cento, del quale il 5 va allo Stato. Quindi anche lo Stato ha “fatto commercio” di quel libro “osceno”».
Il concetto di Stato fa tornare, nella mente di Aldo Busi, la figura del procuratore della Repubblica Francesco Simeoni, a tempo perso campione mondiale di sci di fondo nella categoria che comprende atleti della sua età (65 anni) e fustigatore di costumi a tempo pieno.
Busi: «Monsieur Pinard perseguitò Flaubert per Madame Bovary e diventò perfino ministro di Francia. Quando morì, nei suoi cassetti, furono trovati decine di libelli pornografici. Pinard era un porco».
Presidente: «Non so che pertinenza abbia questa faccenda con la nostra causa».
Busi: «Chi punta il dito, di solito, nasconde una perversione».
Il presidente chiede al pubblico ministero se ha qualcosa in contrario a che Busi legga questo famoso pezzo tratto da Seminario sulla gioventù.
pm: «Si tratta del concetto di osceno che ha l’imputato. Mi sembra giusto conoscerlo».
Presidente: «Che titolo ha il brano?».
Busi: «Non ha titolo, è a pagina 185 del romanzo. “Puntatina ai cessi, proprio per toccare con mano il fatto di essere libero… Come al solito, dopo tre minuti non spio più i cazzi ma seguo automaticamente i voli delle zanzare”…» Il racconto prosegue con il protagonista che si mette a uccidere, una per una, le zanzare e quando arriva la polizia e gli viene chiesto, con i soliti modi, cosa facesse, lui decide di dire la verità: «stavo ammazzando le zanzare». Atti osceni in luogo pubblico.
Busi: «Il bello dei cessi pubblici è la sdrammatizzazione degli organi sessuali. Questi tutori dell’ordine andrebbero a spasso se crollasse questa burocrazia del sesso».
Presidente: «A che epoca risale lo scritto?».
Busi: «All’84, ma si riferisce agli anni ’68 -’69».
Presidente: «Va bene. La Parola al pubblico ministero». Enrico Cavalieri la prende da lontano.
pm: «Se la Giustizia italiana volesse inseguire tutti i casi di oscenità saremmo inondati di processi. Ma cosi non è. C’è una grave degenerazione dei costumi, a livello di impero romano: un irrefrenabile comportamento trasgressivo della morale corrente. C’è anche una grossa ipocrisia dello Stato, che prima elimina le case chiuse e poi lucra sulle cassette pornografiche con l’Iva al 9 per cento, a tasso agevolato. Ma l’articolo 528 del codice penale esiste ancora, nonostante le battaglie dell’onorevole Ilona Staller, detta Cicciolina. E i giudici sono chiamati a giudicare. E siamo qui a decidere se si tratta di un’opera d’arte o no quella di Aldo Busi. C’è un esposto firmato. Proviene da Roma. C’è il testo. Il tribunale è legittimato a giudicare. Ciò premesso l’accusa ritiene, con tutto il rispetto per la fama dell’autore e le recensioni favorevoli, che il libro abbia un contenuto osceno. Continuo, costante e compiaciuto, tale da eccitare gli istinti sessuali e da offendere il comune senso del pudore. È vero che il concetto è elastico e sono stati fatti diversi passi avanti, ma c’è sempre un limite, un freno che il libro travalica a prescindere dalla importanza e dai precedenti dello scrittore. Si tratta di un lungo itinerario di avventure gay; non c’è equilibrio tra forma e contenuto, solo il compiacimento dell’attività sessuale senza ritegno, con particolari crudi. Ma sembra che questo libro pecchi di equilibrio, quindi non si tratta di un’opera d’arte ma di un libro osceno. Chiedo, quindi, che l’imputato sia condannato a due mesi di reclusione e 200.000 lire di multa, con tutti i benefici di legge».
Presidente: «La parola agli avvocati della difesa».
Avv. Pisapia: Ringrazia prima l’anonimo per aver permesso di portare in tribunale non un fatto di sangue, di droga, ma di amore e poi, può aver notato che qui l’imputato è Busi, non il libro, dice: «Sul banco, per lo stesso reato dovremmo vedere tutti giornalisti che hanno scritto bene dell’opera, gli editori, i distributori, i librai. E i lettori? Cosa sono i lettori? Parti lese? Concorrenti necessari non punibili? Perché per il titolo, per la notorietà dell’autore, una cosa è certa: chi ha comprato il libro voleva leggere Aldo Busi. Oggi è permesso vedere al cinema film a luci rosse a patto che sia ben chiaro il contenuto. E il titolo del libro è chiaro: osceno pure quello? Ma l’osceno, se si vuole, si vede dappertutto. Perfino nella Bibbia, in alcuni passi di San Matteo per esempio».
Dopo aver suggerito alcune scorciatoie per assolvere l’imputato (opera d’arte, diritto del lavoro) Pisapia conclude: «Busi va assolto passando per la via maestra: interpretando il concetto di sesso con la realtà di oggi che non è quella invocata dal pubblico ministero. Così come il tribunale di Trento nel ’71 archiviò la denuncia contro il Decameron di Pasolini. La Giustizia non può essere contro la libertà e il progresso». I giudici si ritirano a decidere. Sono quasi le 11. La gente si alza dai banchi e si mette a passeggiare. Si formano capannelli che discutono del processo. L’aria è quella di scuola, quando i professori si allontanano. Busi posa per i fotografi. Si va a sedere sulla sedia del giudice proprio sotto la scritta “La legge è uguale per tutti” con i libri sul bancone e il narciso giallo in mano. Ripercorre la sua carriera, annuncia le prossime tappe. Ma per quanti editori lavora Busi? Mondadori, Leonardo, Adelphi… «Non sono di nessuno. Mica sono il procuratore Simeoni, che è un uomo di Flaminio Piccoli». Si è parlato tanto di critiche. Quali e di chi le migliori? Luciano Satta, Luca Canali. E chi lo ha stroncato? Busi è grato anche e soprattutto a questi ultimi. Fanno opera di promozione. Raboni, Carlo Bo, Geno Pampaloni. I grossi baroni «dallo sguardo infelice, che sono brutti, hanno mogli brutte, che sono soli. Io non mando prosciutti a nessuno, né cassette di vini. Certo che se Geno Pampaloni parlasse bene di me vorrebbe dire che la mia carriera è finita». Signor pubblico ministero, perché ha chiesto il minimo della pena e le attenuanti? «Busi non è mica un incallito delinquente. No, non sono stato morbido. Il pm può chiedere addirittura l’assoluzione per mancanza di prove. Non è questo il caso. Busi o è innocente o è colpevole».
Ore 11,45. Suona il campanello. Rientra la corte. Tutti in piedi ai loro posti. Si legge la sentenza.
«Il fatto non costituisce reato».
«Assolto». Applausi.
Busi ha un attimo di smarrimento. Forse aveva cominciato a credere a una bella condanna e già si vedeva su una nuvoletta, accanto a Giordano Bruno.
La sorpresa ha il suo effetto. Lo scrittore riesce a dire poche parole: «E a me, adesso, chi mi risarcisce?».
Stringe la mano ai giudici, su suggerimento degli avvocati, e con la sua nutrita corte esce dal tribunale. Dona il narciso giallo alla sua fedele Rossella e punta verso l’albergo. Questa sera lo aspetta la “pantera” a Lettere. Domani sarà ospite di Barbato a “Fluff”. «Mi raccomando, alle 22:30».
Un’ultima dichiarazione al volo: «Questa sentenza ha un senso se la città di Trento non verrà più offesa da processi come questi. Ci saranno, qui, altri problemi: droga, tangenti. Come si fa a perdere tempo a istruire processi contro cittadini come me? Questa volta, questa pratica inutile perversa, ha scelto me come vittima. Ma io ne sono uscito da eroe». Un lampo di lucida, consapevole, coltivata pazzia e giù una risata di cuore.
Sandro Mazzerioli (”Wimbledon”, anno 1, numero 2, aprile 1990)
La lettera anonima
Paolo Napolitano “si chiama” l’anonimo lettore di Sodomie in corpo 11 che ha spinto il procuratore della Repubblica di Trento a incriminare Aldo Busi. Ecco l’esordio della lettera:
«Migliaia di libri ho letto fino ad oggi, ma mai mi era capitato di imbattermi in un libro indecente, immorale, di inaudita depravazione come “Sodomie in corpo 11”. Via via che leggevo crescevano in me sdegno, collera, ripugnanza. In esso, a parte certe digressioni sul giornalismo, letteratura e altro, Aldo Busi descrive con compiaciuto, estetico godimento, i continui, insaziabili rapporti contro natura, anali e orali, che egli ha con uomini e ragazzi d’ogni razza, attingendo vette mai prima raggiunte da altri in materia di degenerazione e depravazione. «Basti dire che un critico letterario de “Il Tempo”, Fausto Gianfranceschi, nel recensire il libro, ha onestamente dichiarato di non aver avuto la forza di andare oltre la 56ª pagina, tanto si sentiva disgustato e traumatizzato dalla lettura di questo romanzo». L’anonimo a questo punto spara a zero contro l’editore, Arnoldo Mondadori, che, «ottenebrato dagli enormi guadagni», finisce col prostituirsi pubblicando un’opera «sudicia, schifosa e perversa, veicolo di indiscussa corruzione (con danno morale irreparabile per gli adolescenti nelle cui mani può capitare)». Paolo Napolitano, poi attacca “Epoca” per gli articoli volgari, trasgressivi, oltraggiosi comparsi sulla rubrica del settimanale intitolata “Busi, scandaloso Aldo”. Secondo l’anonimo la prosa “stercoraria” di Busi si aggiunge a quella prestigiosa di Augusto Guerrieri (Ricciardetto) e di Sergio Zavoli. Segue un lungo elenco di brani estrapolati dal libro, con l’indicazione delle pagine, che si conclude con queste parole: «Credo che questi pochi “specimen” siano sufficienti a dare un’idea del vasto e assortito campionario di sconcezze, oscenità e giochi erotici perversi esposti alla luce solare dello scrittore Aldo Busi con la complicità di A. Mondadori (…) un editore che Aldo Busi – reo di espressioni estremamente triviali in una recente trasmissione televisiva denominata “Mixer cultura”(!!!) – ha trascinato seco nel discredito e, quel che è peggio, nella merda».
2 responses to Alla ricerca di cause migliori (IV) – Da Trento a Monza, vent’anni dopo


Davvero straordinaria la lettera anonima di denuncia che costò il processo a Aldo Busi, esemplare, gronda di eccitazione sessuale repressa praticamente in ogni sua virgola. E’ stata una vendetta, non c’è dubbio, invece che fustigare se stesso sulla schiena con qualche nerbo, magari in ginocchio sui cocci di vetro, quel tipo volle fustigare Busi!
Ah, cosa può fare il voyeurismo quando non è soddisfatto appieno! Il povero e frustrato anonimo si sarà visto smascherato ma, incapace anche in quel frangente di riconoscersi come sé e vittima come non mai di un idealismo su se stesso tutto suo, si sarà sentito offeso e per questo in diritto, senza faccia, ovvio, di far causa allo scrittore perverso. Cambiano nomi e pseudonimi ma la tiritera è sempre la stessa.
Ma poi vorrei proprio sapere di quale morale parlano nell’accusa, stabilita da chi e in che modo, come se ignorassero che la sodomia è pratica assai diffusa nelle timorate di Dio che vogliono arrivare illibate al matrimonio. Mah!
Comunque, che arringa straordinaria, poche parole per mettere spalle al muro chi di parole non ne ha mai abbastanza per non dire niente ma farlo a lungo e spesso a vanvera: la dimostrazione palese di come il linguaggio, e la sua totale padronanza, diretto e senza allusioni ti consenta di difenderti da chi, oltre a attaccarsi a articoli, commi e “morali comuni”, non sa fare.
Se non si riesce a avere una vita sola per rettitudine e onestà, vale la pena averla almeno per evitare che una sia dedicata integralmente al sostentamento dell’altra, quella doppia se non trina.