“B.”
Pubblicato il 02 dicembre 2011
Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo:
I comportamenti più detestabili non sono quelli direttamente ed esplicitamente odiosi nei tuoi confronti, ma quelli che non riesci a interpretare per mancanza di segnali, a parte forse che il fastidio da mancato segnale dipende dalla delusione che hai causato a chi aveva fatto una mossa e al quale hai risposto a tempo – senza perdere tempo.
Allora: un uomo che conosco da quasi dieci anni, che ho colmato di affetto intellettuale, al quale ho raddrizzato una vita professionale traballante con suo travolgente e strameritato successo finale, un bellissimo uomo che ho visto passare dalla pienezza fisica dei trent’anni a un certo decadimento con perdita di capelli e rughe che io non ho nemmeno a sessanta, verso il quale ho sempre trattenuto ogni slancio di tipo personale sapendo che non aveva alcun interesse verso gli uomini o almeno verso me e trasformando in gioco ironico di parole e di allegri palpeggiamenti camerateschi qualsivoglia coinvolgimento psicologico in agguato, al quale ogni circa sei mesi invio un sms di saluto e che non vedo da un paio di anni, mi invia, a seguito di una telefonata che non ho preso perché non ho sentito gli squilli, il seguente sms, “Ti pensavo…”; per non rischiare di disturbarlo mentre sta lavorando, dopo nemmeno cinque minuti riceve la mia risposta, “Molto grato. Ero su a far finta di rigirarmi nel letto, in verità temo di aver raggiunto la mobilità di un tubero dimenticato in un frigo, e anche se sonno o insonnia per me pari sono, l’allegria non viene mai meno. E baci. A.”, e poi trascorrono due giorni.
Gli ho sempre inviato sms spiritosi e piccanti ad hoc, mi viene in mente il finale di uno che ha avuto grandi riscontri tra i grandi operati, “A entrambi noi due piacciono gli uomini, solo che a te piaci tu, a me gli altri”, perché so che lui li mostra alle clienti e ai clienti della sua clinica e sembra che anche questa sua confidenza con me gli abbia, stranamente, portato prestigio e fortuna e ampliato il parterre da nosocomio per ricchi, quindi qualche segno non glielo faccio mai mancare, in fondo è stato lui un giorno a baciarmi lingua in bocca, gesto che mi è sembrato appropriato quale suggello di perdita di pregiudizio ideologico e quindi di omofobia, già molto flebile per calcolo, ma niente più: avendo troppo parlato della sua donna del momento, di cui mai si è innamorato una volta, e anzi, delle sue due fembot ovvero donne robotiche del momento perché lui si eccita solo se fa all’amore con due per volta, sistemate su un letto ad acqua tiepida rotondo, e dei giri che fa e fa fare per venire, con erezioni e penetrazioni che durano anche tre ore senza emissione di sperma, me ne sono guardato bene dal correre il rischio di una tale corvè, soprattutto di sverginarlo in quattro e quattr’otto e poi di non togliermelo più dalle palle, perché non c’è messinscena di brutale leziosaggine con donne assenti che possa competere eroticamente con una sveltina improvvisata e furiosa tra uomini che non solo ci stanno, ma che per quel poco ci sono anche. Non si può menare il can per l’aia nel sesso, intanto perché non c’è tutta questa aia e poi non è un cane che devi menare di qui e di là, almeno non dovrebbe esserlo - a meno che non sia un beagle in gabbia da addestrare, senza che lo sappia, alla vivisezione.
Due giorni fa, dopo due giorni dal mio sms che non richiedeva risposta, mi salta in mente che forse, se mi ha chiamato, voleva dirmi qualcosa in particolare, che ho mancato di sentire una qualche sintesi che lui aveva fatto del suo passato e che questa sintesi gli è stata fulmineamente possibile grazie al legante con un mio discorso o formulazione e una sua illuminazione a scoppio ritardato, sempre che con “Ti pensavo…”, non avendomi potuto parlare di persona, non alludesse ai pensieri cui di solito sono abituato a far fronte quando qualcuno mi fa sapere di pensare a me, la scadenza di una cambiale, per esempio, o la cura di una malattia venerea o una comparizione in giudizio per diffamazione o un regalo di nozze – gliene ho fatti già due, enormi anche secondo standard genitoriali, il primo perché stava per sposarsi, il secondo perché ha mandato a monte le nozze con grande dispendio di spese dissipate, e ben gli sta, perché non ha voluto darmi retta, ha voluto sceglierla lui in base alla bellezza tra quelle che non amava a pari merito, mentre io gli avevo fatto la cernita solo tra le più abbienti anche se racchie e poi gli avevo suggerito di bendarsi gli occhi e di tirare a sorte, tanto la sua vera vita sarebbe stata sempre una rincorsa tra fantasmi su quel letto rotondo ad’acqua tiepida nel sotterraneo dal sofisticato disegno minimalista della clinica.
Allora, mettendomi nei suoi panni anche se adesso non so a che stagione corrispondano, gli invio il seguente sms – un istante che lo ricopio dal cellulare -, ”Lavori solo o ti riposi anche? Se vuoi cavarti la voglia di sonno e di cucina semplice per un fine settimana, alle 19 circa c’è un diretto da lì a Brescia. B.”…
“B.”?
Ecco dove è andato ad annidarsi il diavolo del malinteso che inibisce ogni altra mossa: invece di firmare con la vocale del nome, ho firmato con la consonante del cognome, lui si è risentito e non ha dato alcun seguito, nemmeno per declinare gentilmente l’invito. O forse, cosa che avrei fatto in un secondo momento se solo mi avesse risposto, “Magari!”, ho sbagliato a non invitare anche una sua ragazza del momento, poi affari suoi se il sonno non se lo sarebbe cavato, perché per dormire bene bisogna dormire da soli senza nessuno che in qualsiasi momento ti scuota per chiederti, “Dormivi?” o “Guarda che l’acqua si è gelata”. Però, che testina anch’io, chi sa dove avevo il senno dell’ospitalità allorché firmavo col cognome invece del nome, perché così facendo ciò che si può capire è “avvicinati con ogni distanza” e allora uno se ne sta a casa sua, no?
A me è sempre costata fatica firmarmi “Aldo”, è una concessione alla retorica dell’amicizia a tutti i costi che ingoio turandomi il naso, un compromesso cui mi sono piegato per forza di cose e che non ho mai veramente digerito, mi faccio violenza per non urtare la sensibilità di persone già così insensibili e sradicate di loro da chiamarsi solo per nome come se tutta la loro storia nasca e finisca con loro, ma io non sono mai stato Aldo nemmeno per me stesso, a me viene spontaneo di firmarmi Busi se devo venire al dunque senza spiattellare tutto il superfluo per esteso (la mia storia “personale” e quindi aldamente sordomuta), mi sembra di raccontare così in una parola la storia più importante di Aldo, quella che non lo riguarda, quella che lui ha subito prima ancora di subirne una sua propria. Quando qualcuno che non conosco personalmente mi chiama “Aldo”, come mi è successo l’altro giorno contattato da una radio a tradimento, mi si gela il sangue all’istante, taglio corto e non voglio più averci a che fare fino alla fine dei suoi giorni, “Aldo” è un suono che non si può emettere e di cui non ci si può gratificare impunemente, indica un avvicinamento che rivela nella indebita bonomia di facciata una indebita violenza di sostanza, l’arroganza di chi dà il tono a una musichetta in comune mai con me concordata né da me permessa. Lo stabilisco io chi può, dopo un decennio, anche chiamarmi Aldo e farla franca.
Anche se firmandomi “B.” nel secondo sms l’ho fatto per lapsus e non per intenzione, è interessante tuttavia precisare il significato che, al posto della persona che avevo invitato, io avrei saputo darvi: a) è un invito sorto da un’umana comprensione verso la mia infernale vita lavorativa, b) B. garantisce, molto più che A., di rispettare i limiti di famigliarità non richiesta che sembra impormi, c) B. accudirà al mio sonno e al mio nutrimento con la massima cura, mentre A. potrebbe anche svegliarmi per qualsivoglia ragione o avvelenarmi con cibi avariati proprio come Gilda, Clarissa, l’Onorevole Viscido, il Marito Checca, la Vecchiona Ninfomane, la mia mamma, d) B. non prenderebbe mai spiacevoli e imbarazzanti iniziative sessuali nemmeno se nel frattempo l’impotenza e il colesterolo gli avessero dato al midollo spinale, in questo del tutto simile ad A., troppo dentro il tempo per tentare da decrepito dieci anni dopo quello che non ha tentato da aitante dieci anni prima… ma nessuno pensa mai come pensi che penseresti tu al suo posto, e intanto, di silenzio in reticenza in immaginazione in ipotesi in maleducazione in distrazione in indifferenza in pigrizia in scollegamenti vari in pentimenti, in atti mancati, in segnali non dati, ecco, la vita sciopera e se ne va accumulando ritardi di individuo in individuo che neppure la morte degli interessati estingue, perché un appuntamento mancato tra te e me ora si ripercuote di generazione in generazione di nomi senza cognome che solo le comuni lancette sfasate uniscono nell’istante che occorre per girarsi le spalle - o montare su un letto rotondo ad acqua tiepida.
A.B.
1 Response to “B.”
Alla luce della ri-lettura completata de “Cazzi e canguri (pochissimi i canguri)” ho ri-affrontato questo testo così “intangibile”, nel senso: equilibrato e autosufficiente, come lo è l’opera di Aldo Busi in tutte le sue parti.
“Cazzi e canguri (pochissimi i canguri)” trovo sia un libro di una intimità ineguagliata, nel quale si centellina ancora più parsimoniosamente quel dolore personale che in Busi non si trasforma in vendetta a freddo ma in una pietà incandescente, continuamente rinfocolata, verso chi quel dolore lo provoca, e tanto più dolorosamente quando non proviene da un’azione inferta e fatta subire ma dalla mancanza di una azione quale che sia: è il dolore che provocano le assenze ingiustificate e ingiustificabili, che provoca il silenzio allora rimediato riempiendolo: pensando, “sentendo”, anche per due – il libro “Un cuore di troppo” è l’ulteriore esplosione di quel buco nero e avaro che è il mutismo che ci riservano coloro a cui offriamo la generosità delle parole e di tutte le azioni che le parole premettono e promettono.
“Cazzi e canguri (pochissimi i canguri)” è il racconto delle non-storie, degli incontri mancati – come in questo caso – anche quando una parvenza di incontro avviene, dei non riusciti riconoscimenti per tempo: è la storia dell’amore (nell’ampissimo raggio delle sue declinazioni e non claustrofobicamente inteso come un “noi” formato al massimo da me più te e più probabilmente da me che metto nel conto anche te che tu lo voglia o no) non respinto, almeno lo fosse…, ma non accolto neanche col segno meno: è una mano tesa a una schiena che non s’è data neanche il disturbo di voltarsi verso la mano tesa, fosse solo per ricacciarla, disdegnarla, colpirla per mandarla indietro.
Una iniziale sbagliata non può essere la causa di una fine se non annunciata: tutt’al più la abbrevia.
Un grato saluto,
Antonio Coda