In lode dell’italico arcangelo Gabriele vendicatore
Pubblicato il 07 novembre 2011
Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo:
Si rassegnino Cucchi, Ontani, Cattelan, Penone, Clemente, Dario Ballantini: il più grande artista vivente italiano è Gabriele Paolini, il performer disturbatore che riesce a dare un senso di informazione oggettiva anche ai telegiornali di Emilio Fede e della Rai, di spirito non di patate anche ai film turistico-metropolitani di Woody Allen e di accettabile santità anche a Wojtyla.
Io ho avuto l’onore di essere interrotto da lui una decina d’anni fa durante un mio pubblico incontro al Salone del Libro di Torino in cui, per ravvivare lo spirito mosciosissimo di un migliaio di convenuti dormienti a causa dei precedenti interventi di personaggi della cultura nazionale e perciò digestiva, cominciai a sparare condizionali invece di congiuntivi almeno per essere deriso e fargliela pagare, finché lui non venne in mio soccorso. Purtroppo, vedendosi accolto a braccia aperte forse per la prima volta in vita sua, rimase senza parole e si allontanò mogio mogio e non ci fu verso di richiamarlo indietro perché desse anche a me il mio quarto d’ora di gloria immeritata.
Per me, guardare un telegiornale significa aspettare che faccia irruzione Paolini da dietro il cronista di piazza, se lui non arriva a dare una qualche simmetria alle immagini armonizzandole col suo bel nasino dadaista e la sua criniera scomposta così Bloomsbury e i suoi sguardi di occhialuta stralunatezza alla Harold Lloyd e partono i servizi interni alla redazione, spengo deluso: se non è successo niente a me, vuol dire che non è successo niente per nessuno.
E’ incontrovertibile: i cronisti muoiono all’alba uno dopo l’altro, talvolta ancora in vita, e ce li dimentichiamo come moscerini sul parabrezza, Paolini rifulge diuturnamente nella memoria a icona immortale, come la Sfinge egizia o la mano di Napoleone infilata nel panciotto. Se Gabriele Paolini, le cui performance fanno impallidire quelle di tutti gli altri, da Joseph Beuys a Marina Abramovic a Ontani e Ballantini stessi, decidesse di concretizzare in qualche manufatto paolinico la sua artisticità contemporanea senza uguali in Occidente e esistesse un gallerista in Italia davvero Massimo e che non fosse quindi una mummietta dipendente dal do-ut-des di piccolo cabotaggio pubblicistico di FlashArt o dell’inutile e ormai deleteria partecipazione alla Biennale di Venezia – la cui prossima edizione, se davvero assegnata alla direzione di Guido Malgara, che sta all’arte come io agli acquisti a rate, rischia di essere fatale per ogni raccomandato esposto, al ludibrio, addirittura più della precedente firmata da Sgarbi per il Padiglione Italia -, sarebbe un trionfo internazionale e un’occasione per il Paese di ringiovanire la sua immagine di paolina e sistemica senescenza anche nelle arti, ormai tutte di mestiere, concomitante al più vecchio.
Basta guardare i filmati su Youtube e il suo sito per rendersi conto chi è il vero disturbatore della pubblica frottola tra Paolini e il predicatore d’ufficio che gli si precipita a fianco per essere fotografato insieme: perché questo è quanto si deduce di volta in volta, fino a fare Storia, a predicatore d’ufficio morto e sepolto nei suoi stessi pixel.
Aldo Busi
4 responses to In lode dell’italico arcangelo Gabriele vendicatore
Quando mi capita di vedere il Signor Paolini Gabriele animare un servizio giornalistico, mi lascio prendere da un sentimento di inconscia ribellione per un poco di fastidioso risveglio, poiché se non per le sue intrusioni chi fa attenzione ai giornalisti e ai loro servizi? Sono un coro di voci passive e riprese così monotone che sembrano sonniferi, è anche vero che per il quieto vivere è meglio un popolo che dorme che un popolo che ascolta, ecc ecc.
A parte questa nota sull’uso secondario dei telegiornali, ho sempre accostato il Signor Paolini a un personaggio della Commedia dell’arte, un Arlecchino o Pulcinella, maschere che nella loro umiltà sono i portatori della voce del popolo, con la loro verve ”linguacciuta”, appuntita e irrispettosa ma anche veritiera, che prendono sempre gran botte ma che continuano nello loro irriverenza maliziosa ai potenti; il viso stesso del Signor Paolini mi fa pensare ad una maschera di gomma plasmabile ma senza reazioni apparenti, sempre uguale a se stessa, maltrattata e offesa ma sempre osservatrice e drammaticamente comica. Alle volte, quando nel dormiveglia serale, si riesce ad assistere alle sue apparizioni lo immagino irrompere in un’intervista alla Signorina Scontrino e mi sveglio dalle risate.
saluti
Lorena
Paolini ha tutto fuorché l’essenziale per essere un artista in Italia: la collocabilità conto terzi, sempre e comunque coatta. E poi è gratis, non ha una quotazione di mercato come una qualunque installazione che vale in base al capriccio del momento di un qualsivoglia gallerista e non è sfruttabile. Insomma, non è una puttana, non ne ha i requisiti.
E poi Paolini, non parlando, non può essere messo a tacere né veicolato al solito trito discorsetto a modino da guitto borghese che con una battuta qua e una là, concordata con il datore di lavoro di turno, fa tutti felici e contenti. Se non è arte la paraculaggine!
Leggo da wikipedia che la Cassazione condannò Gabriele Paolini a pagare una ammenda di 240 euro alla RAI causa le sue incursioni televisive ma che in seguito fu assolto da un giudice monocratico che sentenziò: disturbare disturberà pure, però fa aumentare lo share, quindi la RAI, a essere turbata, ci guadagna!
Il paradosso mi ricorda quello rappresentato nel racconto “Il Casto, sua moglie e l’Innominabile” di Aldo Busi, nel quale l’Innominabile, affrontando la beffa finale riservatagli dalla sorte ma non sottraendovisi perché coerente alla sua volontà di dare informazioni esatte, riconosce di aver dato tutte le sue energie ma di non essere riuscito a rovesciare il Potere contro cui si è battuto per tutta la vita, essendone stato, grazie alle spire perverse del Potere stesso, inglobato, diventandone quinta colonna, insospettabile a tutti e all’Innominabile per primo.
Un saluto!,
Antonio Coda
Conosco personalmente Gabriele Paolini, abbiamo di recente collaborato a una sua performance in Piazza Navona in difesa delle donne. Conoscerlo di persona è stato bello perché niente ha aggiunto a quanto mi avevano già dato le informazioni pubblicate in rete e altrove su di lui. Paolini non ha vita privata e ripete spesso di non volerne alcuna.
A rendere Paolini artista è il coraggio, il coraggio della disperazione; ha il coraggio di chi è già morto e per cui vivere è un gioco da ragazzi; ha il coraggio di convertire un dolore incalcolabile scontato in prima persona in concime a servizio di tutti, anche di chi lo disprezza; ha coraggio civile, che è la più alta forma d’amore possibile perché offerto a un destinatario anonimo che quasi mai dice grazie (perché quasi mai se ne accorge).
Paolini ha coraggio di fare, io solamente di origliare, commuovermi e applaudire.
Dico ciò perché, non per contenuti né per forma, ovviamente, ma per implicazione psicologica, penso che Busi e Paolini conducano una simile battaglia animati da una simile gioiosa disperazione.