Petrarchismi via sms (con indovinello accluso)
Pubblicato il 09 settembre 2011
Per gentile concessione di Aldo Busi, pubblichiamo uno scambio di sms tra lo Scrittore e Roberto D’Agostino apparso su Dagospia il 7 settembre 2011. Dietro suggerimento dello stesso Busi, chiediamo ai lettori del nostro sito di indovinare qual è, secondo lo Scrittore, la frase in cui si concentra e da cui si diparte il climax dello scambio di sms, cioè lo spunto che Dago non raccoglie e che ingenera il dialogo seguente.
sms Busi: Dago! Sai come si chiama quello splendore mai eguagliato di bionda che sta presentando il Tg1? Ed è pure bravissima, di un gelo infuocato, una visione di bellezza all’altezza dell’intelligenza che emana. Che mi abbia letto?
sms Dago: Laura Chimenti – ora non mi diventa’ [sic] etero….
sms Busi: Ma che c’entra? A me non sono mai piaciuti nemmeno gli uomini, è che si confacevano di più al mio senso pratico, anzi, spiccio.
sms Dago: Maddai: solo x questo? Sono meno problematici delle donne?
sms Busi: Lo erano, aproblematici, si sborrava tra maschi e addio, adesso sono tutti gay, doppiamente problematici e triplamente anorgasmici, proprio come normali donne etero. Mentre prima i gay erano una parodia delle donne, oggi gli uomini lo sono dei gay. Per esempio, le troie di regime non sono tutti uomini disintegrati e pertanto mezze fighe? Non mi sono fatto mancare niente, io, dagli indios agli aborigeni ai democristiani, se ora dico uffa e resto folgorato dalla Chimenti, dov’è l’attrito se non nella tua testolina dove scoppiettano solo vecchie scintille che si spengono nel solito spartiacque sessista e mai producono un altro fuoco? Io, poi, finalmente sono anche vecchio e, oltretutto, non scrivendo più e quindi non scrivendone, non sono più tenuto a scopare, a documentarmi, ecco. Senza rimpianto o nostalgia o voglie in agguato. Il sesso a 63 anni è ridicolo come l’astinenza a 36… cioè, per un uomo scopare a 63 anni è ridicolo come non farsi scopare a 36. Pensateci in tempo! E baci.
11 responses to Petrarchismi via sms (con indovinello accluso)
E’ ovvio che lo spunto ignorato dal Dago sta nell’interrogativo finale: il “che mi abbia letto?”… il che dimostra come lui stesso non abbia mai letto una pagina dello Scrittore.
LAURA CHIMENTI È la donna amata dal Petrarca, cantata nel Canzoniere e nei Trionfi.
“Che mi abbia letto?” Che L’abbia lettooo? Ma nooo, ma… ma… ma che coglioni bisogna avere per prenderlo nel culo così, con questo Stile, con questa forza che ha l’incanto dell’autolesionismo fanciullesco e dell’incommensurabile saggezza insieme? Ogni cosa, ogni persona sulla quale lo sguardo dello Scrittore si posa viene per incanto trasfigurata, o meglio, trasfusa. Personalmente non riuscivo neanche lontanamente a sperare che una giornalista del tg1 potesse leggere Busi e invece è ancora una volta lo Scrittore a mettermi di fronte a uno specchio non deformante, soprattutto non deformante a mio comodo. E’ con lo stesso incanto che mi ritrovo con i miei pregiudizi al posto dei coglioni suddetti, che poi in fondo significa finire a prenderlo nel culo da se stessi intanto che gli altri si sono stancati di starti dietro. Dev’essere così: i coglioni o li hai o lo sei. Peggio per me, se non sono l’incanto che vorrei.
Secondo me la frase è “ora non mi diventa’ [sic] etero”…
Baci!
Provo a dare una spiegazione alla mia precedente risposta, buttata lì così sembra una buccia di banana sul pavimento: Laura del Petrarca era descritta in modo similare dal grande poeta del dolce stil novo.
Il trasporto emotivo nei confronti di Laura avevano solo apparentemente a che fare con l’amore inteso nel senso volgare (ovvero popolare).
Così se Busi non è diventato etero perché trova fantastica questa donna, non lo era né più né meno Petrarca per come descriveva la sua Laura o Dante la sua Beatrice.
Non sono all’altezza del quesito proposto, pertanto, mi accontento di rimanere incantato dalla purezza della frase: “…una visione di bellezza all’altezza dell’intelligenza che emana “. Una frase che, in un colpo solo, scardina e ribalta lo stereotipo sessista che vuole la bellezza femminile obbligata a giustificarsi con una intelligenza all’altezza di se stessa. Altezza che, in ogni caso, non è mai accessibile dalla bassezza maschilista, la quale, di solito, non va più su dell’altezza media di un letto, sul quale sfogare il non letto tra le gambe dell’unica bellezza veramente all’altezza delle aspettative maschili: una mamma che ce né una sola, quindi una qualsiasi.
Saluti e grazie, Pietro Ferrari
“Una visione di bellezza all’altezza dell’intelligenza che emana”, credo. Che poi è proprio quello che non ha capito D’Agostino, buttandola al volo, appunto, nel “solito spartiacque sessista”, e anche superficiale, aggiungo. Certo, con gli sms…
Ma perché diavolo, se appena si accenna alla bellezza di qualcuno/a, si devono avere poi suggestioni sessuali e pornografiche? Forse perché è diventato tutto così dannatamente superficiale, appunto, e il corpo esterno è l’unico metro di valutazione, nelle sue forme più o meno giuste o sbagliate e l’uso che se ne può fare? Il corpo però di per sé non è niente se non ha un fuoco che l’accende, e più quel fuoco brucia più quel corpo splende. Certo, qualcuno è più fortunato di altri e ha un corpo “all’altezza” della propria intelligenza, ma che c’entra con la sessualità? Ma c’è qualcosa di più patetico e penoso di quelle bellissime ragazze a culo all’aria sulle tv? Fermo restando che, è vero, (ma parlo da maschio e quindi sicuramente prevenuto) le donne mi paiono avere un fuoco in più degli uomini, sprigionano una volontà e una presenza, un’energia, che vanno dalla punta dei capelli a quella dei tacchi che a me spesso lascia senza fiato, e di certo in quel momento non sto guardando tette, labbra e culo, sono ammirato o affascinato, e niente importa anche se quella donna ha vent’anni o settanta o se è etero o altro. E se è per questo non mi importa neanche se hanno il push up o il velo, anche se nel secondo caso mi pongo sempre il problema di chi sia il coglione dietro che glielo impone.
Lo spunto che Dago non raccoglie è contenuto nella frase “Che mi abbia letto?”.
Di fronte all’epifania di una bellezza in pace con l’intelligenza, lo Scrittore non può che pensare alla sua Opera e, sulla base della sua lettura o meno da parte degli uomini, essendo essa un’imago mundi – che è il mondo non “malgrado” ma “in quanto” immagine di esso (suprema celebrazione della fictio, che finzione non è) – , spartisce il mondo col suo, per fortuna profanissimo, Giudizio universale. Non si tratta, da parte Sua, di guardare il mondo in un’ottica autoreferenziale, egocentrica o megalomane, bensì di informare di sé il mondo, essendo conscio dell’alta quotazione letteraria dell’Opera che ha prodotto e in cui si è prodotto e del suo valore decisivo, discriminante e risolutivo in una società cui sente fino in fondo il polso, pulsazione dopo pulsazione.
Il climax che si diparte da questo nucleo concettuale è certamente discendente rispetto allo svettare dello spunto gettato e non raccolto.
Dago risponde solo alla prima domanda di Busi, mentre schiva la seconda. In questo modo manda il discorso in vacca con un’affermazione che, per quanto nel suo intento simpatica, come dice lo stesso Busi (probabilmente tra il deluso e lo stizzito), non c’entra.
Nel suo secondo messaggio Dago schiva pure l’osservazione sulla non pertinenza della sua considerazione e prosegue nella discesa senza freni del climax.
E Busi, che certo non si fa trascinare nella caduta, devia il suo discorso verso una rotta imprevista, chiudendo comunque in bellezza con l’idea capitale della vita in funzione della Scrittura.
Insomma, i semi gettati dallo Scrittore trovano un terreno arido in chi non Lo ha letto e i possibili climax che potrebbero dipartirsi, come spighe svettanti, dal suo dialogo con gl’altri finiscono per trasformarsi in discese più che in ascese. Chi non ha letto lo Scrittore non fa nascere spighe dorate dai semi filantropicamente da Lui gettati, non si sviluppa in altezza, in verticale, ma solo in orizzontale, appiattito a terra, come la gramigna, che per sradicarla devi tirarla con tutto il tuo peso, la porca.
Il climax sta tutto nella domanda “che mi abbia letto?, che Busi pone a D’agostino fin dalle prime battute e che questi ignora neanche troppo abilmente ma sicuramente di proposito. Lo Scrittore è estasiato nel vedere tanti ossimori convivere in armonia in un’unica donna e per soprammercato giornalista del Tg1 e rivede in lei la sua opera quale equilibrio perfetto tra bellezza e intelligenza, un capolavoro di tensione estetica che si staglia fulgida sopra ogni contesto violentandolo. D’agostino, come l’italiano medio, riduce tutto l’enunciato a una mera battuta sulla sessualità schermandosi dietro l’ironia spiccia da eterosessuale comprensivo che fa dei distinguo anche quando va al bagno e non riesce a vedere al di là del suo uccello intorno al quale crede giri tutto il mondo e, perché no, anche il rotolo della carta igienica.
“Che mi abbia letto?” è la domanda che avrebbe dovuto generare la discussione, lo spunto che Dago non raccoglie, degradando l’interesse dello Scrittore per la bellezza della giornalista come riflesso della sua e della propria intelligenza ad una questione puramente fisica.
Leggendo questo scambio di sms il pensiero mi è andato all’istante al post “Il sogno di una frase”, al passaggio successivo al ricordo dell’incontro coi carabinieri accorsi, si fa per dire, per il reclamo contro i bagordi al Centro Giovanile. Il passaggio è questo:
” l’eco di questo incontro(…) s’è frammischiato al sogno della frase dandole una pulitura, un raffinamento in più, come se, per l’appunto, fosse una scultura non proprio di pietra ma di immateriale materia cesellata a una perfezione sovrumana – una scultura di ghiaccio sotto il sole, con entrambi che lottano, una per non farsi sciogliere, l’altro per non farsi raffreddare, in un punto di reciproca simpatia per la comune morte sospesa mentre la vita va (…)”
Poco dopo sul sito fu pubblicato il post “La verità è un’informazione esatta” nel quale, per quell’esigenza di verità-detta mai sottoposta a una tentazione esoterica, Busi cita in esergo questo passo della “Anna Karenina” di Tolstoj, la frase che mosse il sogno:
“ERA UNA LIMPIDA GIORNATA DI GELO.”
E ora nel primo sms Aldo Busi fila uno dei suoi ossimori più belli: il gelo infuocato che azzera le distinzioni e le gerarchie e le distanze tra l’intelligenza e la bellezza: l’intelligenza! è! la bellezza, e il loro stare assieme, il raggiungimento di questo spericolato equilibrio, descrive con sintesi massima l’opera letteraria di Aldo Busi che, come al solito, per mancanza altrui, la miglior critica deve continuare a farsela da solo.
Sulla risposta di D’Agostino: io trovo sia coerente alla sua immagine, cioé alla sua esigenza intimistico-editoriale di essere cafonal o di non essere: nel momento stesso in cui rispondeva ad Aldo Busi, D’Agostino doveva star già pensando allo spazio che avrebbe dedicato sul suo sito allo scambio degli SMS, certo non era interessato alla qualità linguistica della opera in sé di Aldo Busi; era goloso del prossimo commento tranciante e frizzante e così autentico non poter essere altro che euforico e spassoso di Aldo Busi, sugli uomini e sulle donne che, non sapendo loro chi essi siano, ce la mettono tutta a impersonare quello che la Cultura Ufficiale, ovvero la morte cerebrale collettiva, ha già sentenziato che debbano essere. Aldo Busi scriveva e D’Agostino, doppio quindi disposto a ogni mezzo per il suo fine soltanto, tramava.
Un saluto!,
Antonio Coda