Aldo Busi consiglia “Solo” di Rana Dasgupta
Pubblicato il 29 marzo 2011
Mi affretto a consigliare un romanzo di 345 pagine di cui ho letto solo le prime 190, non in un fiato a causa della sorpresa continua nel constatare quanto mi appassionassi di riga in riga sempre di più: è “Solo” - titolo originale e quindi non in traduzione italiana, della bravissima Silvia Rota Sperti , dai molteplici significati, ambito musicale a parte, in cui il riferimento alla solitudine umana è secondario -, dell’indiano di origine inglese Rana Dasgupta, nato nel 1971, e pubblicato da Feltrinelli un mese fa. Il romanzo ha un’ambientazione per noi italiani e per gli europei in generale ancora esotica e storicamente poco conosciuta, la Bulgaria, dai primi anni del Novecento al presente, e segue cento anni di vita di un “uomo qualunque”, pieno di qualità rinnegate, dalla musica alla chimica, e via via soppiantate da velleità socialmente sempre più inerti e inermi, e che forse non a caso si chiama Ulrich come il protagonista de “L’uomo senza qualità” di Musil. Siccome sono del parere che meno si “racconta” di un racconto scritto e più ci si mette davvero a servizio del racconto stesso portandogli lettori, non trascriverò alcun passaggio e neppure un solo lembo di frase per dare un esempio della vastità visionaria, poetica, storica, scientifica di questa lingua così sensuale e vera, senza mai un pressapochismo riassuntivo, un dolorismo, un sentimentalismo, una lingua logica in una struttura così logica da sembrare, al contrario, un sogno. Salman Rushdie ha molto generosamente scritto, “Solo conferma Rana Dasgupta come il più inaspettato e originale scrittore indiano della sua generazione”: secondo me, anche della precedente. Aldo Busi
4 responses to Aldo Busi consiglia “Solo” di Rana Dasgupta
Tra ottanta pagine sarò alla fine del libro, nello specifico alla fine della seconda parte, il versante dei “Sogni”, e il fatto che non mi tenti per nulla la voglia di tirarlo fuori per continuare a leggerlo – esigenza capitatami, ultimamente, con “Germinal” di Zola – la dice lunga, su quanto poco mi abbia fatto sognare, ovvero pensare come non avevo mai pensato prima.
Il “Solo” di Dasgupta manifesta all’interno della prima parte del libro, “Vita”, l’assenza di passioni umane del suo personaggio, Ulrich, troppo vistosa e funzionale alla seconda parte del libro, “Sogni”, nella quale invece le passioni, forse per il bisogno di un bilanciamento esistenziale, scorrono a fiumi, inquinati o di sangue. Sia nella prima come nella seconda parte la passione, nella sua assenza come nel suo eccesso, resta però un tema – trattato in due variazioni, quindi non è mai lei, ma il suo fantasma di carta.
L’intenzione estetica è così evidente nella struttura e nella soluzione formale da lasciarmi davanti agli occhi non la vita di un uomo separata quasi di netto tra il vissuto e l’immaginato, ma il progetto di questa vita e cioé il progetto dell’autore di dire questo, non riuscendo a ricrearlo: insomma, in questo libro ho visto troppo la radiografia dello scheletro della intenzione autoriale per godemi la carne viva della storia: il fenomeno della scrittura non è scattato, la storia è restata lettera, morta.
Poi, stai a vedere che il sottile senso di irritazione che provavo leggendo della vita – così poco vissuta e con così scarsa partecipazione da essere stata prossoché dimenticata – di Ulrich deriva dalla paura di finire col replicarne la versione italiana piuttosto che bulgara, e sulla mia carne invece che sulla sua carta.
Resta vero che, dopo aver letto romanzi come quelli di Aldo Busi, trovare qualcos’altro che soddisfi almeno la metà diventa difficile. La lettura di “Grazie del pensiero”, forse uno dei libri meno organici di Busi, mi ha tenuto sulla corda molto più del libro di Dasgupta, che è solo un libro di bilancio tra due parti, e non una mente in equilibrio su tutto e nulla.
Un saluto!,
Antonio Coda
Purtroppo ciò che manca a Ulrich non sono le passioni umane (la musica e il violino, la scienza e la chimica e forse una carriera gloriosa, l’amore per una donna e per un figlio disperso) è il coraggio, e insieme la determinazione per, come si suol dire, quelle passioni coltivarle: ararle, irrigarle, metterle a frutto insomma, con fatica, giorno dopo giorno. Infine, la pietà che proviamo per Ulrich è la pietà che proviamo per noi stessi. Per i nostri stessi sogni e atti mancati.
In effetti la seconda parte del libro è sconcertante, ma darei più fiducia allo scrittore, che sembra sapere quello che fa. E’ come se Dasgupta avesse sciolto, sulla carta, il legame chimico tra quelle due molecole che nel quotidiano sono legate tra loro indissolubilmente, la vita da una parte e i sogni a occhi aperti dall’altra, per poterne così studiare meglio la composizione, il funzionamento, la dissoluzione ed evaporazione finale.
Sarebbe un peccato non finire il libro, visto che proprio a pochissime pagine dalla fine il leitmotiv su Einstein, vero alter ego del protagonista, viene portato a compimento. E con esso, forse, anche il mistero del titolo.
“E’ così che Einstein ha potuto fare dei passi avanti così strepitosi. Capisci? Come poteva un uomo fare quello che ha fatto lui, altrimenti? Non poteva avere un’energia così portentosa da solo!” (dall’originale: “How could one man do what he did otherwise? He could not summon such earth-shattering energy on his own!”)
Michele,
poco dopo aver inviato il mio commento lessi le pagine che mi restavano; il libro merita di essere letto tutto, anzi: è proprio fatto in maniera di “dover” essere letto tutto, per potersi dire concluso. Ripeto comunque che non m’ha acceso il desiderio di divorarlo, come per esempio è riuscito a fare stasera, anche se non so ancora perché, lo “Slab rat” di Ted Heller.
Provo a chiarire quanto avevo scritto, per meglio confrontarmi con te. Quando dico che al personaggio Ulrich manchino le passioni umane, intendo proprio il coraggio e la determinazione: perché è questo a fare di una attitudine, di una inclinazione, di un hobby – parola orribile – una passione. Altrimenti quelle per la musica e per la chimica, se sbarazzate in fretta grazie all’alibi perfetto del senso-del-dovere o così via, non sono affatto passioni, ma a malapena la speranza che lo siano state.
( Quanto ad Einstein, tirato dentro ogni tanto nel libro. A me va di citare quello che Dasgupta scrive nella stessa pagina, subito dopo il paragrafo citato da te, sempre a pagina 342 “Quanti uomini e donne falliti per produrre un Einstein?(…) Ma sappiamo che se vogliamo provare il brivido del progresso e della scoperta, devono esserci dei sacrifici dà qualche altra parte”. Eccola, la giustificazione che da Ulrich a se stesso: la sua inutilità, di Ulrich, è servita alla sua utilità, di Einstein, e quindi al progresso della società tutta. Ulrich è un uomo così privo di qualità che prova a darsene qualcuna addirittura per interposta persona. L’Ulrich di Dasgupta si fa l’idea che, per scatenare la portentosa energia del genio progresso, si debbano sciogliere tutti i legami, i più profondi: quelli atomici. Una portentosa, e sciagurata, energia nucleare, come prodotto della solitudine più assoluta e indifferente. Insomma, si fa le sue sviolinate per bene.
Credo che l’Ulrich di Dasgupta avesse tutte la carte in regola per diventare un grande personaggio patetico in una storia generosamente controversa, ma si è limitato a questo: a carte in tavola non giocate con la necessaria sapienza. Per dirla speditamente: nel libro di Dasgupta c’è più la sua testa che il testo, e in un libro che punti a essere poco poco rivoluzionario, la testa va tagliata via di netto.
Un saluto!,
Antonio Coda
Antonio,
Non vorrei addentrarmi in questioni di lana barbina, ma la differenza tra “coraggio” e “passione” mi sembra un punto dirimente, addirittura esiziale, tanto più che siamo ospiti di un sito sull’opera di Aldo Busi e se da essa non si impara che bisogna darsi anche il coraggio che non si ha non vedo cos’altro valga la pena di imparare.
Pur non volendo essere né tautologico né etimologico, mi vien da dire che la passione è la passione e il coraggio è il coraggio: la prima pertiene a un ambito emotivo, interiore, e implica in qualche modo uno stato passivo; il secondo invece (cazzus! era una vita che non usavo un punto e virgola) implica sempre una dimensione volitiva e sociale, esteriore. Conflittuale, soprattutto. Senza questa lotta contro il mondo cattivo, gli uomini brutti e la bruta realtà – tutte maschere della propria bruttezza – non c’è, per l’appunto, opera.
Tornando a “Solo”, io trovo che sia tutto molto più ambiguo. Ad esempio, non credo che per Ulrich si tratti solo di trovare una giustificazione al proprio fallimento o di darsi per interposta persona le qualità che non ha mai avuto (e anche se fosse non sarebbe che un tassello in più nella descrizione magistrale di un inconcludente), semplicemente, da bravo scienziato mancato, ha scoperto una sorta di “legge di natura” del successo e del fallimento, che vanno a braccetto come l’azione e la reazione di un qualche ormai dimenticato principio della dinamica. “Certe volte Ulrich si è chiesto se la sua vita sia stata un fallimento. Un tempo avrebbe guardato il tutto e risposto Sì. Ma adesso non sa cosa voglia dire una vita riuscita o fallita. Un cane può fallire nella sua vita? E un albero? Una vita è solo una quantità, e non può esserci fallimento più di quanto ce ne sarebbe in un mucchio di terra o in un secchio d’acqua. Fallimento e successo sono termini estranei a una materia così cieca.”
E la domanda è: la vita di Einstein è stata un successo o un fallimento? Può il progresso sociale o, in termini individuali, l’ipertrofia di un muscolo, fosse pure quello dell’intelligenza, giustificare il cannibalismo più bieco nei confronti di chi ti sta attorno? Chi e cosa bisogna sacrificare e in nome di quale altare e quale carne mangiare? La propria, direbbe qualcuno.
Perciò mi sembra riduttivo dire che Einstein è stato tirato dentro ogni tanto nel libro. La sua figura, perfetta immagine speculare di Ulrich, non solo fa parte integrante dell’architettura del romanzo con la pari dignità che è dovuta anche a una virgola, ma ne costituisce piuttosto uno degli assi portanti, tanto che ad essa è demandata in qualche modo la rivelazione finale che colpisce Ulrich e che secondo me chiama in causa implicitamente ogni lettore della sua storia.
“Done by one person alone, without anyone helping them” recita il dizionario.
Man mano che mi inoltravo nella lettura mi ero fatto l’idea che “solo” si riferisse al fallimento di Ulrich, come se Ulrich ne fosse il solo responsabile. Ma tutta la sua storia individuale sembra in realtà dimostrare il contrario, segnata com’è dai grandi avvenimenti storici che lo travolgono e che sono fuori dal suo controllo. Una volta girata l’ultima pagina mi sono chiesto allora se il titolo non si riferisse piuttosto ad Einstein, pur se in negativo, visto che così come Ulrich non può essere il solo responsabile del proprio fallimento Einstein non può esserlo del proprio successo.
Alla fine forse è il caso tornare all’ambito musicale e interpretare il titolo semplicemente come l’assolo finale di Ulrich quando l’obsolescenza dei suoi ricordi personali diventa il propellente per raccontare una miriade di storie nuove. Forse è davvero solo nell’atto di raccontare una storia che una persona è “da sola”, pienamente responsabile di sé e di ciò che la circonda, perché ha dovuto compiere il rito cannibalico innanzitutto nei confronti di se stessa.