Artisti che obbligano a piantar chiodi

Pubblicato il 26 marzo 2011

PREMESSA

Sono due le presentazioni di cataloghi di mostre che ho ritirato, entrambe scritte per artisti già di fama che conoscevo molto bene anche personalmente, perché l’uno mi ha chiesto la censura di un passaggio (che riguardava Adriano Sofri, secondo me e nove, sino ad allora, processi, assassino del Calabresi) e l’altro del titolo (si vedrà sotto qual era); un’altra presentazione mi è stata respinta da un artista che si credeva un gran figo mentre io, in uno svolazzo realistico, avevo scritto che era sempre ciucco e così brutto e supponente, come tutti gli insicuri, da lasciar ben sperare, data la compagine delle fattucchiere pompate dal mercato dell’arte; per un’ altra presentazione di catalogo, il gallerista pretese dall’artista (Enzo Cucchi) una sigla su ogni foglio olografo del mio testo per tutelarsi contro eventuali querele (vendette tutto, e oggi quel catalogo, a serie limitata, è offerto a cifre proibitive); Luigi Ontani, al quale ho fatto ben due presentazioni di mostre, ancora si lamenta di essere stato insultato (in uno slancio di buonismo, lo paragonai a Moira Orfei travestita da Indira Gandhi che invece di colombe dalla parrucca estrae cazzetti cingalesi dai tubetti), perché “insulto” definiscono gli ingrati la gloria che di certo ho portato io a loro, non viceversa (sarà un caso, ma dal primo catalogo Ontani ha triplicato in tre anni il costo delle sue opere e sestuplicato quello delle fotografie); un’altra presentazione l’ho ritirata io, un pittore americano di stanza a Firenze, il gallerista al momento di andare in stampa non intendeva rispettare i patti (io in cambio esigo due opere di mia scelta dell’artista, sia esso illustre o sconosciuto: aggiungerò qui di sfuggita che non ho mai e poi mai venduto o commercializzato un solo centimetro di arte pretesa in cambio o comperata, che per me è uno scambio di simboli, soprattutto per difendere il principio che la scrittura, almeno la mia, è infinitamente più di valore di qualsiasi immagine di qualsivoglia artista battuto alle aste o, meritatamente, picchiato per strada).

VENGO AL DUNQUE

Bene: un paio di settimane fa, ricevo un ingombrantissimo oggetto senza lettera d’accompagnamento; a distanza di poco tempo ricevo la replica dello stesso oggetto accompagnato da una lettera: “… Un parassita è tale per via di proporzioni; il poco desiderio di conoscerlo, la delusione di vedere ciò che fa.”, sta parlando di sé?, “Le chiedo presentazione scritta sul catalogo di una mostra personale che terrò a… e accetto il suo testo ad una sola condizione: che sia una stroncatura… Si tratta di fotografie, terrecotte e balle varie… Ascolti con attenzione ciò che non ho detto.”, segue firma, cellulare ed email.

Chiamiamolo Ismaele.

Ismaele! Malgrado il senso di masochistico umorismo che contraddistingue la Sua lettera di accompagnamento della patinata creatura di cellulosa (ma c’è anche del cemento dentro?), io non scrivo più da tanti anni e portarmi addirittura a scrivere una presentazione di catalogo di un artista-scocciatore di cui non so niente, per quanto allettante, è davvero al di sopra delle mie voglie attuali di autoflagellazione; ho ricevuto ben due copie del Suo calendario del solito annodomini, una portatami da un messo comunale spedito d’ufficio dalla sindaca di Montichiari che, donna incolta quanto spavalda, tenuta insieme da un insipiente sputo ideologico razzista-leghista e di conseguenza popolana e antidemocratica com’è, mi ha in schifo, con mio gran sollievo, perché ho già abbastanza mezze calzette da salutare anche qui in paese e poi, con quelle calze a rete che inalbera facendo le vasche in cerca di ossequi e del mio insulto sulla punta della lingua, potrei confonderla con un sacco della spazzatura vintage, e tuttavia, la Sua sfacciataggine di farmi avere la prima copia tramite la poverina semi in tutto che deve tollerare sul territorio una macchietta sofistica come me, mi ha costretto a dire al messo di ringraziarla da parte mia. Di conseguenza, aperto il grosso cartone piramidale e adocchiato i già vivacchiati mesi di gennaio e febbraio, l’ho subito destinato alla raccolta di carta per il Mato Grosso; poi, una settimana dopo, ecco piombarmi in casa una seconda copia (che mi è costata un’orchidea di E50 alla gentile vicina che aveva ritirato il Suo madornale ufo per me dallo spedizioniere - esotica florescenza donatale anche se al seguito aveva un’amica coi capelli neri all’annegata nostrana che ne approfittava per dirmi se volevo conoscere a una cena il suo fidanzato ufficiale nonché ufficiale dei carabinieri mio fan scatenato, “Ma ci sarebbe anche lei?”, le ho chiesto tenendo un piede tra la soglia e il cancelletto, e lei, entusiasta, quasi a rassicurarmi,”Ma certo!”, “Allora niente da fare, in tre non ho più la pazienza e saliva ancor meno”), e ho pensato portandomi di nuovo in cucina lo stesso mostro che ritornava a vendicarsi della mia collera sbrigativa di una settimana prima, “Ma chi sarà mai il creativo cretino?”, e mi sono documentato per altri tre mesi. Me ne è rimasto un ricordo di polvere condita, la natura, morta, che si fa bella. Un tanatologo potrebbe tornarLe a fagiolo più di un critico d’arte.

Questo Suo “calendario”, inutilizzabile su qualsiasi parete e chiodo data la grandezza e pesantezza da mega uovo di Pasqua, i cui maniacalmente compunti assemblaggi fotografici tanto ricordano i set di un David LaChapelle versione nippo-preappenica e quindi una millefoglie pensata per procurare il più sontuoso dei vomiti, deve costare un occhio della testa altrui solo di spese, tanto che dubito ci sia poi un utilizzatore finale anche compratore che se lo possa permettere. Quindi, se Lei voleva fare un gadget di perfetta e vana sorte, ha centrato il bersaglio: Lei è pronto per fare una mostra. Basta non mi chieda di venirci.

Potrebbe intitolarla “C’arte da parati” – è una vita che spassionatamente consiglio questo titolo a svariati mostranti, lo respingono tutti facendo spallucce, in apparenza: in verità frenano la scapola che stava scattando per mollarmi un destro con tutta l’energia caravaggesca del braccio.

Quale presentazione, se crede, si serva di questa qua sopra. In fondo, essendo a titolo gratuito, anche se mi deve due opere di rito, non seriali e solo se mi piacciono se no può tenersele, Le costo infinitamente di meno di quanto Lei è costato a me.

Ps: per l’annodomini a venire, invece di un altro calendario, mi mandi magari una Vanitas di Pieter Claesz o del Guercino, anche piccola.

Aldo Busi

L’email gliel’ho inviata alle ore 9.30 e dopo tre ore ancora non c’è una risposta, pensavo si dovesse profondere in ringraziamenti per grazie ricevuta, adoro sia essere ringraziato che mandato affanculo, è una pari accusa di ricevuta; lo chiamo al telefono, forse la mia email non gli è mai arrivata; mi dice che è lontano da casa, che non appena rientra si farà vivo, gli dico che se fossi al suo posto mi fermerei al primo bar e ordinerei un computer, però, contento lui; non gli chiedo niente, solo l’età, ho su il risotto con le ortiche, le violette e la prima erba cipollina del mio orticello: quaranta passati. Penso, ‘Non è un’età facile’ e lo perdono.  A tarda sera ricevo la sua email di risposta: “Grazie. Ismaele”, io gli rispondo, “ ’Grazie’ non è una gran informazione. Busi”.

Più sentito.

Qualcuno si arrischia a immaginare cosa è successo nella testa di questo qui? E nella mia?

E baci al dente.


3 responses to Artisti che obbligano a piantar chiodi

  • Beatrice Piraccini scrive:

    Mi voglio arrischiare io: Ismaele ha ottenuto quello che voleva, una stroncatura, ma tanto chi la capisce che è tale, anche se qualcuno mai la leggerà? L’importante è la firma che c’è sotto e servirà a far fare una gran bella figura, trattasi alla fine dei conti di una stroncatura per così dire artistica, mica robetta.
    La stroncatura come la censura in determinati frangenti fa i miracoli, Ismaele ha capito che non è un Marlon Brando ma una Maria Schneider e che ha come unica chance la scena del burro per entrare nella storia, non c’è male come acume.
    Forse però Busi si sentirà in colpa per esserci andato giù pesante con un tipo che in fondo è del tutto consapevole che le sue opere non valgono un bel nulla e che cerca, sottomettendosi ad una umiliante forca, di arrabattarsi per sbarcare il lunario…
    Potrebbe invece prevalere la nausea e il senso di essere stati depredati della propria umanità, dato l’uso che gli altri fanno della parola scritta e del potere che ha.

  • Marco Manconi scrive:

    dopo la lettera chirurgica della Sig. Piraccini cui non oso dare seguito con niente di mio, mi piacerebbe arrischiarmi nella testa di Aldo Busi, quasi certo di non trovarvi comunque assolutamente niente, riguardo a tutta la storia, e sta tutta qui la differenza con chi non riesce mai a scollegarsi dal cervello e dai suoi fantasmi per viversi ogni tanto e magari così, en passant, aprirsi gli orizzonti e le visioni, invece che fabbricare orrori – dando fede alla descrizione di Aldo Busi – specchio di quello che appunto passa nella caotica testa mai quieta dell’artista in questione.

  • Antonio Coda scrive:

    Per quel che si può osare ricostruire attorno ad Aldo Busi, credo che, e non per l’ultima volta, abbia ceduto di fronte alla tentazione d’essere gentile nei riguardi di un estraneo, di essere generoso offrendogli la promozione della sua scrittura, ch’è un valore aggiunto anche quando esprime un detrimento. Generosità, la sua, virile poiché prova sempre a instaurare qualsiasi rapporto basandolo su un principio – quantomeno nella forma visto che nella sostanza è impossibile – di parità.

    Di Ismaele invece credo non ci si possa azzardare a dire granché. Ingrato, in senso stretto, non è, visto che un grazie, che è uno, l’ha espresso. E uno è il tratto della sua personalità che traspare in quanto ne riporta Aldo Busi: Ismaele è un uomo di poche parole, antitetico.

    Grati saluti,
    Antonio Coda

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