All’amore si comanda 3 – Un altro carteggio

Pubblicato il 16 febbraio 2011

1) Nell’agosto del 2010, in un aeroporto tedesco, faccio la conoscenza di una italiana bellissima (anche Pesciolina lo è), di quarant’anni appena compiuti, che comincia a raccontarmi di essersi innamorata, ricambiata al massimo grado, di un coetaneo tedesco in via di separazione con figli a carico, e anche lei sta per divorziare, ma non è facile, anche se dalla sua unione, di dodici anni, non sono nati figli; nei mesi a seguire, iniziamo un fitto scambio di e-mail, che si interrompe circa due mesi fa; dirò solo che è sempre stata lei a prendere l’aereo per andare da lui, lui da lei mai una volta; anche a lei ho chiesto un parere sulla lettera di Napoleone alla sorella Paolina, ben sapendo di toccare corde ormai dolenti. Aggiungerò che è l’unica persona con la quale ho avuto un autentico epistolario malgrado le cascate di puntini di sospensione. Annoterò en passant che non ho mai intrattenuto alcuna corrispondenza con un uomo, perché, se della mancanza di intelligenza di una donna mi faccio una ragione, della stupidità di un uomo no, e che non ho mai e poi mai incontrato un uomo che fosse almeno intelligente quanto me per non annoiarmi alla seconda posta. Un uomo, oltre a fare uso abbondante di puntini interrogativi rivelando subito la sua intrinseca natura donnesca, ha paura dei punti esclamativi, non li piazza perché, infinitamente femminile, teme vengano scambiati per i suoi coglioni castrati da quel tempo ed esposti una volta per tutte a occhi indiscreti.

Ecco la risposta della bellissima pendolare per amore (a spese sue), da cui ho espunto ogni riferimento personale. 

2) Aldo, Lei sa bene che, ultimamente, la sola parola Amore mi fa venire l’orticaria. Ho comunque letto il Suo articolo e cerco, da profana sia dell’amore che del personaggio Napoleone, di darLe la mia impressione. Leggendo la lettera mi sembra plausibile che si tratti di una dichiarazione di profondo amore altruistico (sempre che esista una cosa così) del còrso per la sorella. Tutti pensano che l’amore sia tale solo se sussistono le belle paroline, i bei gesti, ma a volte il vero amore si cela dietro dure parole. Pensando alle mie esperienze di moglie, amante, fidanzata, figlia, nipote, educatrice professionale, ho capito che se si ama veramente e si è certi di essere riamati (e purtroppo questo, in un rapporto, non dovrebbe mai accadere) si tende ad utilizzare la propria autorità sia per ottenere ciò che si vuole dall’essere amato (amore egoistico, traducibile in un “Amore…se mangi gli spinaci la mamma ti da….”; “Se fate tutti i compiti la prof.ssa non vi da la nota”; “Amore…se mi dai tante coccole ti do…” etc), sia  per fargli ciò che io, da amante o da affezionata, credo sarebbe meglio per lui/lei (amore altruistico? mah!). Abbiamo già avuto modo di parlare del tema, e sa che io credo che tra due amanti, sia che siano essi fisici, fraterni, mentali, uno è sempre più forte dell’altro. Uno dice NO e l’altro è costretto a dire SI, uno si riempie e l’altro si svuota, uno vive e l’altro muore.

Dal mio semplice punto di vista, Napoleone sapeva bene che la lettera avrebbe avvinghiato a lui ancor di più Paolina, che, pur di sentirsi nuovamente avvolta dall’amore fraterno, gli avrebbe regalato un SI, rendendosi nuovamente schiava di lui e dei suoi desideri. Anche se, parlando di Napoleone, ho dei seri dubbi sul fatto che la lettera da Lei tradotta non contenesse qualche strategia di altra natura, perchè Napoleone era tutto trane che un uomo semplice.

Se un uomo “minaccia” l’amata, questa si sentirà costretta a compiacerlo e a comportarsi come lui desidera in cambio di Amore. Il NO napoleonico avrà fatto serpeggiare nella viziata ma non stupida Paolina un moto di paura. Probabilmente io, in quanto donna qualunque, mi sarei sentita spaventata. In fin dei conti, pure io mi sono lasciata andare a troppi SI, quando dentro di me urlavano incazzati dei NOOOOOOO enormi. Ma la non voglia di dover tirare fuori le unghie per la centesima volta, mi ha fatto miagolare invece che ruggire e ho preferito appallottolarmi sul sofà invece di girare il sederino e piantare come si sarebbe meritato il crucco privo di amor proprio.

Le Sue tesi mi trovano d’accordo con Lei. Le ultime esperienze mi hanno insegnato molto, e Lei ancora di più.

Concludo, sempre da profana, che solo chi ha amor proprio è capace di amare un altro essere.. e Napoleone….a quanto mi ha insegnato la storia di amor proprio ne aveva da vendere!

***

3) Grazie della risposta, o mia Valchiria delle Langhe, che non mi pone interrogativi cui dare una interpretazione – salvo uno: Napoleone non si propone alcun doppio fine nei confronti della sorella, è da escludere, Paolina è una scatenata la cui unica ricerca è il piacere e il compiacere al fine di sentirsi dire “Bella creatura!” e desiderata, non ha alcun acume politico, unica dei figli della Letizia Ramolino, grande madre e stratega a sua volta, a non fare alcuna carriera in questo senso. Paolina non regna, non amministra, non mette al mondo una dinastia, di mestiere fa la sorella dell’Imperatore e, pertanto, spende e spande e allarga allegramente le gambe secondo il copione che più le va a genio: averla maritata due volte è già un successo per Napoleone, che per lei stravede e scuce in proporzione (dalle tasche dei francesi per il superfluo, da quelle dei suoi annessi per le necessità). La paura di Paolina è solo una sfaccettatura della delizia indicibile di essere spaventata da un fratello del genere!

Ormai, vedo che ha imparato a farsi da sé ogni possibile sintesi esistenziale, ma mi dispiacerebbe se di tanto in tanto non si facesse sentire, soprattutto allorché comincerà a ridere di quanto Le è successo con il “crucco” e la sua corte che il poverino dovrà miracolare per tutta la vita senza più averne una propria. Cari saluti, Aldo Busi


3 responses to All’amore si comanda 3 – Un altro carteggio

  • Lorenzo Taidelli scrive:

    Io la penso così:
    se amare significa volere il bene dell’Altro, e significa proprio questo, a ben guardare, allora amare comporta ordine, disciplina e chiarezza di priorità.
    Per amare occorre calcolo, mica un cuore che palpita. E’ volontà, non sentimento. Volontà di realizzare il bene (condiviso) dell’Altro perché nutrire e crescere l’Altro (un compagno, un figlio, una classe di studenti) coincide con la massima realizzazione personale. Il BENE, quinidi, non il piacere. Il giusto, non il conveniente.

    I no inflitti a sé per offrire un sì all’Altro o le colpevolizzazioni subliminali agite per ottenere adesione al proprio progetto da parte di un Altro recalcitrante, i dolori di cuore, le manipolazioni affettive, i complessi di abbandono e rifiuto rientrano nelle panie della categoria desiderio/possesso o in quella, peggiore, di autostima mancante (in quanti rapporti si chiede inconsciamente all’Altro più solido-e-forte il risarcimento di quello che non si sa darsi autonomamente?). L’amore non c’entra niente. Amare è innanzi tutto emancipare l’Altro, farlo sempre più sé e, solo così, sempre più con te.

    L’affetto è manifestazione dell’amore. Può anche non esserci e l’atto d’amore a tutto tondo non se ne sente inficiato o impoverito. L’affetto è il portavoce dell’amore, la sua cassa di risonanza. Meglio se c’è, quindi: si sente tutto meglio.

    Ah, l’amare… Che superpotenza esclusivamente umana. Dat novos oculos per davvero!

    P.s.
    E ‘affanculo tutto il teatro lirico sei/sette/ottocentesco, così diseducativo e sbagliato, che grida amore non appena al tenorino di turno si rizza il pisello per il sopranuccio d’occasione. Solo se sganciati dall’attrazione si riesce a amare fino in fondo.

  • Beatrice Piraccini scrive:

    Non so molto del rapporto di Napoleone con Paolina, mi sembra comunque che l’invito di Napoleone rivolto alla sorella “a non fare la matta” sia dettato dalla preoccupazione (e solo chi vuole veramente bene si mette in apprensione per un’altra persona) che possa cadere dalle stelle alle stalle per non dire di peggio.
    Non è però così facile, nero su bianco, vedervi l’affetto profondo di cui parla Busi, in effetti questa è una sfumatura alla quale si giunge tramite gli ulteriori dettagli biografici e storici.
    Concentrerò pertanto il mio commento sulla riflessione che Busi spinge a fare sul rapporto che c’è tra il privato di una persona e quindi anche la sua vita amorosa e gli incarichi pubblici che ricopre, oppure semplicemente il posto che occupa nella società.
    Come non rammentare il caso di Lady Diana, che ha gestito il matrimonio con il Principe Carlo come avrebbe fatto una comune casalinga sposata con un operaio, come dimenticare la faccia scocciata e disprezzante alle cerimonie davanti al suo popolo accorso per vederla da vicino: qui è proprio il caso di dire che se Diana avesse seguito esattamente alla lettera i consigli napoleonici su come si sta al mondo da principessa non sarebbe caduta in disgrazia, la medesima disgrazia che il fratello Napoleone temeva potesse accorrere alla sua sorellina.
    E’ però nel segno dell’estremo che riporto l’esempio di Hitler che sposa Eva Braun solo poche ore prima del suicidio nel bunker: se lo avesse fatto nel pieno del potere sposando la propria amante si sarebbe screditato.
    Questa è una drammatica sintesi ma mette in evidenza che l’amore per chi ricopre posti di potere è una debolezza, una umanità fuori luogo, che dà adito al timore che si possa essere disposti a sacrificare l’amor di Patria all’amor proprio.

  • Antonio Coda scrive:

    Provo una reale contentezza ogni volta che posso avere un di-più della scrittura di Aldo Busi. Un piacere genuino, non avido, non cumulativo, non ingrato: diretto, spontaneo, salutare. Come dire: non se ne ha mai abbastanza, di brezze di vento.

    Ogni volta che leggo Aldo Busi colgo un senso di bontà elargita nella sue parole, di cura, di attenzione, una bontà enormemente pudica, che sa ma non vuole dire il suo nome, quasi per timore che, una volta scoperta, debba poi ritirarsi definitivamente.
    Sul pudore presente nell’opera di Aldo Busi c’è così tanto da dire.

    Secondo me, questo carteggio mostra in piccolo un lato dello scrittore che non traspare nel personaggio veicolato dai media: Aldo Busi matura delle considerazioni, le propone a persone di cui ha interesse a conoscere la valutazione in merito, medita sulle risposte ricevute. Questo ciclo armonico crolla del tutto i pregiudizi infondati che lo vogliono arrogante, superbo, sordo a tutto tranne che alle sue parole, paladino di una verità autoprodotta e autopromossa, isolato e inavvicinabile da una visione altra dalla sua ( ch’è poi l’esatto opposto di quello che accade per la formazione dei personaggi nei suoi romanzi).

    Poi non posso che notare come queste non siano le sue prime riflessioni attorno alla figura di Napoleone. Ce ne sono tracce nel suo “Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo”, cronologicamente l’ultimo che abbia scritto.
    Al punto che mi sono chiesto se sia mai balenata nella mente dello scrittore l’intenzione di cimentarsi in un romanzo di rivisitazione storica, piccolo vuoto nel suo repertorio che spazia dal teatro alla rubrica, dal racconto alla favola, al manuale, alla canzone, alla sceneggiatura cinematografica ( tutti in rigorosa chiave busiana, va da sé).
    Devo purtroppo ricordare a me stesso che in una sua intervista lessi di quanto non lo appassionasse affatto una operazione letteraria del genere.

    Comunque credo di non fare danno a nessuno se m’immagino nel giardino dello scrittore, magari a poca distanza dalla sepoltura del “Seminario sulla vecchiaia”, un’altra piccola tana dove sia finita una “Vita standard di un imperatore ad interim dei francesi”.
    Che arbusti però devono essere cresciute da cotante sementi!

    Saluti,
    Antonio Coda

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