All’amore si comanda 2 – Uno scambio epistolare

Pubblicato il 15 febbraio 2011

Desidero condividere con i lettori di altriabusi.it un privato prosieguo circa la lettera di Napoleone alla sorella Paolina; con questo pretesto, ho riallacciato una vecchia corrispondenza con una donna amica; ogni riferimento alla persona in questione è stato eliminato:

1) Pesciolina! Visto che quell’intervista su ‘Amore e civiltà’ non la faremo mai, rieccomi. Siccome Lei, a differenza di me, gestisce al contempo molte forme d’amore mentre io mi devo accontentare del solo amore per la giustizia sociale, applicandolo concretamente quindi alla pura astrazione, mi piacerebbe che leggesse il mio commento a una lettera di Napoleone alla sorella Paolina e mi dicesse cosa ne pensa. Il mio dilemma si può riassumere così: a) spesso si dice sì invece di no per tema di interrompere un rapporto, b) il rapporto, che continua, è di fatto interrotto proprio da quel no mancato, c) ci si riempie a vicenda svuotandosi man mano, d) si vive bene in due a patto di isolarsi e morirne. I sì compromissori e rassegnati tra due debolezze è l’unica forza sociale possibile? E, col senno di poi, la domanda che più mi inquieta: quanti, a parte me, sarebbero in grado di riconoscere oggi in quella lettera una dichiarazione di profondissimo affetto? Ben ritrovata dal Suo sempre più folle Aldo Busi 

***

2) Busi carissimo,
a costo di irritarLa, comincio con una confessione, con gli affari miei, ecco. Sono contenta di sentirLa. Ho avuto spesso in questi mesi la tentazione di scriverLe e l’ho frustrata per il timore che dalle mie parole potesse trasparire un certo turbamento che mai avrei voluto Lei interpretasse come biasimo. L’ho seguita e studiata, e benché già sapessi di essere meno tollerante e giocosa e fantasiosa di Lei, mi sono scoperta turbata. Vergognandomene, mi son nascosta, e non sapevo come riaffacciarmi a Lei.
La Sua e-mail è arrivata in una notte piena di tormenti causati proprio da uno di quei discorsi pieni di domande cui seguono dolorosi no o sì di compromesso, piombata, anzi, in uno di quei momenti in cui si ha chiaro che anche qualora la storia a due continuasse, lo farebbe a cominciare da una cesura, e quindi da una fine, in un assurdo emotivo oltre che logico.
In un mellifluo slancio del tutto fuori luogo Le dico anche che se fossi da Lei, ora, L’abbraccerei. Perché l’ho letta poche ore dopo aver impartito i miei primi ordini e le mie prime vere condizioni al mio compagno di vita, per smettere di avere l’impressione di amare a scapito di me stessa. Glieli ho detti, insomma, aspettando un verdetto. Quello che Lei descrive è l’unico modo per dare un senso, se non un significato, all’amare. Il problema è che difficilmente si è in grado di metterlo in atto fin dall’inizio di una relazione. E così, quando ci si sveglia dal torpore della passione e quando dopo la rincorsa dei sospiri il fiato torna normale, l’espressione della volontà pare un redde rationem, una negazione di tutto quel che c’è stato prima. In questo senso, una fine.
Vengo a Napoleone e alla sua Paolina.  L’invito di Napoleone a Paolina a coltivare il marito, a conformarsi all’ambiente romano, insomma alle briglie sociali, mi pare un invito a soffocare le sue inclinazioni, a renderle meno detonanti rispetto a quanto si ha intorno. Non è questo il modo migliore per coltivare un’infelicità?
La bacio, o Busaldo.

***

3) Pesciolina! Ma no, le cose con Paolina Borghese non stanno affatto così, e neppure con le donne di rango inferiore del tempo: i matrimoni erano comunque combinati, e sposarsi, per una donna scelta e mai e poi mai nella posizione di scegliere, era il viatico ufficiale per correre la cavallina da tutt’altra parte. Il fratello Napoleone conosce benissimo l’indole della sorella e non la biasima affatto di avere amanti quanti ne vuole, la biasima di non recitare bene la sua parte di principessa Borghese ormai romana di adozione, esattamente, immagino con qualche magnanimità, come a lui tocca recitare la sua di parte, di Imperatore dei francesi, lui, che certo sa benissimo di essere alto un metro e un turacciolo e che lotta ogni giorno per sconfiggere l’innato senso del ridicolo che suscita; i due fratelli si adorano, lui la sta solo proteggendo da se stessa, le sta dicendo che maritata Borghese è una signora che ha diritto a ogni svago, anche quello di farsi scolpire nuda dal Canova, ed è la sorella dell’Imperatore acclamata in ogni corte, da divorziata è una puttana che chiunque relegherà in un bordello girandole le spalle.

L’uso che Napoleone alla fine della lettera fa della parola “bonheur” (al quale Lei, Pesciolina, contrappone una “infelicità” alla lettera) va preso con le molle, “perderai la tua felicità” significa anche, volto in negativo, “cadrai in disgrazia”, cioè perderai la tua fortuna ovvero la tua sorte cambierà di segno. Napoleone la risveglia non ai suoi doveri per soffocarne l’indole, ma per meglio darle briglia sciolta: se vuoi essere vera fino in fondo, da qualche parte devi attuare una recita, punto; Camillo Borghese sapeva perfettamente che donna aveva sposato, convivono pochissimo insieme, è un matrimonio di facciata per entrambi, un’unione sterile, libertini a pari merito; anche Napoleone avrà un figlio naturale (sanissimo e longevo) dalla Walewska, ma mica per questo lo può nominare suo erede e nemmeno adottarlo come ha fatto con i due figli della sposa Giuseppina: tutti sanno che è suo, solo lui deve far finta di ignorarlo, e per uno che per ragioni di Stato  divorzia da una moglie di cui era pazzo al fine di  avere un erede legittimo questa recita non è travaglio comune – e Napoleone II, Re di Roma, figlio di Maria Luisa d’Austria (una madre menfreghista con l’erede ben prima dell’esilio del marito all’Isola d’Elba e amorosissima solo con i bastardi avuti a Parma dal Neipper, del quale era innamorata perdutamente) è malaticcio dalla nascita e muore ventenne. 

Costrizioni e ancora costrizioni sull’ara della forma per chiunque, dal più potente all’ultimo dei servi, nessuno si salva – a parte il reietto, che, non avendo accettato o voluto o potuto autoimporsele, le costrizioni le subisce soltanto e viene scartato dalla convivenza che è detta civile solo allorché ogni convenuto facentene parte ha ottemperato ai suoi doveri di essere crudele con se stesso relativamente al posto che ne occupa o che usurpa. 

Il sottotesto della lettera del fratello dice questo a Paolina, ‘Non vedo l’ora di riabbracciarti a Parigi, di averti vicino a me, ma le convenzioni non mi permetterebbero di farlo se tu ci venissi da divorziata CAUSA ATTIVA E NON PASSIVA DEL DIVORZIO, vienici dunque con tuo marito e falla finita, non abbiamo scelta”.

Quanto a dire dei no troppo tardi… equivale a dire dei sì troppo alla svelta; il sangue freddo occorre averlo quando serve, non per scolare la pasta per quanto al dente. Non so cosa dirLe sulla fine di una passione, ne ho conosciuto solo gli inizi, per mia fortuna abortiti sul nascere anche quelli, miele neanche l’ombra, solo fiele dopo tre secondi di non-relazione, perché ero troppo passionale per dire dei sì che urtavano la mia sensibilità e sentivo che al secondo sì improprio si sarebbe comunque spenta, quindi tanto valeva rischiare di farla vivere con tutti i no del caso o crepasse all’istante. E’ crepata all’istante ogni volta e ne ho sofferto (più per rabbia che altro, o, sì, per odio contro me stesso), ma mi creda, ne sono così felice oggi che quando mi si domanda se ho qualche rimpianto mi spunta un appuntito risolino da gatto Mammone come a dire, ‘Non sapete cosa vi siete persi’. Anch’io non mi lascio mai scappare l’occasione di fare di necessità virtù. E baci. A.B.


2 responses to All’amore si comanda 2 – Uno scambio epistolare

  • Mario De Ronzi scrive:

    Questi inaspettati regali di Busi sono come un bicchier d’acqua fresca per un assetato disperso nel deserto.
    Grazie!

  • Marco Manconi scrive:

    “lui, che certo sa benissimo di essere alto un metro e un turacciolo e che lotta ogni giorno per sconfiggere l’innato senso del ridicolo che suscita”, frase che mi ha subito riportato all’episodio accaduto tra Aldo Busi a la Parietti pochi giorni fa. Insomma, gli uomini bassi – specie di potere, ovviamente – possono temere come e più degli altri di essere trafitti da un momento all’altro dall’insulto, l’etichetta, il ridicolo appunto, e di sicuro sanno che viene loro sussurrato alle spalle, ma anche lo possono leggere talvolta negli sguardi e negli atteggiamenti altrui.
    Mi torna ora in mente anche che fu Busi stesso a suggerire, ma forse fu la madre, che, vista la media intellettiva degli uomini, tanto vale prendersene uno bello, cioè quantomeno alto…e mi chiedo se Aldo Busi si sia mai innamorato solo dell’aspetto, dell’altezza, che questo abbia infine dato una svista in fondo voluta (”lo hai evocato bene tu”, scrisse Aldo Busi stesso in “Un cuore di troppo”), che le supposte qualità non esteriori siano state inventate lì per lì per dare, come scrisse non ricordo più chi, “più sapore a quelle labbra che si vorrebbero baciare”, e se si sia mai innamorato di un uomo basso. Perchè mi sa proprio che quella della media intellettiva sia una buona scusa, per giustificarsi di quella “superficialità” nella quale cadiamo tutti, anche l’amica dello Scrittore che, scopriamo nella lettera n°3, si innamora e si sacrifica a lungo inutilmente, cioè per cosa, per aitanti altezze e bei occhi azzurri? Perché insomma insistere tanto con questi “grossi salumai e piccoli porci?” Non è questo il dramma del Cyrano, “superficiale” esattamente quanto la bella Rossana?

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