Commento a Casanova di se stessi / 3
Pubblicato il 04 gennaio 2011
Terza parte del commento a Casanova di se stessi a cura di Mariela De Marchi Moyano.
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I personaggi e la storia compaiono un po’ alla volta, in tanti modi diretti e soprattutto indiretti – anche se a questo proposito viene da chiedersi che cosa sia diretto e che cosa non lo sia. Carità compare per prima, con la telefonata di Subi, in cui la sua voce emettere un timido «sììì» quasi da oltretomba, ma è soltanto a pagina 21 che la sentiamo parlare:
“Erano uomini d’altri tempi, allora un sessantenne ti stendeva una donna con la forza dell’uccello di due trentenni, mica come oggi…”
Le sue prime parole parlano di sesso, all’interno del racconto sulla sua famiglia, in particolare sul padre. Man mano che Subi va avanti con la storia, la sua narrazione viene completata dai frammenti di narrazione di Carità, che si fanno via via più accesi e tridimensionali e che la ritraggono attraverso gli altri: il padre, la madre, la sorella, l’Osteria Rossa. Sono in genere interventi abbastanza brevi tranne uno, a pagina 27, sul pudore da osservare da parte delle figlie e sulle mestruazioni.
A pagina 32 arriva una struggente descrizione della donna da parte di Subi:
“Carità vorrebbe lasciarsi morire, ma non ce la fa.
Ha come paura di essere fatta di una natura così prepotente e oscena da superare anche questo male, da cicatrizzare anche questo squarcio in grembo. Ha paura che semmai sarebbe l’unica alla quale tocca vivere una vergogna simile, la vergogna di continuare a vivere con la morte dentro, malgrado la morte dentro e poi grazie alla morte dentro. Si rinasce anche solo per diabolica indifferenza della materia umana a se stessa. Rinascere è proprio dei mostri, quanto involontari non si sa, ma chi è vivo malgrado tutto sa di chi sto parlando.”
Subi prende spunto dalla telefonata a Carità, più avanti, a pagina 87, per richiamare le fatiche dello Scrittore:
“E oggi, 25 febbraio 1997, ancora rintronato dalla telefonata di ieri sera con Carità, compiuti i quarantanove alle sei di stamattina, alle sei e un secondo mi avvio a conquistare il mezzo secolo e, se tutto va bene, voglio dire se non mi ammazzano i fisioterapisti che mi curano la cervicale e l’ernia al disco e se non mi spiallano via del tutto gli stregoni specializzati nelle verruche recidive che, limate e rilimate, poco per volta trasformano i piedi in moncherini, e se non mi ammazzo da me a causa di una causa che non c’è, di tutte la più irrimediabile e tentatrice, fra un paio d’anni potrei aver finito anche con questo romanzo.”
Quale può essere la causa che ammazza Subi/Busi? Se mi concentro sulla prima parte che la descrive (”che non c’è”) ho qualche sospetto ma non c’è una risposta sola, se invece faccio più attenzione alla seconda parte (”di tutte la più irrimediabile e tentatrice”), capisco che può essere solo la vita, non la morte, che per lo Scrittore non c’è (motivo che ritorna più volte nel libro). Veramente per uno Scrittore non c’è neanche la morte… Notare, poi, che “romanzo” è scritto in corsivo.
Il testo comincia a prepararci per ciò che verrà (il momento fondamentale del primo incontro fra Subi e Carità), per cui si addentra nelle logiche di potere – potere in generale e potere fra Eros Torellino e Amato Perche in particolare. A pagina 89 Subi dice una cosa assai importante: “Volevo capirmi, negazione di ogni potere che si rispetti”. Importante in senso assoluto in quanto valida universalmente, ma anche importante per il seguito, per come sono fatti i personaggi (che non hanno il benché minimo desiderio di capirsi, che sono parte di giochi di potere).
Meraviglioso il testo che va dall’inizio di pag. 94 fino a “Scrivere, che bassezza ingrata si rivela per le emozioni provate a mente” (pag. 95). È estremamente vivido e dinamico, in contrasto con ciò che diceva Subi poco prima: parlava della morte, la sua, “ci metterò una pietra sopra”, “mi spegnerò vivendo in pace”. Un po’ alla volta a questa apparente quiete si avvicina la vita, che per Subi è nella storia che scrive, storia che prende il sopravvento gradualmente, che si anima e che anima sempre di più i suoi stessi personaggi riprendendo piccoli dettagli già presenti nelle prime pagine (come Marchino nei confronti di Dolores) e anticipandone altri che poi faranno da collante o da catalizzatore di diversi elementi della storia (come la pallina di Dolores). E in qualche punto non si sa se Subi parla della storia o di Dolores o di entrambe: “ecco che si infila da qualche parte, si nasconde in una madia, in una fogna, in una soffitta, in un cesso, in un fiore di lillium (certo portatovi da Marchino), sulla lapide di Natolo, in un sogno… e come in un incubo ansima.”. Questo testo è pieno di vita, si sente un crescendo di sensazioni ed emozioni, Subi che va quasi in estasi fino a dire “Soffoco!” e con la sua descrizione ci porta fino al cuore dello Scrittore, cioè del Vivo per eccellenza, e quindi morto in vita. E quel “Soffoco!” mi ricorda altri soffocamenti, che in parte possono essere descritti proprio con le immagini usate da lui, ma con qualche variante: la trapezista è tragicomica, infantile, capricciosa, patetica, sono io sulla corda tesa nel vuoto, una corda che è il mio vecchio fantasma, che ha inizio e sembra non avere fine, sotto un tendone (la protezione) che non c’è mai in un dato tempo che non c’è ancora (il passato che non se ne va, che non lascio andare, il futuro che non arriva, a cui non arrivo). Il testo chiude con “Scrivere, che bassezza ingrata si rivela per le emozioni provate a mente”, che nel mio caso potrebbe tradursi come “vivere, che bassezza ingrata si rivela per le emozioni”.
A pagina 97 si legge “Da’ alle tue proprie magagne il nome di un nemico esterno e subito ti si affollerà intorno un esercito di magagnati pronto a combatterlo e a incensarti”, passaggio che mi fa tornare in mente qualcosa che avevo scritto solo poche ore prima: “Preferiamo le spiegazioni consolatorie, o un’opposizione molto propagandata di fronte a un nemico esterno che ci torni comodo in quanto alibi perfetto per non guardarci dentro”. Il “nemico esterno” come fonte di rassicurazione grazie a due elementi fondamentali, sia nella storia che nella vita: il bisogno di consenso dagli altri e la fuga dalla consapevolezza, dalla veglia continua.
Ecco che a pagina 101, con il primo paragrafo, Subi ci spiega come lavora alla storia ma non è come lavora Busi alla storia:
“Devo fare mente locale: i dettagli diretti, di cui sono personalmente spettatore, in questa storia non sono poi molti, devo spremerli uno per uno all’inverosimile. Preferisco ripeterne parecchi che ometterne uno solo. Anche perché un dettaglio è un iceberg che comincia col presentare solo la punta. Un dettaglio è un mondo spesso senza confini.”
Qui, dunque, sembra che Subi sia in possesso di pochi dettagli e che per ciò li sprema all’inverosimile, in modo da trarne fuori il massimo dell’essenza della storia, del senso, del significato. Ovviamente sono dettagli studiati a tavolino da Busi, che se li ripete non è per paura di ometterne uno, ma perché ha un senso ripeterli, perché collegano un pezzo della storia con un altro, un’azione con un sentimento, un significante con un significato, come la pallina di Dolores, come la celidonia, come il lavoro del fratello (essere piastrellista, andare in tutte le case e farsi tutte le casalinghe, cosa di cui parla all’inizio e che poi, cioè prima, dice Carità quando si incontrano per prima volta). Questo passaggio vale per me in toto: i dettagli di cui sono personalmente spettatrice (e attrice) nella mia storia sono pochi, almeno quelli di cui ho piena consapevolezza. Ho bisogno di spremere e ripetere ciò di cui sono consapevole, per fare in modo di trovare un po’ alla volta ciò che manca, il resto dell’iceberg.
Sempre nella stessa pagina Subi si avvia verso l’inizio della storia, cioè quando conosce Carità Starace, e per parlarci di lei ci parla di sé (dei suoi libri, dai titoli spettacolari, di ciò che cerca, di ciò che vuole, dell’avvio verso la vecchiaia). La lunga descrizione di Carità arriva finalmente, con lei, ed è molto chiara. Tutto il racconto è molto vivo, la situazione è viva, sembra davvero di esserci, di essere lì dentro. Ecco che compare la pallina di Dolores (pagina 103). E poi Subi che pensa, a proposito di Carità, “Chissà che vuole questa”.
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