Commento a Casanova di se stessi / 2
Pubblicato il 21 dicembre 2010
Seconda parte del commento a Casanova di se stessi a cura di Mariela De Marchi Moyano.
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A pagina 37 si descrive come erano stati trovati i suicidi Eros e Amato e il libro in mezzo al letto. Il narratore fa l’elenco dei libri che avrebbero potuto usare, al posto dell’autobiografia di Casanova, tra cui c’è La mente del bambino della Montessori. Ora, leggere questo titolo in mezzo agli altri e in questa situazione può risultare divertente la prima volta, in particolare per l’aggiunta di “sempre tenuto in debito conto anche dai maestri elementari di oggi”, ma solo alla seconda lettura, a distanza di tempo, ci si accorge del fatto che non era solo una cosa divertente – anzi, forse non era affatto divertente – perché i libri elencati non erano messi lì a caso, Busi non scrive nulla per caso. I libri sono la Bibbia, il codice penale, e poi quello della Montessori sull’infanzia e dicono molto su ciò che accade dopo.
A pagina 43, dopo aver parlato di suo fratello Miasorella Rodolfo, Aldo Subi parla della storia che sta raccontando e di sé come scrittore. A pagina 47 c’è il paragrafo che mi interessa: “Dovrò prendere dei provvedimenti contro la mia naturale antropofagia sentimentale raccontando della vita di quelle persone di Casa Nuova ai Cocuzzi dentro questa storia e di questa storia fuori dalle loro vite che non saprebbero raccontare questa storia nemmeno per la parte che ne hanno avuto una per ciascuna, figuriamoci la parte avuta dalla propria vita rispetto a quella di un altro a caso e poi la parte, cioè la storia stessa, che tutte insieme hanno avuto intrecciandosi l’una con l’altra… e che per buona parte degli implicati costituisce poi anche tutta la loro vita, senza storia, che hanno vissuto e che non avrebbe alcuna storia nemmeno per loro stessi se non ci fossi io a raccontargliene una, questa, la mia.” C’è la solitudine delle persone, il bisogno di vivere una vita da morti viventi per limitare la sofferenza o per evitare di vedere e sentire pienamente la propria piccolezza, ci sono le tante vigliaccherie e comodità… Anche qui torna uno dei nodi della storia, quello della consapevolezza (ho il sospetto che sia un nodo fondamentale di gran parte dell’opera di Busi, se non tutta). Ed è pure un nodo per me, e che nodo! Potrei mettere tutto in prima persona e ci starebbe benissimo, la mia vecchia (per motivi di durata, non ancora perché superata) incapacità di collegare le cose fra di loro e di raccontare una storia, come minimo la mia. In teoria sarebbe meglio parlare di rifiuto e non di incapacità, ma l’incapacità, che prima non era che una conseguenza del rifiuto, è a tutti gli effetti ciò che c’è ora, ancora più del rifiuto, che pure c’è ancora. Non è irreversibile, perché l’irreversibilità implica uno stato di cose anteriore a quello attuale ma per me non c’è mai stato un prima. Quindi non è che devo recuperare la capacità di collegare le cose e di raccontarmi e raccontare la vita e le vite, devo sviluppare questa capacità. Non dico da zero, ma quasi. Io mi ritrovo a vedere tanti pezzettini di me quanti personaggi ci sono in questo libro (tanti, ma proprio tanti), sparsi di qua e di là. E mi costa prendere provvedimenti contro la mia ormai naturale autofagia sentimentale, per prendermi carico delle persone che mi sono, che sono.
A pagina 43 c’è un gioiellino:
“gli orfanelli non scopano mai tra loro, sanno solo che in società bisogna andare in file per due e fare coppia, anche qualsiasi, ma pur sempre coppia come insegna il biblico bestiario originale con cacciata inclusa dal Paradiso, il martellante Cantico dei Cantici del Due per Due per Due per Due fino a che uno dei due non tenga al capezzale la manina all’altro e lo accompagni nel regno dei morti.
Come se per entrambi fosse un regno nuovo!”
Ah, quell’ultima frase! È ciò che è capitato a un mio conoscente, un uomo anziano che ha avuto un tumore alla prostata: la moglie era quasi contenta di estirpargli la virilità, e va da sé che il marito era terrorizzato. Lei voleva che lui le assomigliasse, castità e serenità (apparenti) comprese. E così poi lui è diventato una succursale di lei, dopo anni di tentativi di imporsi e di fare il tiranno. L’unico dominio che è rimasto sotto i suoi piedi è il cibo: lei cucina, ma è lui a decretare se il cibo è buono o no, se manca il sale, se la pasta è scotta o al dente… E così vanno avanti, mano nella mano, a vedere chi muore per primo fisicamente. Il resto l’hanno già ucciso da tempo.
Subi parla di come suo fratello Rodolfo affascini le donne, e a un certo punto, a pagina 62, dice che quando (Subi) è a una cena se ne va prima degli altri: “Infatti sono sempre il primo a lasciare la tavolata dei convitati per permettere loro in tutta libertà di parlare e sparlare del loro soggetto preferito: io. Ma mi è indifferente salutare e ringraziare e andarmene o no se dietro non mi lascio qualcuno che poi mi riferirà che cosa hanno detto in mia assenza di me.” Per come è costruita la frase ho avuto un primo impatto di disorientamento, non mi tornava la chiusura con “in mia assenza di me” perché la leggevo identificandola con strutture spagnole. In spagnolo quando si usano i possessivi non c’è bisogno di aggiungere anche gli articoli determinativi: non si dice “la mia casa” ma “mi casa”. Così si potrebbe dire “mi ausencia de mí”, che in italiano sarebbe “la mia assenza di me” o “da me”, dipende. Ecco dove stava la mia confusione. Certo, un altro tipo di costruzione avrebbe reso il tutto più diretto, come “qualcuno che poi mi riferirà che cosa hanno detto di me in mia assenza”, ma ciò avrebbe tolto peso all’assenza. Comunque pensare questa “assenza da sé” non è male: Subi è quando è in mezzo agli altri, quando se ne va invece è come sospeso nell’attesa di ricevere il dessert più dolce, cioè la vita che ha avuto nella bocca degli altri: la sua vita rimane a tavola con quelli che parlano, lui se ne va ed è quasi una non-vita, ad ogni modo più viva di qualsiasi altra. I morti lo tengono in vita.
A proposito della stupidità, a pagina 69:
“Per arrivare alla stupidità di un altro bisogna partire dalla propria, e qui, in questa cerchia di velleitari creativi ma di ruolo statale o partitico sicuro che non è il caso di mettere a repentaglio, nessuno è disposto a considerarsi stupido, non dico ideologicamente, ché questo è impensabile, ma emozionalmente stupido e quindi semplicemente umano”.
E ancora a pagina 71:
“Essere intelligenti può anche essere un caso e puoi anche essere o apparire intelligente una volta per sempre, ma essere amorosi e fiduciosi verso le sorti umane richiede una disciplina costante, feroce, e autocontrollo indefesso. La stronzaggine da superomismo è sempre in agguato.”
Ecco, io sto facendo esperienza di queste cose, l’ammissione della mia stupidità emozionale, il ridimensionamento della mia intelligenza, l’esperienza dell’amorevolezza e la fiducia e la generosità. Per tutto questo ci vuole pazienza a palate, anzi, a tonnellate.
È curioso notare come la maggior parte dei testi che mi hanno colpita finora si riferiscono al narratore, al narrare, alla consapevolezza. Le osservazioni sui personaggi e sulla trama verranno nel prossimo commento, anche se comunque ciò che ho detto finora parla in parte anche dei personaggi e della trama – che forse per Busi sono più che altro scuse per far finta di parlare di sé, e quindi parlare di noi.
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