“Io e Boccaccio, altro non c’è” (II e III)
Pubblicato il 18 dicembre 2010
Pubblichiamo la seconda e terza parte dell’intervista ad Aldo Busi pubblicate su “Il Riformista” del 16 e 17 dicembre 2010 a cura di Francesco Borgonovo.
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Della solitudine, dell’impossibilità di avere una relazione stabile si duole anche Saviano. “A me di avere una relazione stabile non è mai importato un fico e, se è per questo, neppure una fica. La mia unica relazione stabile perseguita per mezzo secolo è stata con la mia scrittura, punto. Chi potrebbe mai immaginare che nel momento stesso in cui io divento pubblico la mia sessualità muore? Ed è stato un sacrificio totale. O appari o scopi, esattamente se come me sei obbligato a prendere un Po di purganti per andare di corpo, perché è provato che a lungo termine l’uso dei purganti rende impotenti o quanto meno toglie ogni libido sia a uomini che a donne, o caghi o scopi, tertium non datur”.
Ed eccolo, ancora, il cuore di Busi, così in bella vista. Decisamente un cuore di troppo. Poi gli squilla il cellulare. È una conduttrice televisiva, Simona Ventura. Stanno trattando la partecipazione a un programma, ma la rete non vuole pagare Busi. Riassumo: pretendono che vada gratis, quasi a sigillare la rimozione del bando a vita con un suo dovuto gesto di gratitudine. Alla fine dice, “Neanche morta, come direbbe Sua Santità” (e non ci andrà, vedrà il programma da casa, due giorni dopo e, allorché il lunedì al telefono gli chiederò, “Com’è poi finita con la Ventura? Ci andrà domenica prossima?”, lui mi risponde, “Che combinazione, le ho appena inviato un sms un’ora fa, aspetti che passo sul fisso che così glielo leggo dal cellulare: “Ieri ti ho guardato 5 minuti (mancavo poco alle 14 o forse alle 15, tenevi in mano un maialino o una coniglia, credo, allusione al presepio: magari fossero state quelle le statuine!) e in tutta quell’eternità non è successo niente, un’ovvietà via l’altra, una tristezza senza fine, sembravate comparse smarrite dentro Domenica In, sul Primo, che costa milioni e poi si osa dare a me diktat affinché lavori gratis! Eri davvero come svuotata e senza bussola, e ho subito spento. Tu hai un problema via l’altro, ormai, e i tuoi ospiti fissi sono pesci muti anche quando parlano, e ora ti tolgono anche me, vedi un po’ tu. Aldo”. Non ha ancora risposto.”).
Del resto, gli sms di Busi si possono trascrivere. Me lo ha detto lui, via sms: “Guardi che Lei è il tramite e non il destinatario dei miei eventuali messaggi, essi scaturiscono pubblici di per sé, quindi, se vuole farne uso nella Sua intervista, faccia pure. Non appena avrò qualcosa di privato o “a due” Glielo comunicherò, contemporaneamente all’Ansa. B.”.
Ma prima della decisione di non partecipare a Quelli che il calcio, le trattative sono in corso, il telefono squilla varie volte. Ora è la commercialista di Busi. “Matilde! L’ho appena detto alla conduttrice, la quale è disperata. Io gratis non ci vado perché è amorale. Io non posso accettare. Mi ha detto che i soldi, diecimila euro lordi, me li dà lei, con fattura e tutto, ovvio, ma io li pretendo dall’azienda per la quale vado a lavorare. Altrimenti non ci vado. Non sono uno che ha bisogno della televisione, è la televisione che ha bisogno di me, non calpesto così la mia forza contrattuale. È lavoro accidenti, ho già preparato le cinque poesie sul calcio di Umberto Saba da leggere e da spiegare, sono bellissime e non le conosce nessuno. Non è che apro il rubinetto e vado a presentare il mio libretto come al mercatino delle pulci e dei pidocchiosi da Fazio. Mi pagano, mi avranno, non mi pagano, non mi avranno. Che ritorni il bando a vita. Se loro pensano di farmi un favore a mandarmi in televisione gratis si sbagliano. Io non sono qua per raccogliere voti. Loro sono abituati a farsi favori l’uno con l’altro. Io non devo favori a nessuno, non solo perché non ne ho chiesti, ma perché ho rifiutato quelli che in tanti volevano impormi. Io sono la piccola azienda di me stesso, la mia economia, dunque il prezzo lo faccio io. Se volessi andare in giro a fare le serate a tremila euro per la bella faccia degli assessori, ne faccio cento all’anno, preferisco farne una gratis per una causa piuttosto che scendere sotto i cinquemila netti. Come si permettono questi qua della Rai, io non faccio parte di un clan nella melina della finta opposizione, non ho prebende sottobanco o entrate a latere tramite la farsa delle consulenze. Il denaro è una forma di onestà intellettuale e civile, una forma di pensiero, il denaro muove il pensiero esattamente come la scoperta del fuoco, l’invenzione della ruota e del remo in un tronco cavo, certo bisogna vedere come lo guadagni e come e se viene fiscalizzato. Un po’ di moralismo, cazzo!”.
Poi richiama la conduttrice. “Ma no, darling, non mi disturbi…”. Ancora trattative, anzi nessuna, perché Busi è irremovibile, trasparente e dignitoso. Non cala di un centesimo. Infine sbotta: “Ma sai quanti milioni è costata la mia diseducazione, diventare Aldo Busi in un paese di baluba inginocchiati a farsi cospargere il capo e la cappella di cenere come questo?”.
La conversazione finisce, torniamo all’intervista. Parliamo di Berlusconi. Busi odia il berlusconismo, pensa che ci vorranno decine di anni prima di liberarsene, di “bonificare l’Italia e, purtroppo, non solo”. Eppure è raro trovare qualcuno, a sinistra, che parli del Cavaliere con tale onestà e meno pregiudizi. Busi demolisce anche gli antiberlusconiani di mestiere, i Michele Santoro, gli Antonio Di Pietro. Personaggi che hanno acquisito il modello Berlusconi, semplicemente ribaltandolo. “Sono loro che hanno creato Berlusconi, anzi, diciamo che si sono creati a vicenda. Adesso che Berlusconi finalmente se ne andrà fuori dalle palle, vada come vada il voto in Parlamento sulla s/fiducia, a lui e ai suoi figli farà molto comodo gente come me che ha sempre difeso le loro aziende a prescindere dalla propria ideologia e pur dandogli contro come nefasta ditta…torello del tutto sudamericano e subsahariano. Tanto di cappello per come ha organizzato la Mondadori libri rispettandone la tradizione… perché io ho a che fare con Mondadori libri, non Mondadori periodici, tutta di regime, con Mediaset non mi ricordo l’ultima volta…”. Ah, la vituperata Mondadori. “A proposito di onestà intellettuale: io sono un bruscolino a livello di vendite, non faccio un decimo delle tirature di quel ragazzo torinese dei Numeri primi, di Brown o di Vespa e ora, che non scrivo più e il catalogo è l’ultimo pensiero della Mondadori, nemmeno quel poco. Nel mio piccolo posso dire però la semplice verità: che è un’azienda correttissima, esemplare, persino generosa. Poi che a me non mi abbia promosso è un altro paio di maniche, magari sono proprio io che sono impromozionabile da qualsiasi parte mi si prenda… il fatto è che, ma non lo scriva, io sono anche imprevedibilmente colto anche se lo sono talmente che faccio finta di niente e non faccio sconti agli sciatti e ai velleitari.”
Niente promozione a Busi, dunque? Allo Scrittore? Però è in preparazione a Segrate il Meridiano con gli scritti del gran vate Eugenio Scalari. “Si, è imbarazzante, la più brutta collana oggi esistente in Italia, una vera Cripta dei cappuccini col latte cagliato. Io non lo voglio un Meridiano, anche perché bisogna aver compiuto i settant’anni e gliel’ho detto che non lo voglio, preferisco che continuino a ristampare i miei titoli negli Oscar uno per uno. Siccome il mio contratto scade nel 2014, e allora io avrò 65 anni e non potrebbero farlo, io non so se rinnovo il contratto. È di una cifra forfettaria di una modestia… ma non vedo grosse alternative, e poi sto parlando a vanvera, se me lo chiede Maurizio Costa in persona tiro un profondo respiro e lo rifirmo a occhi chiusi. Per me, Busi scrittore, Mondadori è stato uno stampatore, non un editore, perché non ha la forza, la determinazione intellettuale per promuovere la mia opera, che è talmente antiberlusconiana e antidebenedettiana e antimontezemoliana e anticlericale e antisinistra e ovviamente antifascista… e antidemagogica nella sua stessa lingua… che loro non riescono a capire che si tratta di un’opera per l’umanità solo aggravata dal pregiudizio di essere scritta in una lingua morta, perché qui tutto ciò che è vivo, anzi, vivissimo, come osa nascere, viene sepolto per principio. È talmente un’opera per lettori che la considerano ancora inedita. Perché Camilleri scrive non libri per non lettori, è una Antonella Clerici versione ricette gialletto siculo, e sono quelli così che fanno i grandi numeri. Io sono uno scrittore e scrivo per i lettori. Non hanno fatto nulla per me a Mondadori, però nessuno avrebbe potuto fare di meglio, anzi avrebbero fatto di peggio, nel senso che non mi avrebbero dato le due lire… abbondanti… che mi ha dato Mondadori o me le avrebbero fatte sospirare, invece Mondadori è sempre stata corretta, puntualissima con me bruscolino, figuriamoci con gli altri, i pezzi grossi per niente, fatturato a parte”.
Questo è il mercato della carta, bellezze. Dove gli editori puntano all’aumento di fatturato e stop. “Anche l’Einaudi non è più l’Einaudi, dove c’era un corpo ora abbiamo un alone. Così come la Feltrinelli di Carlo non è più quella di Giangiacomo. Carlo è di una taccagneria molieriana, è l’unico editore che si è fatto offrire un pasto da uno scrittore, cioè da me, cosa che non si dà. Arnoldo Mondadori o Valentino Bompiani, ma anche i defunti Leonardo Mondadori o Gian Arturo Ferrari o Elvira Sellerio non l’avrebbero mai fatto. Sarebbe maieuticamente impensabile anche per Socrate. Carlo Feltrinelli, che è venuto da me per una possibile trattativa sull’intero mio catalogo, l’ho portato in trattoria, e ho pagato io, lui non ha fatto il minimo gesto. Non si dà. Non si può, è un’effrazione non dell’etichetta, ma sociologica, storica, anzi, etologica da Gutenberg in poi, questi ruoli editore/scrittore sono gli unici caratteri non mobili del processo di stampa”.
Resterebbe la raffinata Adelphi, con cui Busi ha pubblicato il Seminario sulla gioventù nel 1984. “Adelphi è meglio dimenticarla. Loro pensavano di darmi la gloria ma di tenersi i soldi. Io invece volevo tutti e due. Visto che c’erano, perché dovevano tenerseli loro? Le opere sono mie… Loro hanno pubblicato solo il Seminario. Il secondo non gliel’ho dato, gliel’ho tolto io. Ci sarebbe una storia anche qui… Pubblico il Seminario e una settimana dopo arrivo all’Adelphi con il malloppo di Vita standard di un venditore provvisorio di collant, centinaia e centinaia di pagine dattiloscritte editate a penna. Quando ho pubblicato il primo libro, avevo già scritto Vita standard, ero a buon punto della Delfina bizantina e avevo quasi terminato Sodomie in corpo 11. Anche se non pubblicavo, la mia opera andava avanti lo stesso, anche se avessi fatto l’operaio o il gigolò per mantenermi”.
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Ad Adelphi mi hanno detto, dopo aver stampato il Seminario: “Non si può pubblicarne un altro prima di due anni”. Io stavo per andare a fare di nuovo il cameriere a New York, “non è possibile”, mi dicevo, “mica sono Martin Eden, mica ho le sue donne a sfamarmi”. Mi hanno dato ottocentomila lire di anticipo lorde nell’83 che è come dare adesso cinquecento euro al netto. Non avevo una lira, avevo anzi duecentomila lire di debito in libri che erano tante, per me. Loro però non potevano darmi un anticipo per un libro che sarebbe uscito due anni dopo. E io dovevo andare a New York di nuovo a far girare i vassoi… Quando ha letto il manoscritto, però, Calasso ha cominciato a dire che era un capolavoro. Lo disse nel giro giusto, e la cosa mi venne subito all’orecchio. Prima l’ho lasciato ben parlare del libro, immagino a modo suo, lasciando cadere qui e là qualche piccola ma preziosa goccia di rugiada come una dea Kalì tanto stitica. Poi, visto che Adelphi non voleva darmi comunque l’anticipo, sono andato da Mondadori, da Alcide Paolini. Lo hanno letto e lo hanno preso subito. Volevano darmi tre milioni di anticipo. Io dico: cosa? Non li voglio tre milioni. ‘Ma guardi che se li merita’, mi rispondono. E io dico: no, non avete capito, ne voglio venti, di milioni. Una cifra che nemmeno Agatha Christie poteva sognarsi, per dire. Domenico Porzio, che era l’eminenza grigia già di Arnoldo, mi disse che poteva arrivare al massimo a dieci milioni, per le cifre superiori si doveva riunire il Cda. Allora gli dissi che si riunisse alla svelta o mi sarei ripreso il romanzo seduta stante. Hanno chiamato non so se Formenton o Tatò o Leonardo Mondadori stesso. E mi hanno detto: lo prendiamo. Venti milioni. Dal nulla dell’Adelphi, a venti milioni. Ho rifatto subito il tetto della piccola casa di mia madre, dodici milioni solo per quello. Lei era così felice che mi sono sentito ripartorito dalla parte più attaccata al suo corpo, la sua sporta della spesa non più mezza vuota”.
Mica scriteriati, Paolini e Porzio. Avevano letto il Seminario sulla gioventù e avevano capito chi era Busi. “Si ma guardi che quel libro è stato stroncato da tutti. Pampaloni, Carlo Bo, quell’altro critico dell’ ‘Espresso’, Milani o Milano credo si chiamasse… Erano tutti soldatini di Cristo in cattedra. Un fiorire di stroncature. Ma erano stroncature regali, da regalare al miope del momento un mazzo di rose. Ogni stroncatura equivaleva a mille copie vendute in più, anche se non ho venduto molto, sette-ottomila copie, neppure l’Adelphi fece nulla per Seminario sulla gioventù, spaventati come furono dalla violenza dissacratoria delle mie critiche all’establishment. Poi il libro ha cominciato a funzionare, ne hanno appena ristampate due edizioni in un colpo, ormai non le conto più”.
Come del resto funziona quasi tutto quel che Busi racconta. Lui parla e gli altri stanno lì a pendere dalle sue labbra inclinate da un ictus periferico. Lo lasciano parlare di sé e ancora di sé, di Aldo Busi, sempre, perché è come se stesse parlando di tutt’altro, forse proprio di te che lo ascolti e non lo sai.
“Sono uno alla vecchia, barolo, stufato d’asino e polenta. Poi una volta quando mi tirava ancora più davanti che di dietro, che mi ha tirato poco o nulla e mai se non davanti a più gente possibile per dare qualche lezione pedagogica agli indecisi, una trombatina ogni tanto, ma poco, con sempre meno convinzione, giusto per gradire. Anche adesso quando guardo le cose porno su Internet non capisco più, aspetto invano una reazione qualsiasi, mi sembra un remake dell’Invasione dei corpi ultraterrestri, proprio come dal vivo. E poi a me non è mai piaciuto molto guardare. Non sono guardone, ripeto, il sesso mi è sempre piaciuto farlo. Non mi è mai interessato, non mi ha mai eccitato il buco della serratura, ma chi se ne frega del sesso degli altri, per carità, è eccitante come una reclame del pannolone universale imminente. Se non è dentro è fuori e se non è fuori è dentro… non è che ci siano grandi varianti. Solo una volta mi è capitato di emozionarmi guardando un filmino”.
E racconta, racconta. “Avevo 16 o 17 anni e facevo il camerierino qui a Milano, in via Verri. Incontrai uno che voleva farmi a tutti i costi. A me non facevano neanche in tempo a chiederla, la mischia, che gliela tiravo dietro. In tutto e per tutto simile a Marlon Brando, non è che dessi molta importanza alla cosa, tanto, dico, era l’unico biglietto da visita decente che avessi. Allora era il cazzo, il culo non ancora. Ero un po’ pudico e grezzo, sa, quindi del tutto satiresco. E comunque questo qua che era brutto come la fame ma simpatico, mi porta in casa sua e mi racconta la storia di un carcerato che ogni tanto ha una libera uscita. Lui era sempre appostato fuori da San Vittore perché aveva la fissa alla Genet, gli piacevano i delinquenti, il mito del maschio ribelle, che è un mito molto piccolo borghese. Lui organizzava nella sua casa incontri fra questo carcerato e una figlia di farmaceutici, di una grandissima azienda, perché i due giovani erano innamoratissimi. Io non voglio vederlo, il filmino, gli dico. Perché questo qui li riprendeva di nascosto, quantomeno di nascosto da lei. Non so se addirittura a fini ricattatori. Comunque, mi porta a casa e mi fa guardare questi due fotogramma dopo fotogramma. Si vede quest’uomo bellissimo, e lei che non era bella di viso, però aveva un bellissimo corpo. Lui aveva un colore oliva e lei era bianca come il latte. Come lei si abbandonava e come lui la prendeva… Nello stesso tempo deciso e proprio maschio e poi così tenero. Si vedeva che si amavano di una passione folle, proibita, vulnerabile alla prima scossa di vento pubblico. Io ho cominciato a piangere, mi sono commosso e ho pianto a lungo, in silenzio… forse per anni. Dove chiunque altro avrebbe potuto aspettarsi da un adolescente una tempesta ormonale, io ho avuto una reazione così. Pensavo: adesso lui, il carcerato in libertà provvisoria, se ne va, lei è venuta di nascosto, i suoi genitori guai se sapessero e il fatto che quest’uomo che avevo conosciuto facesse da ruffiano… Ero sconvolto perché ero… ero diventato loro, quei due, ma non la loro gioia fuggitiva, solo il loro dolore stabile! Mi ha tolto il respiro, quella scena d’amore così intenso e disperatamente angosciato da essere lunare, intollerabile alla vista, perché ogni gesto sessuale riconduceva a una compenetrazione degli spiriti di quel dato uomo e di quella data donna, era riduttivo vederci del sesso, non dico che fosse di più o di meno, era un’altra cosa, un’apparizione divina calatasi in due e fusasi in uno, perciò interamente umana, se mai questo aggettivo ha avuto un senso non arbitrario. Vede, ero già scrittore e per giunta pagano, sapevo che una cosa così io l’avrei potuta vivere solo appartandomi con carta e penna, e senza provare né invidia né nostalgia, va da sé, grato comunque di esserci e poi anche solo di esserci stato, e da solo”.
E mentre lo dice, quasi si sente il cuore di Busi battere sotto la bella cravatta. Anche se, dopo tutte le intemperanze televisive, le provocazioni, gli sms, le incazzature e i rimproveri, i suoi silenzi irritati per l’intervista da rileggere… e probabilmente da riscrivere… sempre rinviata, oltre a sentire il cuore di Busi, resta soprattutto la “ferma convinzione di aver avuto a che fare con un essere umano la cui principale caratteristica era, e tale perdura in me, l’intelligenza”. La frase è sua, dello Scrittore.
(Fine)
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