Busi: “Fazio e Saviano? Noiosi e pavidi”

Pubblicato il 02 dicembre 2010

Intervista a Aldo Busi apparsa giovedì 2 dicembre, su “il Giornale”, sezione Spettacoli, p.33 - a cura di Laura Rio.

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Lo scrittore torna in tv dopo mesi di “esilio”. Sarà da Paragone: “Non mi importa se è di destra”

L’ultima parola ad Aldo Busi. Lo scrittore, dopo mesi di ostracismo, torna in tv. Lo farà domani ospite nella trasmissione di Gianluigi Paragone, in seconda serata su Raidue. Tema della puntata: la politica e la televisione. Ma lo scrittore è ben lungi da farsi incasellare in un canovaccio e chi lo invita sa che deve prepararsi a tutto: a peregrinare per qualsiasi argomento e ad ascoltare un uomo che non ha nessuna sudditanza verso niente e nessuno. Infatti Paragone, per averlo in studio, ha dovuto convincere il direttore di Raidue Massimo Liofredi e il direttore generale della Rai Mauro Masi.

Gli stessi che lo bandirono dalla Tv di Stato dopo che definì «omofobo» il Papa nell’ultima puntata dell’Isola dei famosi prima di abbandonare il reality. Era marzo: per contratto non poté partecipare a nessuna trasmissione per ben due mesi. Lo si rivide in una puntata di Otto e mezzo. E ora ha accettato di partecipare a un talk etichettato come espressione del centro destra, lui che tutto si può definire tranne che reazionario.

«Ma che vuole che mi importi del contesto – spiega lo scrittore -. Io faccio conto solo su me stesso, posso andare anche in un ritrovo di neo-nazi per portare la mia parola, preferirei mi lanciassero i loro cocci di bottiglia di birra che non scrosci di applausi. È il mio testo che conta, del contesto me ne faccio un baffo, se così non fosse sarei o sul trono pontificio o addirittura al posto di Masi. Essere richiamato in Rai, guardi, mi fa più piacere per lui che per me, e certo ne gioirà la signora Ventura, che s’è vista affossare un programma che stava andando a vele gonfissime per due sciocchezzuole da me dette condivise però da sette milioni di italiani, per volta. Non dimentichiamo che in Italia i laici o agnostici o atei o anticlericali che dir si voglia non sono meno di dieci milioni, avremo pure il diritto di essere rappresentati».

Ma cosa le ha detto Paragone per convincerla?

«Lui e Borgonovo sono stati molto gentili e spiritosi e, se posso permettermi, con controcoglioni da vendere. Soprattutto l’autore Francesco Borgonovo, mio unico punto di riferimento: lavora a Libero che non toccherei neanche con un dito per tema di beccarmi un’influenza non stagionale, ma si è mostrato così ironico e intelligente che mi ha convinto».

Tratterà di qualche argomento particolare?

«Non ho in mente niente. Ci porto i 62 anni di Aldo Busi più i cinque minuti del momento. Tutti i temi mi stanno a cuore, tranne la questione dei fondi neri della Finmeccanica di cui non mi interesso per mancanza di competenza finanziario-mefistofelica e i rifiuti di Napoli, perché ho altre pattumiere qui al Nord a cui pensare, una caterva di bambini, per esempio, che a dodici anni spacciano cocaina nelle medie locali o un territorio come Montichiari dove impera una cementificazione selvaggia, come in tutti i comuni retti da giunte di destra o leghiste».

Le hanno messo qualche paletto come volevano fare all’«Isola» quando le avevano chiesto, senza che lei accettasse, di non parlare contro la religione?

«Figuriamoci. Non ci hanno neppure provato. Dal contratto per il reality feci togliere quella clausola e, infatti, poi si è visto come ho sconvolto il programma e l’Italia. E poi non è un parlare contro la religione, è un ricordare che la religione è il braccio subliminalmente armato della cattiva politica e che a forza di brandire fini superiori i fini umani, “inferiori”, se lo prendono sempre in quel posto».

Comunque, visto che Paragone vorrebbe parlare di tv, le è piaciuta la trasmissione del momento, «Vieni via con me»?

«L’altra sera ne ho visti dieci minuti e mi sono addormentato. Sembra una messa cantata in sordina. Fazio è come un chierichetto, monocorde, non ha senso dell’ironia, toglie continuamente la parola agli ospiti per non dire mai niente di congruo. Lui e la Littizzetto sono senza nerbo, sono la brutta copia degli stracchini spampanati della cosiddetta sinistra. Una trasmissione inequivocabilmente clericale, quindi di centro destra come tutte».

Però, stracchini o meno, hanno conquistato dieci milioni di spettatori.

«E io sono molto contento del loro successo, come provo grande ammirazione per Saviano e per il suo impegno civile, anche se non accetto la demagogia che un giornalista venga fatto passare per scrittore. Se lui è uno scrittore, io chi sono, Lorella Cuccarini con la barba di tre giorni, l’alopecia e l’anca sbilenca? E, comunque, è troppo facile fare successo con la tv del dolore oratoriale, della denuncia editata in redazione dove ognuno arriva e legge o ha imparato a memoria il suo bel testo perbenino. Invece mi è spiaciuto non assistere all’intervento di Piero Grasso, mi è stato riferito che si è trattato di un momento di alto spessore. Certo, il problema più drammatico oggi è il seguente: che su cento mele istituzionali, trenta sono marce. Polizia, carabinieri, giudici, onorevoli, notai, sindaci, assessori, imprenditori e giornalisti, che sono pur sempre figure paraistituzionali. Quanti anni e quanti martiri serviranno per snidarle e bonificare l’Italia? E su quanti procuratori come Grasso potremo contare?».

Ma lo show ha mostrato la forza della parola per cui lei ha sempre lottato.

«Però non è il modo giusto per diffonderla, la retorica dei buoni sentimenti esclude che questa parola sia di qualità. Il concetto di mafia va esteso ormai a non finire, si figuri che per me è mafioso già chi si fa fare una fattura falsa, è mafioso nel piccolo solo perché non è abbastanza bravo da fare il salto nel grosso, sta nel piccolo cabotaggio del malaffare in attesa di un malaffare più sostanzioso. Saviano, poi, non si mette mai in gioco, non sappiamo nulla della sua solitudine, della mancanza d’amore, della frustrazione sessuale, dei suoi soldi, di come li investe, per esempio, nulla delle sue piccole e meschine ma meravigliose mezze verità insite in ognuno di noi e che io non ho fatto che denunciare di me stesso per primo: uno scrittore rivela attraverso la propria umanità quella degli altri, non fa l’elenco delle magagne altrui senza partire dalle proprie. Altrimenti resta un giornalista, ma il coraggio di un giornalista è la metà della metà della metà del coraggio di uno scrittore, punto».

Forse è quello che lui si sente, uno scrittore.

«Mi scusi, ma allora perché non si sente Speedy Gonzales che farebbe anche prima? Il vero coraggio è buttarsi, dire quello che si pensa e si prova con il rischio anche di sbagliare, e ogni tanto cambiare prospettiva, vedere, per esempio, anche le ragioni, per quanto ripugnanti, dei propri nemici, altrimenti l’effetto puntina che si è inceppata su un disco rotto è in agguato. Io oggi il coraggio giornalistico lo riscontro in certi servizi di Report o di Annozero. Non sopporto invece trasmissioni come Ballarò, dove mostrano statistiche e dati talmente complicati che neppure uno dotato di una cultura media come me riesce a capire. Annozero lo guardo poco: non sopporto Travaglio, anche se lo stimo, perché non ha controtempo comico, si ride addosso e non improvvisa, sa solo leggere. Vauro, poi, è di una tale banalità che alla seconda vignetta mi viene la mastite alle ginocchia».

Ma lei sarebbe andato a «Vieni via con me»?

«Il fatto che non mi abbiano invitato mostra che non hanno coraggio delle azioni loro solo tanto per dire, sono come il convitato di pietra ma in carta e inchiostro: hanno fatto una trasmissione su di me in assenza, senza chiamarmi e saccheggiandomi senza neppure dire, grazie Maestro, Le dobbiamo tutto e anche di più, ma sa, non si può dire, tanto Lei ha l’eternità davanti a sé, noi un dimenticatoio incorporato».


9 responses to Busi: “Fazio e Saviano? Noiosi e pavidi”

  • andrea scrive:

    Come sempre, Busi arricchisce la vita politica e sociale di questi italianucoli semplificando: a fiumi di chiacchiere su Fazio e Saviano sostituisce un lessico preciso che li qualifica per ciò che sono, mezze calze scoppiate nella vana attesa di una detonazione come si deve.

    Peccato per quel ‘ maestro ‘ buttato in coda, anche se i fondo scusabile: davanti a certi stracchini spampanati persino a me viene voglia di farmi dare del lei, e forse anche della signora.

    E baci.

  • Luca db scrive:

    La differenza fra Saviano e Busi è più profonda di quella che può apparire e non dipende unicamente dallo stile della prosa (oggettivamente mediocre nel primo e divina nel secondo) ma anche dal contenuto.

    Ricordo quando mi feci spedire da Napoli a Berlino una copia di Gomorra. Il libro era uscito da poco e tutti i miei amici dell’università (la stessa di Saviano) me ne avevano parlato (chi bene e chi male). Lo lessi tutto d’un fiato e poi, una volta chiuso, mi dissi… e dunque?
    Vedete, in quel libro non c’era scritto nulla di nuovo (per me e per quelli del sud come me ovviamente).
    I cinesi, le violenze, i rapporti tra mafia e imprenditoria… sono cose che noi, giù, conosciamo benissimo e, a dire la verità, qualcuno conosce anche meglio.

    Nei quartieri dove ho vissuto (e dove ancora vivo quando mi capita di ritornare in città) di storie come quelle raccontate da Saviano (che frequenta ben altri lidi) ce ne sono a bizzeffe. Con le persone che Saviano descrive nel suo romanzo io, e altri come me, ci abbiamo “condiviso il pane”. Persone che sapevamo essere “affiliate” e che quindi cercavamo di evitare e altre che venivano quotidianamente schiavizzate dalla camorra. Ma al resto dell’Italia, ad “Anno Zero” o al “Vieni via con me” di turno, tutto ciò non è mai interessato molto (salvo sporadici accenni sulla sparatoria di turno). Nessuna di queste trasmissioni si è mai sognata di invitare a parlare un ragazzino dei quartieri o di Scampia. Si è aspettato il best seller e il “Salvatore” che additasse la giusta via e parlasse di cose di cui può parlare solo come “esperto” ma che di sicuro non gli appartengono.

    E allora ecco lo iato: c’è l’ateo e razionale agire del monteclarense che parla di cose sue, di cose che lo riguardano in prima persona e che provoca, “preferisce le bottigliate agli applausi” per spingerci a maturare e l’agire clericale del napoletano che predica e veste i panni del martire mentre, dalla televisione, spiega le sue parabole. E i buoni cattolici campani, poi italiani, poi europei, si commuovono e lo portano in processione. Grazie… veramente… ma noi in quella situazione disastrata ci siamo da secoli (da ben prima di Saviano) e… ci rimarremo ancora (nonostante Saviano). L’Europa si è scandalizzata, il governo ha mostrato i muscoli e ha portato l’esercito. Finito lo spettacolino teatrale, tutto è tornato come prima. Ah dimenticavo, hanno preso il super latitante Jovine. Le nostre forze dispiegate sul territorio, supportate magari da un’ intelligence internazionale o, chissà?, addirittura dal Mossad, sono riuscite a stanare il super imprendibile boss che si nascondeva in un posto impensabile e cioè… a CASA SUA!!!

    Io sono stanco dei bluff e di questo bisogno tutto italiano di eroi e salvatori, dell’unto dal signore al governo e del martire all’opposizione. Sarà forse per questo che adoro Busi e il suo schiaffeggiarci con le pagine dei romanzi che ha scritto. Gomorra finirà in un cumulo di cenere lasciando dietro di sé il nulla più assoluto (a parte i soldi guadagnati dall’autore) mentre i testi di Busi resteranno anche al lettore di domani. Perchè? Perché Busi parla di cose di cui solo Busi può parlare mentre Saviano, domani, potrà essere sostituito da un qualsiasi altro giornalista, più o meno capace di lui, che scriverà di una nuova (ma quale nuova??? della stessa) ingiustizia e tutti lo osanneranno finché non scomparirà per far largo ad un terzo, ad un quarto etc etc in un infinito moto perpetuo che lascerà comunque invariata la realtà delle cose.

    Figure transitorie, eroi per un giorno che producono libri scoppiettanti come fuochi d’artificio ma che, proprio come i fuochi d’artificio, sono destinati ad esplodere in una gran luce… poi di nuovo il buio. Seminario sulla gioventù? Avevo 4 anni quando è stato pubblicato eppure, a 30 anni, ne parlo ancora (e viene ripubblicato). Pensate che Gomorra avrà lo stesso destino? Non Credo… E non è anche questo che distingue uno scrittore da uno “scrivano”?

  • Marco scrive:

    Non si può obiettare che nell’inesistente panorama televisivo italiano, Fazio e Saviano qualche differenza l’abbiamo almeno tentato di farla.

  • Alita scrive:

    Qualche annetto fa Busi pubblicò un lungo articolo, seppur bellissimo nel suo inimitabile stile, su Dagospia omaggiando la persona e l’arte “televisiva” di Maria De Filippi. Ed è tutto dire, perché dubito che esista in Italia un personaggio televisivo che abbia fatto di peggio…..

    • Gentile Alita,

      nell’articolo da Lei citato Aldo Busi non omaggia la De Filippi quale conduttrice televisiva portatrice di valori culturali progressisti. Forse sarebbe utile rileggere il testo in questione:

      L’Italia Vostra delle Marie (contro i santi in paradiso, gli amici e gli amiconi, e le madonnine infilzate – De Filippi a parte)

      È scritto chiaramente che da una parte la De Filippi non sa neanche come sono fatti i libri dello Scrittore, dall’altra Busi non guarda i programmi della conduttrice. Vengono riconosciute invece le qualità di Maria De Filippi quale imprenditrice corretta e affidabile (e contribuente fiscale totale) e comunque l’unica che ha concesso un minimo di spazio a Busi, in un panorama televisivo in cui era visto come il fumo negli occhi. È noto, inoltre, che alla scuola di Amici c’erano insegnanti di canto e di danza eccellenti e che l’allievo di cui si fosse venuto a sapere che faceva uso di droghe, pesanti o leggere che fossero, veniva espulso immediatamente.

      L’articolo è lungo e parla anche d’altro, Le auguriamo una buona rilettura (o forse una prima vera lettura).

      Cordialità

      Redazione Altriabusi.it

  • Marco Manconi scrive:

    Capisco ma non approvo un certo astio verso Saviano, cosa che d’altronde non si trova tra le righe di Busi stesso (è quasi imbarazzante quanto io sia d’accordo con lo Scrittore, vabbuò, pazienza). Certo i programmi di Fazio sono in buona parte fighettismo progressista e il conduttore è e rimane il Pippo Baudo di sinistra, ma non è di certo obbligato ad essere diverso – è il panorama televisivo che fa schifo, e che se fosse decente vedrebbe Fazio come un moderato professionista qualsiasi – e ancora meno è obbligato Saviano ad essere Busi per non farsi dare dello scrivano e perchè non si diffidi di lui.
    Credo che faccia quel che può, e anche che sia abbastanza intelligente da prendere in considerazione tutte queste obiezioni e opinioni.
    A me ha sempre fatto un po’ pena, l’ho visto solo e spaventato, per poi gettarsi nella “fama” e nella tv anche per avere compagnia, mentre il discorso sui soldi non lo prendo neanche in considerazione.
    E, certo, il vizio di santificare la gente è un brutto vizio, che mi pare in fondo serva per poi lavarsene le mani. Così ancora più pena e preoccupazione da parte mia per Saviano quando anche qui su internet leggevo esclamazioni di amore e adorazione per il personaggio, ho visto davvero un altro martire, un altro morto, almeno fino a pochissimo tempo fa, perchè ormai è salvo, non hanno fatto in tempo a farlo fuori, credo che capiscano che non serve più.

    • Luca dB scrive:

      Caro Marco,

      mi spiace che tu abbia letto nella mia lettera una sorta di astio verso Saviano (forse mi sono espresso male io).

      Lui fa quello che deve fare e sono contento che un ragazzo di 30 anni e con un forte senso civico guadagni il pane. Ci sono, tuttavia, alcune cose che non mi piacciono:

      1) l’ho sentito più volte definirsi scrittore… no. Non lo è perché non è in grado di scrivere. Essere scrittore implica avere uno stile ed essere un “artista” (non devi per forza scrivere come Busi. A me piace anche come scrive Philip Roth, impazzisco per Le Benevole di Littel e non ti dico quanto mi piace Gutierrez). Insomma al contenuto si deve unire la forma e se uno di questi due elementi deve venire a mancare in un opera letteraria, personalmente, preferirei fosse il contenuto… mai la forma.

      2)Ci sono persone che hanno sofferto, e soffrono, le angherie della camorra e di loro nessuno si è mai interessato. Poi, improvvisamente, spunta un best seller e voilà, sono tutti sensibili al problema. Si raccolgono firme, si scende per strada etc etc Ok… e perché nessuno si è mai sognato di andare ad intervistare o invitare in studio un ragazzino di 13 anni che gira già con la pistola? E le persone morte per proiettili vaganti a Forcella? Nessuno si ricorda di Annalisa Durante (articoli per qualche giorno e poi shhhh)? Silenzio generale finché non è esplosa la moda “Gomorra”. E, attenzione, è una moda… Alla gente piace perché è attratta dal fascino del “male” ma poco interessa cambiare le carte in gioco. Passerà la moda, passerà Gomorra e tutto tornerà come prima (scusa: è già come prima… ma poi, in fondo, cosa era cambiato a parte una decina di uomini armati per qualche mese su una strada di Casal di principe?)

      3) Mi sorge il dubbio che Saviano stia cavalcando questa moda e stia cercando di trarne più vantaggi possibili. Non mi sembra che ci sia rabbia in lui ma solo un tentativo di premndere il più possibile da questa situazione vantaggiosa.

      4) c’era un bellissimo libro sulla camorra, scritto da un grandissimo professore (mio e di Saviano) “Storia della Camorra”. Quel libro è stato RIpubblicato dalla Feltrinelli sulla scia di Gomorra e a Saviano è stato chiesto di scrivere due righe di introduzione. Praticamente si è voluto trarre un vantaggio economico anche da questo. Un libro bellissimo, ma che per la sua scientificità forse non aveva avuto molti lettori, è stato riesumato e reso alla moda grazie all’introduzione scritta da una star. Le vendite sono risalite (non è un esempio di come si sia cavalcata l’onda?). http://www.lafeltrinelli.it/products/9788842092599/Storia_della_camorra/Francesco_Barbagallo.html

      Saviano, lo ripeto, trae vantaggio da una situazione che si è venuta a creare (ma in fondo chi non lo farebbe al posto suo?)… e questo mi sta anche bene. E’ un bravissimo ragazzo, è una persona competente ed è meglio che prenda lui tutti quei soldi piuttosto che la Clerici di turno con le ricette del pollo. Ma non esageri dicendo di essere uno scrittore. L’arte, per molti, è una forma di consolazione e non può essere presa a calci dal primo passante.

      n.b. le mie sono opinioni personali e, in quanto tali, possono essere smentite in qualsiasi momento dai fatti. Se questo dovesse accadere, sarò il primo a dire di essermi sbagliato. Insomma, non credere, caro Marco, che io creda di possedere l’assoluta verità… E’ un punto di vista, un’interpretazione soggettiva… e, proprio perché soggettiva, ipoteticamente erronea.

      a presto
      L.

  • Antonio Coda scrive:

    È per provare sconcerto, per sentirmi buttato fuori da casa, che leggo Aldo Busi, non certo per riprovare l’adagio del divano in salotto, assopendomi con la nenia gl’accordi dell’orchestrina di sempre a base di dischi rotti e libri stracciati.

    Vinile rigato come una portiera d’auto, ecco cosa: do un’occhiata al piccì, ieri sera, apro il sito Altriabusi e mi becco una frustata sulla faccia da “Il Giornale”, il quotidiano con il direttore Feltri sospeso, un capitano coraggioso allora, non può che essere così, perché, per essere sospesi in quanto giornalisti, in Italia, come minimo devi lavorare per i servizi segreti americani, vantandotene in pubblico!; il giornale che ultimamente ha avviato anche quella prode iniziativa democratica delle firme contro Roberto Saviano, il quale aveva compiuto l’imperdonabile reato civico di aver scottato le mani rivelando che l’acqua ribolle calda di ‘ndrangheta(oh, non avrà mai una maiscola da parte mia, mai) anche nelle rubinetterie leghiste padane. Eh, come devono aver sofferto, i lettori del Giornale, a leggere il titolo: Busi: “Fazio e Saviano? Noiosi e pavidi”. Gli sarà venuta voglia di lanciare i cocci di bottiglia contro l’edicolante che gliel’ha venduto, come minimo, di certo non si saranno eccitati, di certo non avranno gongolato. Certo che no.

    Il re è nudo, lo sapevano tutti!, gli occhi per guardare e gli orecchi per sentire non ci mancano mica!, ci manca la bocca però, la teniamo chiusa, e riusciamo ad aprirla solo per dare addosso a chi la apre per primo e che, aprendola, indica il re e dice quello che anche gli altri vedevano e ascoltavano ma che non lo dicevano lo stesso – Il re è nudo.

    È stato ancora una volta il bambino Saviano. Il monello Saviano. Il bambino nato a Napoli nel ‘79.

    A proposito di bambini. Piccolo ricordo. Mensola, cerco tra i libri letti, in confusione con quelli ancora da leggere e con quelli da rileggere: Suicidi Dovuti, Arcobaleno della Gravità, Opinioni di un clown, Nudo di Madre, Diario di uno scrittore. Trovato, Gomorra. Trovati i bambini di Scampia che parlottano tra di loro dopo l’agguato di camorra che ha ucciso una donna con proiettili esplosi sul volto a distanza ravvicinata. E che ci fanno su un ragionamento scientifico.

    “No, al petto fa male, malissimo e muori dopo dieci minuti. Si devono riempire i polmoni di sangue e poi la botta è come uno spillo di fuoco che entra e te lo girano dentro. Fa male pure sulle braccia e le gambe. Ma lì è come un morso fortissimo di serpente. Un morso che non lascia mai la carne. Invece la testa è meglio, così non ti pisci sotto, non ti esce la merda per fuori. Non sparpetei per mezz’ora a terra…”

    ( Gomorra, pag 114-115, Mondadori, 2006).

    Al petto fa male. Altro ricordo. La Clio del mio amico Vincenzo, ma non è mica sua: è della madre, che al mattino, con la Clio, va a lavorare allo stabilimento Fiat di Pomigliano. Riscaldamenti accesi, dentro ce l’odorino stantio delle plastiche crude del cruscotto e degl’interni polverosi. – Ci hai mai scopato qui dentro, Vincè? – E che mi metto a scopare nella macchina di mia madre?. La serata si passa a consumare benzina per le periferie del vesuviano. Una serata come tante, infrasettimanale, ci si vede dopo il lavoro, lavoro?… eufemismo da breviario tenendoci dentro per segno l’indice della mano destra. Non si va da nessuna parte, per non andare da nessuna parte basterebbe restarsene a casa: se proprio non dobbiamo andare da nessuna parte, però, preferiamo farlo in macchina, fingendo di farci compagnia per qualche ora, perché restare a casa con la famiglia tutti i giorni uguale è una fitta alla gola. Fuori c’è buio a riempire i lampioni stradali senza illuminazione e le fosse nell’asfalto, quando va bene e c’è l’asfalto. Dentro l’odorino, le platiche crude e dallo stereo la canzone “Cappotto di legno” di Lucariello.

    (…)l’uocch e nu buon uaglion’,i cap i Casal

    ricn che è nu buffon

    Amma crià a paur,

    ha mischiat l’uommn pa gent i fognatur…(…)

    Tradotta in italiano corrente equivarrebbe circa a questo:

    “Occhi buoni da ragazzo, i capi di Casale/

    dicono che è un buffone/

    Noi dobbiamo creare paura /

    e lui c’ha messo al pari di gente da fognatura…”.

    Canzone del duemilasette. Gomorra è del duemilasei. Ascoltiamo la canzone e ci sentiamo stringere il petto, all’idea dei killer della camorra, che vivono sotto acido in attesa di un ordine e di una esecuzione per tornare a galla giusto il tempo per mandare qualcuno sottoterra. – Vincé, tu lo hai letto Gomorra? – Sono tutte stronzate, sono cose che si sanno già. – Lo hai letto o no? – Non l’ho letto. – Lo devi leggere. – Non lo voglio leggere. Chi tiene tempo di leggere i libri? – Lo devi leggere questo libro. – Perché lo devo leggere ’sto libro, dimmi un poco? – Perché parla di me e te, questo libro, e degli amici nostri. – Vincé, lo hai letto Gomorra? – L’ho letto. – Cosa ne pensi?. – …. – Cosa ne pensi?. – …. – Vincé? – Io credevo che stavamo inguaiati solo noi, qui a Napoli e Sud Italia. Invece stiamo inguaiati tutti. – E ora ti senti peggio? – Non lo so. Tu come ti senti? – Vincé, io mi sento meno solo. – Mi sento meno solo pure io. – Vincé, ti sei fatto lo stereo nuovo? – Bello eh? – Quanto l’hai pagato? – Un’occasione, è stata un’occasione! – E mi vuoi dire quanto l’hai pagato? – L’ho preso al ponte di ferro. – Vincé, l’hai ricettato? – Ma tu hai capito quanto costa, a comprarlo nuovo? – Vincé, l’hai ricettato? – Altrimenti con il cazzo che mi potevo comprare lo stereo nuovo da mettere nella Clio di mia madre! – Vincé, mi spieghi una cosa? – Cosa c’è? – Ma tu, il libro Gomorra, che cazzo te lo sei letto a fare?. Oggi Vincenzo guadagna un buon stipendio e spende solo nel mercato legale. E io lo tiro scemo e gli dico ch’è diventanto un fighettino come nemmeno quelli del Vomero, però lui il Vomero non lo frequenta per niente: è emigrato, non è la Germania, è il Nord Italia; doppia emigrazione interna: prima in sé, però, poi l’altra lungo la penisola .

    Leggo l’intervista rilasciata da Aldo Busi a Il Giornale e questi ricordi mi sommergono. Io dopo aver letto Gomorra – è ancora lì, a matita, con data e orario affianco – ho scritto, sull’ultima pagina “Finalmente c’è Roberto Saviano”. Mi ricordo la dedica in apertura libro, bello fin dalla dedica:

    A S., maledizione.

    L’inizio, la dedica, bollente, poi, subito dopo, il gelo: parli la mente, che se parla il corpo qui va tutto in fiamme.

    Leggo l’intervista ad Aldo Busi ma ho il petto stretto e ricordo. Ricordo tutti quelli che mi dicevano di Gomorra – Ma già si sapeva. E che ha scritto di nuovo? Che avrebbe scritto di nuovo? già si sapeva! Sì è fatto i soldi con lo schifo di Napoli. Questo ha fatto, il gallo sull’immondizia.

    E io gli elencavo le cose che invece non sapevo affatto: i ragazzini che indossano i giubotti antiproiettili e che si fanno sparare, così imparano a non aver paura. I kalashnikov provati mitragliando nelle vetrine dei negozi, ché tanto i rivenditori di vetrine sono sempre della camorra. Io quando passavo su Corso Umberto e vedevo i colpi di proiettile nelle vetrine antiproiettile credevo si fosse trattato di un banale tentativo di rapina, di una sparatoria di passaggio. Mica ci vedevo il piano industriale. E stakeholder per le discariche illegali non ne conosco né ne avevo conosciuti, e a un’asta per le commesse tessili a San Giuseppe non ci avevo mai partecipato, anche se a San Giuseppe ci passavo spesso e ci ho visto chiudere le boutique – quelle in cui ti ricamano le iniziali sui polsini e dove controllano dove tira la camicia e che, nel caso, fanno gli aggiusti, e nelle quali non sono mai entrato, neanche per ridere – per fare spazio ai negozietti con all’esterno la lampada di cartapesta rossa e nel retro stanzini stipati di materassini perché la vita dei cinesi che ci lavoravano inizia e finisce lì.

    Non era importante quello che sapevo, ma quello che sapevo e non avevo mai detto, di cui parlavo quasi sottovoce solamente con le persone più fidate. Noi lo dicevamo, piano, e non lo scrivevamo, e non lo scrivevamo così come l’ha scritto Saviano. Saviano non ha scritto di camorra, ha scritto di Gomorra, ha scritto di un sistema economico senza più distinzione tra legalità e illegalità. Prima di leggere Gomorra non avrei mai potuto guardare le Vele di Scampia e vederci il distretto finanziario di Wall Street. Il re è più nudo, grazie a Roberto Saviano. E se ci è riuscito a guadagnarci, con il suo coraggio, sono orgoglioso di lui, dei soldi guadagnati onestamente. Significa che se denunci non è detto che muori. Che se denunci, a volte, ti salvi, e vinci. E poi finisci a vivere sotto scorta, cazzo.

    Perché Gomorra doveva essere scritto come lo ha scritto Saviano. Freddamente. Quasi impersonalmente. Altrimenti impazzisci. Altrimenti ti esplode il cuore. Perché noi siamo – ma noi chi? io mi sento così, almeno – questa terra, terra intesa come società intesa come quotidianità – e quello che viene fatto a questa terra viene fatto a noi, a quando parliamo di lei, è di noi che parliamo.

    Mi passa il calore agli occhi e la stretta al petto. Torno a ragionare, a leggere il resto dell’intervista, che dice altre cose, ed è molto più del surrogato acido rappresentato dal titolo: il piccolo evasore di solito già pensa in grande come un mafioso, ci credo, e la trasmissione di Fazio e Saviano ha volutamente tenuto i toni bassi, poteva osare di più, è stata una sorta di reunion, una chiamata alle armi di care icone ormai al pensionamento, mancava solo Baglioni e poi sarebbe stata una edizione più impegnata di “Anima mia che fu”. Però è stata coraggiosa lo stesso. Pedagogica, però, credo io, non banale. Buona, dico io, non buonista. E le forme sono state da rito pre-conciliare, d’accordo, ma certi contenuti sembravano arrivare dalle stelle, ovvero dalla terra terra, in questo paese che ormai vive a qualche chilometro nel sottosuolo, e che crede che l’unico modo per essere meno talpa miope consista nel comprarsi il pacchetto offerto dalla televisione satellitare: mi riferisco alla storia di Piergiorgio Welby, a quella di Eluana Englaro, strappate per una volta dalle grinfie di chi ci ha pontificato sopra secondo l’abitudine abominevole del pro-vita-loro.

    E ora che mi sono calmato, che posso slacciarmi dalle pastoie dell’emotività, mi sento di dire che stare a confrontare Aldo Busi e Roberto Saviano è una querelle da librai che si sentono in augustia perché non sanno bene dove posizionare i volumi, in quale settore.

    Seccamente: Aldo Busi sarà sui manuali di letteratura del Ferroni – c’è già – e Roberto Saviano no. Con il rischio che Aldo Busi non verrà letto per i prossimi duecento anni – e per tutti quelli successivi sì. Il libro di Roberto Saviano è un’impellenza, e per i suoi contenuti gioco forza diventerà storia vecchia – spero! Perché se il suo libro restasse attuale ancora a lungo, allora sì che sarebbe un vero fallimento: nostro, però, mio, non suo.

    Roberto Saviano è un bambino al suo primo libro, con un percorso in salita davanti. Aldo Busi è un bambino che i suoi libri li ha già regalati – forse – tutti. Lui è lo Scrittore, è affermato. Roberto Saviano è lo scrittore che deve dimostrare ancora di esserlo. E io attendo impaziente i libri di entrambi, sapendo che leggerò libri diversi, di qualità diverse, di longevità incomparabili.

    Per quel che mi riguarda, saranno entrambi sulla mia mensola, e nei miei pensieri, e nelle mie azioni.

    - Vincé, devi leggere Aldo Busi. – Essì, adesso mi metto a leggere pure i ricchioni!. – Vincé, lo devi leggere. – Ma sei diventato femminiello pure tu? – Vincé, quanto cazzo parli! Quanto cazzo parli, miseria. Ti ho mai tirato fregature? – Però dammi il più piccolo che c’hai, che io mi scoccio. – Vincé, te lo sei letto il libro che ti ho prestato? – L’ho letto! Ora me ne devi prestare qualcun altro però. Secondo te qual è il più bello? – Il più bello: che domanda da bebbé che fai. A me, per dire, Suicidi Dovuti… comunque, sono belli tutti, quindi comincia dal primo. – Quando me lo presti? – Vincé, non ci rompere il cazzo, i soldi per la benzina ce li hai? e con gli stessi soldi ti vai a comprare pure un libro. – Questa macchina è un cesso. – Almeno non vai a piedi. – Però a mia madre serve per andare da casa a lavoro e da lavoro a casa: per fare questo, basta.

    Oggi quando mi capita di andare a casa di Vincenzo sbircio gli scaffali dei libri, e mi porto via quello che mi interessa di più. Lui storie non ne fa.

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