Un “purtroppo” di troppo

Pubblicato il 29 ottobre 2010

Pubblichiamo oggi, 29 ottobre 2010, una lettera di Aldo Busi all’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato – lettera inviata, per conoscenza, anche all’ANSA.

In breve, ecco il contesto in cui si inseriva l’intervento dello Scrittore ripreso in parte dal solo Massimo Gramellini nella sua rubrica “Buongiorno” su “La Stampa” (12 luglio 2000) e seguito il giorno dopo da uno scambio di battute tra lo Scrittore e il giornalista.

Nel 2000, contemporaneo agli eventi giubilari, si svolgeva a Roma il “World Gay Pride”.

Il diritto di manifestare è un diritto sancito dalla Costituzione Italiana (artt. 17 e 21). Una manifestazione di tale portata doveva essere per forza di cose concordata con le istituzioni (Comune e Prefettura) preposte ad autorizzarne lo svolgimento. Malgrado ciò, alla Camera dei deputati, nel corso della seduta n. 725 del 24 maggio 2000 – “Svolgimento a domande a risposta immediata” – l’allora On. Selva (Alleanza Nazionale) illustrò l’interrogazione n. 3-05676 che, resoconti stenografici alla mano, recita:

“Signor Presidente, con molta serenità mi rivolgo al Presidente del Consiglio e all’uomo Giuliano Amato ed, esprimendo il rispetto per il diritto di manifestare, gli pongo la seguente domanda: non crede che fra i manifestanti che converranno, o che dovrebbero convenire, a Roma vi sia una frangia, forse abbastanza consistente, che anziché il diritto di protestare si vuole ritagliare il diritto di fare una provocazione nei confronti del Sommo Pontefice e, certamente, una strumentalizzazione massmediatica del Giubileo?

Molte volte in queste manifestazioni, in questi raduni – lo ricordano anche i vescovi americani -, abbiamo visto caricature del Pontefice, travestimenti, maschere irridenti la religione, accompagnati da slogan e cartelli osceni.”

La risposta del Presidente Amato:

“Onorevole Selva, penso che in parte ciò che lei dice possa rappresentare un problema e me ne preoccupo quanto lei. Come lei, e di sicuro come l’amico Armaroli, mio collega costituzionalista, penso in primo luogo che non possa essere messa in discussione la libertà di pensiero. Ma in questo caso c’è di più: non può essere neppure messo in discussione l’articolo 17 della Costituzione, il quale attribuisce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi e prevede che le riunioni possano essere vietate soltanto per comprovati motivi di sicurezza ed incolumità pubblica.

Pure in questa cornice costituzionale, nutro la preoccupazione che una manifestazione del genere sia inopportuna nell’anno del Giubileo e che sarebbe meglio si tenesse in un anno diverso da quello indicato. Mi sembra, poi, che la scelta della città non possa essere slegata da quell’evento e, in qualche modo, dovuta al fatto di contrapporsi ad esso. Le autorità responsabili hanno cercato da tempo di indurre gli organizzatori italiani di tale manifestazione ad accettare un’ipotesi di rinvio. Ma la domanda è, onorevole Selva, collega Armaroli: in assenza di un consenso degli organizzatori, abbiamo costituzionalmente la facoltà di disporre un rinvio, considerato che ciò significherebbe vietare la manifestazione? In coscienza, devo dire che avremmo detta facoltà soltanto se vi fossero fondati motivi di incolumità e sicurezza pubblica.

Un lungo discorso con gli organizzatori ha indotto le autorità locali a ritenere che, nell’aspettativa di altre riunioni o manifestazioni che potranno esservi in concomitanza con quella, un concreto pericolo per la sicurezza e l’incolumità pubblica possa esservi ove la riunione sia accompagnata da un corteo; si è detto agli organizzatori che il corteo potrebbe essere vietato per ragioni di sicurezza ed incolumità pubblica. Nel momento in cui, però, gli organizzatori accettano una manifestazione stanziale, ci troviamo costituzionalmente in una situazione nella quale i motivi di incolumità e sicurezza pubblica non giocano e, quindi, ci troviamo nella condizione di limitare la manifestazione ad un luogo definito, di isolarla dal resto della città, di seguirne lo svolgimento con prescrizioni, nella convinzione che la Costituzione e la legge consentono comunque interventi per impedire delitti. Purtroppo, però, dobbiamo adattarci ad una situazione nella quale, come lei stesso ha detto, al di là delle opportunità, inopportunità e preoccupazioni, vi è una Costituzione, che ci impone vincoli e costituisce diritti.”

Crediamo di non dover aggiungere altro. A chiosa della lettera che oggi rendiamo nota, rimandiamo il lettori al post “Non lamentatevi se tacerò”, pubblicato su Altriabusi il 28 ottobre 2009.

La Redazione

Fax/Lettera di Aldo Busi a Giuliano Amato

11 Luglio 2000 Montichiari

Aldo Busi per Giuliano Amato, Presidente del Consiglio di Ministri, s.v.p., e per conoscenza all’ANSA

Forse Lei ignora, tanto per entrare immediatamente nel nocciolo della questione “famiglia sì” e “famiglia no” secondo i vezzi vaticani e papalini, che se non fosse per gli omosessuali repressi che si sposano e fanno figli, l’umanità si sarebbe già estinta. E, già che ci sono, io e tutti i miei simili siamo uomini e donne: non ci abbasseremo mai a essere dei diversi solo perché la Chiesa vuole così e ha bisogno di un ultimo capro espiatorio (fra l’altro fallendo il bersaglio del suo vero nemico…).

Uomini e donne, caro Amato, uomini e donne contribuenti fiscali e basta, il cui periplo morale, intellettuale, civile, così come per gli eterosessuali, non è circoscritto entro l’elastico di un paio di mutande.

Il Gay Pride, e quindi la questione dei diritti civili, attraversa il contenzioso con la Chiesa solo per necessità ontologica e storica, non per malrisposta aggressività: neppure io personalmente, che sono forse l’unico laico e anticlericale italiano che non morirà con l’immaginetta di un papa fra le mani, ho qualcosa di troppo politico e specifico contro la Chiesa, proclamo solo il mio diritto personale di farne a meno, ma non faccio (e non mi illudo di fare) proselitismo. Essa fa il suo lavoro confessionale, cioè politico a modo suo: è il governo – e ogni governo prima del Suo – che non fa la sua parte laica! Se il Governo la facesse e rimettesse ogni volta la Chiesa al suo posto quando invade campi non suoi, avremmo una Chiesa più umana, più stimata, più accorta ai veri ecumenismi necessari oggi e di cui andare (anche per i laici come me) più orgogliosi nel mondo. Sicché – e siccome ormai anche a milioni di cattolici insofferenti sembra proprio e sempre di più che le istituzioni italiane siano un’emanazione della Chiesa – non è possibile attivare il Governo in ciò che gli compete senza disattivare la Chiesa in ciò che non le compete.

Le ricordo che in Italia esistono trecentomila coppie di fatto ufficiali – e secondo taluni almeno il doppio – senza alcun organo giuridico attendibile; che in Italia i cittadini aconfessionali e laici sono calcolati in sette milioni e mezzo di persone adulte; che in Italia non è sconsiderato calcolarne altri tre/cinque di altre confessioni non cattoliche; che in Italia gli omosessuali dovrebbero essere, su una popolazione di sessanta e passa milioni circa e senza contare uomini e donne sposati condannati a una doppia vita, non meno di altri sei/otto milioni: le sto parlando di cittadini, delle loro tasse e della loro identità giuridica (pazienza quella sociale!) negata, del loro contributo attivo alle (buone) sorti del Paese, non Le sto parlando di reperti da psicanalisi ammuffita come vuole la frangia più estremista e fascista delle alte sfere vaticane e di Destra.

Il Papa, o chi per lui, deve assolutamente cessare di offenderci e di offenderli o, se lo fa, che si aspetti d’ora in avanti di ricevere la sanzione biblica dell’occhio per occhio, dente per dente.

Qua si tratta di diritti civili, e i diritti civili sono i nostri diritti che solo il nostro Governo ha il dovere di promuovere o discutere ma non il diritto d’inerzia di delegare, per la loro messa in opera giuridica o no, ad altri.

Anche se io ho capito l’ironia, invero tanto sottile che poteva risparmiarsela, del Suo “purtroppo” costituzionale riguardo all’impossibilità di vietare il corteo gay, Lei d’ora in avanti non può assolutamente più dispiacersi, se non in un salotto privato, se il papa si dispiace o meno di questo o di quello: il Suo punto di riferimento, Presidente del Consiglio, siamo noi, nessun altri che noi, cattolici e laici, ma tutti ugualmente cittadini italiani di una Repubblica laica con un governo, almeno a parole, laico e un’aspettativa laica (senza per questo inficiare la fede dei singoli credenti) su scuola, pensioni, sanità, trasporti, difesa, giustizia.

Noi siamo i soggetti cui guardare se siamo dispiaciuti o no, e LO SIAMO QUI, ORA E SUBITO!

Per Dio, c’è tempo.

Ogni cordialità e auguri di buon lavoro a Lei e ai Suoi Ministri

Aldo Busi


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