La posta del cuore di Aldo Busi
Pubblicato il 05 ottobre 2010
Posta del cuore di Aldo Busi, apparsa sulla rivista Rolling Stone fino a settembre scorso.
Ben trovate, o donne di entrambi i sessi! Intanto alcune considerazioni generali: nell’impossibilità di provare la veridicità e dei nomi delle scriventi e dello specifico interrogativo a me rivolto, qui non farò alcuna distinzione tra missive vere e false, tutte sono false e vere alo stesso modo, e anche nella lettera più farlocca, scritta per tendere una trappola a me, l’estensore tende in verità una trappola a se stesso e va aiutato a cavarsene fuori. Quindi prenderò alla lettera quanto mi viene scritto, e siccome questo non è un riflettore per culti della personalità – la mia compresa – né per dileggiare anonimamente qualche ignara vittima che di questa piccola posta nemmeno sa dell’esistenza, lascio delle mie gentili scrivane solo le iniziali.
Un consiglio, che deve valere anche nella vita di tutti i giorni: se nessuno vi chiede niente e non ha un atteggiamento inquisitivo nei vostri confronti, se decidete per qualche misteriosa ragione o fluido sensitivo di confidarvi, tanto vale dare all’altro dei dati veritieri su se stessi, è la migliore tattica perché possa nascere un’amicizia – e anche un amore – meno effimera. Siate leali ogni volta che vi si presenta l’occasione e qualcuno che vi sembra diverso dal solito palloncino gonfiato dai narcisismi di un qualche complesso di inferiorità, l’inclinazione a mentire per autodifesa preventiva fa morire sul nascere qualsiasi storia, e subito diventa una vecchia e noiosa barzelletta oltretutto raccontata male. Vi consiglio altresì di essere molto dettagliati: è importante per me sapere se siete disoccupati o occupati e semmai se stabilmente o “a progetto”, quanto guadagnate in un mese, che tipo di entrate e uscite avete, se avete figli e alimenti alle spalle, se e quanto vi drogate e ubriacate in un fine settimana, quanti anni avete a prescindere dalla normale regressione infantile che attanaglia gli italiani. Sappiate approfittare dell’occasione preziosa, e qui e nella vita, magari è l’unica che vi capiterà mai o la prossima vi ricapiterà fra decenni, e sarà troppo tardi non solo per i rimpianti ma anche per essere in grado di saperla riconoscere. Siate… pratici, concreti, materiali, e non abbiate paura a tagliare i rami morti che incancreniscono via via la parte sana, e spesso vanno sradicate alcune radici velenose cui vi aggrappate per paura che niente più potrà affezionarsi a voi come la malattia che vi sta prestando l’unica compagnia, asfittica, fatale, di cui godiate al momento. Noi usciremo dal facile battutismo sessuofobico e machista, che esorcizza l’opacità della vostra esistenza con la brillantezza di una manciata di lustrini polverosi e stanchi di essere raccattati in terra per venire di nuovo fatti volare nell’alto nella stessa aria stantia, respirabile con sempre maggiore rabbia, frustrazione, dolore – e quando il dolore non vinto ha il sopravvento e si trasforma in dolorismo e in una posa mummificata dietro cui trincerarsi, la cattiveria verso gli altri, che nasce da un crescente odio di sé, vi roderà la mente e il corpo e tutto di voi, non solo il presente, sarà spacciato.
Per amare occorre essere intelligenti e vigilare affinché questa intelligenza non venga meno e diventi addirittura intelligenza e comprensione dell’altro, perché da soli e abbandonati a se stessi la vita può essere, sì, difficilissima, ma mai come lo è quando ogni volta che dici “io” dici “tu”.
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GLOSSARIETTO
del postino
Callipigia: origina dal greco e significa “dalle belle chiappe”. L’aggettivo ben si abbina a Venere/Afrodite.
Minima: sta per “pensione integrata al trattamento minimo”. Vi accedono le persone che hanno superato i 65 anni senza aver versato contributi.
Struggente: qualcosa che causa sofferenza e dolore. Un ricordo, un’assenza, una presenza, uno sguardo e/o la sua mancanza.
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Sono un uomo adulto che ha incrociato le spalle di un meraviglioso tabaccaio. Vado tutte le mattine a comprare le sigarette, e lui mi fa dei bellissimi sorrisi. Devo accontentarmi di questo o devo proporgli di bere un caffè insieme e chissà? E così le chiedo quanto dobbiamo ascoltare il nostro desiderio, assecondarlo e quanto, invece, essere prudenti, zittirlo?
Cesare B.
Senta, già il fatto che Lei scriva che “ha incrociato di spalle” un uomo Le dà centodieci e lode per l’acutezza e la raffinatezza della spiccia brutalità con cui giudica e pregusta le chiappe dei tabaccai quella rara volta che escono da dietro il bancone, e tanto che mi verrebbe voglia di aprire un Sale & Tabacchi per porgerglieLe io le sigarette ogni mattina, e per Lei mai mi dimenticherei di strigliarmi i denti con lo smacchiante più brillante del mondo per accogliere con un sapore di rosa nell’alitata assassina un fine intenditore che, con ogni probabilità, già sente di portacenere alle sette e mezza. Ma certo che deve invitare il meraviglioso tabaccaio dalla calli pigia chimera a bere un caffè! Sua moglie è lì apposta per darli il cambio approfittando intanto per sbigodinarsi mentre lui, cambiando sponda, fa cadere il cucchiaino e si china a raccoglierlo già a jeans allentati – senza mai smettere di sorridere un istante, pur nei grugniti da prima volta (oggi): lo sodomizzi, o mio Cesare, con uno specchio davanti, vedrà se non ho ragione. Fanno tutti così, li sbatti come zabaglione e continuano a ridere, e nessuno ha mai capito il perché: che stiano ridendo di te? Mah!
Tuttavia, prudenza: i concessionari del monopolio sorridono così anche alle vecchierelle con la minima che per prima cosa, uscite da Messa prima, vanno a dilapidarla con i “gratta e vinci”. Se io mi fossi fatto delle illusioni con ogni tabaccaio che mi ha sorriso, sarei già finito in un campo di concentramento a Cuba oppure al duty free dell’aeroporto di Managua a rifilare sigari e toscanelli, che poi è anche tutto cui ti permettono di dare un colpetto di lingua finale per non perderne l’uso. Ci pensi. Anzi, non ci pensi. Ognuno, in prospettiva, sarà fumato a modo suo.
Lei, adulto, saprà, nevvero, che conserviamo un bel ricordo solo di chi ci ha fatto il grande favore di sfuggire al nostro desiderio conservandocelo intatto, e struggente come un desiderio soddisfatto non lo è mai. In entrambi i casi, si senta un privilegiato per il grande amore e senso dell’umorismo che si sa dare. E baci.
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Voglia. Voglia di. Voglia di ricominciare. Basta con questo buio, è durato troppo a lungo questo mio ritiro, per quanto volontario. L’ho capito ieri, all’improvviso, quando come sempre ho preso il tram per andare al lavoro. Sono salita e l’ho visto. Un flash. Un lampo di luce. Una scossa. E il desiderio che si riaffaccia. Da quel “ieri” sono passati 5 anni. Con lui. E ancora mi chiedo, Le chiedo: possibile bastasse così poco a ridare illusione a una 35enne disillusa?
Sara M.
Non m’interessa tanto il tragitto e neppure la città, quanto il numero del tram in questione: me lo dia. A costo di fiondarmi a Palermo centro e dire al mio autista di aspettarmi al capolinea, ma un’occhiata ce la voglio dare lo stesso.
Chissà se anch’io non riesca a prendere una scossa senza dover prima infilare un dito umido nella presa di corrente! E i baci? I baci sempre.
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Scusa se ti do del tu. Sono una ragazza di 25 anni travolta dal tuo Seminario sulla gioventù. A te che hai viaggiato tanto voglio chiedere: qui, a Lecce, non trovo un uomo per me: o vogliono una trombata e via o vogliono sposarmi. Forse se viaggiassi all’estero troverei persone che conoscono le mezze misure. Potrei amare in allegria. Non so. Inutile offrirsi a te, vero?
Maria G.
Mi meraviglia assai che anche a Lecce ci siano ancora uomini che vogliano “una trombata”, impresa tanto più complicata e impegnativa di un semplice matrimonio! Sei fortunata e non lo sai. <il matrimonio ha una sua pratica, oziosa utilità per un qualunque maschio che una sveltina, durasse pure mezz’ora di stressante dentro/fuori riposizionalo che mi sta facendo solletico nell’interno cosce, non avrà mai: ti garantisce una badante gratis – meglio se provvede da sé a vitto e alloggio – e che puoi licenziare con minima spesa burocratica allorché i colli delle camicie sono stirati alla carlona o la pasta è scotta. Coloro che ti chiedono di prestarti a una botta e via sono gli stessi che, una volta sposata da leccese venticinquenne, raggiungerebbero subito dopo la pace dei sensi come gli succede ancor prima con una ucraina sessantenne messa in casa senza contributi. Dunque, se non puoi traslocare da lì, tra i due schieramenti di corteggiatori non esiterei a dare la mia preferenza ai trombatori di sfuggita, incontinenti che trovi in tutti i continenti ai quali non devi però sfregare il cavallo delle mutande per un tot di mesi. Quanto al viaggiare all’estero, beh turismo a parte, io lo intendo come un cercare un lavoro e un ambiente in cui stabilirsi, e in questo tipo di viaggio non c’è molto posto per l’allegria e l’amore. Si va via per studiare una lingua, per rendersi professionalmente insostituibili e quindi impermeabili alla disoccupazione, per sfuggire ai nostrani stereotipi sul maschile e il femminile, per approfittare, dopo parecchi sacrifici, di una più avanzata civiltà. Se te ne vai da Lecce solo per una questione di uomini sì e di uomini no, ti ritroverai a Lecce planassi pure a Vancouver. Non sono gli uomini e le donne e i cani da grembo che vanno cambiati, e nemmeno la città o il villaggio o i vicini: sei tu.
Sì, è inutile offrirsi a me: troppo cara mi sei.
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Vivo un rapporto d’amore complice e felice. Ciononostante, mi sorprendo talvolta a guardare fuori dalla finestra aspettando lui: cavallo bianco, calzamaglia, casacchina blu. La mia domanda è: la sindrome da Principe Azzurro è curabile? Grazie per averci regalato una memorabile Alice nel Paese delle Meraviglie italiana.
Viola L.
Siamo alle solite: si sposti dalla finestra, guardi dentro casa, e dentro tutta quella paccottiglia sentimentalistica della cattiva educazione ricevuta che non Le fa apprezzare a fondo l’uomo che ha. Bisogna capire che i sogni a occhi aperti, cioè ciechi come quelli di una talpa, sono frutto della feccia ideologica inculcataci da bambini ignari e mentalmente seviziati senza pietà. Lei individuo non sta sognando un principe azzurro, Lei ne è sognata, e divorata proiezione dopo proiezione da un vampiro collettivo. Lei è la vittima designata di un colorino astratto che a me fa venire in mente solo le stoviglie mal risciacquate che Lei, ingrata, mette a coperto e allo scoperto ogni volta che il Suo uomo, forse un po’ scolorito ma perciò tanto più splendido, si siede a tavola.
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Mi presento: donna, forse gentildonna – di certo imperfetta – 27enne, confusa. Forse promessa sposa a uomo di bell’aspetto e modi posati (forse troppo?), già compagno di studi universitari. Pur (forse) “amandolo”, avverto le proverbiali mura che iniziano a chiudersi come in The Wall dei Pink Floyd. Non la storia più originale del mondo, ne convengo: infatti non cerco un consiglio personale, ma una riflessione sui massimi sistemi. Quanti “forse” è lecito elencare prima di essere derubricate come dubbiose ed essere incluse nel novero delle indecise patologiche? Con trepidazione (forse!).
Isabella S.
In caso di eccessiva incertezza, il mio motto resta: “Se sei incerta, tienila aperta”. Non capisco come si possa vivere nel lusso sfrenato ma deprimente di tutti quei “forse” alla sua età. Lei deve provarsi a ingurgitare fino all’ultima goccia dell’amaro calice dell’aut-aut per vedere se non era invece il tanto agognato rosolio, elisir di lunga vita, lacrima Christi contro la stitichezza sentimentalerotica? E se anche fosse il previsto veleno, è la stessa cosa: una crescita intellettuale e caratteriale, un salutare mitridatizzarsi. Lei deve sbagliare, almeno sbagliare di grosso una volta, deve accettare di cominciare una cosa e senza fermarsi portarla alle sue estreme conseguenze, deve uscire dalla sua insulsa sindrome di perfezione, perfezione che, ovvio, richiede più all’altro che non a se stessa. Lo vedo in tante giovani vite, dissipate nella paura di non far centro o bella figura o compiacere l’amor proprio di non essere mai messe spalle al muro da un errore: o dicono frasucce senza alcun peso personale e politico specifico e fanno cosucce linde, calibrate e perfettine o scadono nell’inanità, nel mutismo, nell’arroganza piccolo-borghese di non prendere mai posizione nel timore che non sia quella giusta, benvista, normativa. Non c’è nano che non si senta un gigante e non voglia dimostrarlo portandosi all’altezza del conformismo imperante dei ma, dei se, dei forse, dei distinguo, dei ni. Si butti un po’ via o, se ancora ci riesce, si doni, abbatta i muri, che non sono solo esterni. Rifletta un istante: se Lei perdesse questo compagno di università ora promesso sposo e marito in fieri dotatissimo in tutto, non solo in pazienza, vista l’enormità dei coglioni che deve aver accumulato con i suoi pressanti “forse” o se, in un eccesso di improbabile generosità, lo lasciasse libero? Che se ne farebbe della “storia più originale del mondo” se non è originale Lei? Da qualche parte bisogna pur stare se si vuole starci con qualcun altro. Lei mi ricorda quei cosiddetti gay, sia stanziali che di passaggio, che vivono in un perenne sabato sera da discoteca e da caccia al principe azzurro che rivoluzionerà la loro bigia esistenza: adocchiano un tipo che gli piace ma ne aspettano uno che potrebbe piacergli di più, arriva ed ecco che al contempo compare uno che gli piace ancora di più di quello che gli stava per piacere solo di più del precedente. E a fine nottata, tutti dentro nella dark room, ad accontentarsi del primo brutto tenebroso con l’odore di freschino che al chiaro gli avrebbe fatto schifo (e che di solito è Nôtre Dame, il parroco gibboso però con le sopracciglia scolpite che ti ha appena battezzato il bambino). Accetti il mio antidoto o panacea universale per uscire da quei “forse” di troppo che attanagliano Lei e i disgraziati che hanno a che fare con Lei: chi viene con noi alla luce del sole è perché è di bocca buona, tesoro. Accogliamolo a braccia aperte: non sa, il poveretto, a chi e a cosa sta andando incontro. Lui non lo sa ancora, ma l’affare lo facciamo noi. E baci, decisi.
GLOSSARIETTO
del postino
Inanità: si dice di ciò che è inane o, altrimenti, vuoto, inutile. O anche vano, che non può essere realizzato.
Mitridatizzare: da Mitridate VI, re del Ponto: per paura di essere avvelenato, chiese al suo medico di preparargli degli antidoti che lo resero immune a ogni sostanza nociva. Per estensione, assuefare qualcuno a sostanze tossiche, immunizzare.
Stanziale: dal latino “instare” nel senso giuridico di incalzare con insistenza. Si dice di persona che tende a risiedere stabilmente in un luogo. Nel mondo animale, le più diffuse specie di uccelli migratori sono rondini, rondoni, cuculi e cicogne.
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Intanto un’informazione generale: non sprecate spazio per parlare di me e a me, tema che mi tedia quant’altri mai, usatelo per parlarmi di voi, anche se, ovviamente parlando voi di me a me ma leggendovi io come se fossi il vostro inconsapevole e onnisciente doppio, non dandomi voi alcuna informazione su di me a parte quelle false, millantate, inventate o che non sappia già, mi state dando tali informazioni su di voi che io su di me non darei nemmeno a un prete in confessionale – va da sé che io in un confessionale andrei solo munito di sigaretta accesa, un candelabro pesantissimo e una tanica di benzina. E siccome lo spazio è quel che è, bando ai caro di qui e caro di là, ai complimenti e alle lusinghe; Maria Pia di Scandicci, Luigina di Portici, Riccardino di Marsala: non faccio donazioni di sperma a pagamento neanche se a vostra detta, avvenendo il trapasso a domicilio, non mi dovrei spostare da casa, e poi almeno fossero per delle fecondazioni artificiali, eccheccazzo! I baci stavolta sono immediati e una tantum, come la lingua italiana trascritta pari pari. Scrive Elsa di Milano:
Ho perso quasi del tutto interesse per quello che dicono le persone intorno a me, ho collezionato una delusione dopo l’altra con gli uomini e negli anni mi sono creata un circolo vizioso fatto di isolamento, che ad oggi si è rafforzato sempre più. Ho saputo ascoltare, mi sono data totalmente, convinta ogni volta che la persona in oggetto non avrebbe potuto deludermi. Non è stato così e ora sento quasi di odiare gli uomini. Facendomi un esame di coscienza devo ammettere di non essere una santa, ma in ogni caso c’è un abisso tra quello che ho dato e quello che ho ricevuto indietro. Anche il mio matrimonio è stato sbagliato, con una persona che a distanza si è rivelata unica in apatia e limitatezza. Ho chiuso e da otto anni a questa parte vivo con mio figlio. In questi anni ho fatto un sacco di sciocchezze e ho avuto una serie lunghissima di storie e con tutti dopo un po’ di tempo è venuto a mancare qualcosa. Rifiuto chiunque mi si avvicini senza offrire una possibilità … Sento la mia anima indurita e ogni volta chiudo un po’ la porta di ingresso alle nuove emozioni. Non provo attrazione fisica per nessuno (tranne che per te, sei l’unico al quale farei sesso orale a sfinimento). Tutto questo mi ha portato a stare da sola e la cosa di per sé ha avuto i suoi aspetti positivi perché mi ha permesso di riabilitarmi come madre e recuperare un buon rapporto con me stessa. Quindi, tutto sommato, mi piaccio e sono abbastanza orgogliosa di me che cresco autonomamente un figlio, che mi mantengo, che sono presente per una madre ora settantenne che da anni sopporta il travaglio della depressione. Ci sono momenti in cui tutto questo mi stanca enormemente ed è in quei momenti che sento il peso delle scelte sbagliate che ho sempre fatto con gli uomini. Dovrei lanciarmi in qualche nuova storia al solo scopo di non stare sola, o vivere l’amore come un destino? (spesso crudele). Per favore, dimmi cosa pensi. Sei una tra le poche persone meritevoli di ascolto, hai dato molto, sei un artista della vita e io ti adoro con tutta l’anima per questo (non ti sto leccando il culo … Sono sinceramente affascinata da te). Vorrei tanto incontrarti e guardarti e ascoltare la tua voce mentre mi insegni. Sappi che non sono né logorroica né appiccicosa e ti libereresti di me in ogni momento. Sarebbe un regalo per la vita se mi rispondessi tramite lettera. Sono un’eterna illusa e ti lascio un indirizzo e un numero di telefono. Grazie.
D’istinto, e riassumendo gli sproloqui finali, mi limiterei a commentare solo l’ultima riga («Che tu sia un’illusa è garantito al limone, e non ci piove che tendenzialmente sei anche un’illusa molesta») e passerei di getto alla prossima missiva. Tuttavia, a differenza degli uomini che hanno avuta a che fare con te finora perché a te quelli piacciono e quelli vuoi, controllo la mia voglia di infierire e ti rispondo proprio per tributarti quel rispetto di cui tu sei sprovvista per te stessa come tutte le donne che pensano che fare pompe a tradimento sia un dovere domestico come togliere il tappo a un lavello pieno di sciacquatura di piatti. Non si deprecherà mai abbastanza l’illusione che le persone di poco valore danno al valore catartico, megagalattico, extrasensoriale dell’altro, Amante Purificatore, Eterno, Perfetto, a noi Fedele nei Secoli: chiaro che, dopo ogni breve sogno di autoinganno, l’incubo, e spesso a due e anche a tre se c’è un figlio di mezzo, presenti il conto di tanto sognarsi addosso e si protragga magari per anni, e per tutta la vita se, per scacciarlo, non si trovi di meglio che fare un altro sognetto alla cazzo di cane come il precedente. E poi: come si può ancora ai nostri tempi, sebbene totale sia l’inganno ideologico sul concetto di progresso, scambiare l’attrazione sessuale (che pure è una gran cosa, un miracolo da cogliere al volo, il riposo insperato della solitudine e tutto l’ambaradan poetico degli ormoni in eruzione ma morta lì) con l’amore e l’attimo di esaltazione ineffabile e quasi immortale con la durata a due delle scadenze ultime dell’amore vero, ovvero le bollette luce acqua gas da pagare ogni strainculato mese di ogni strainculato anno d’amore che non finisce qui? Basta con questa illusione da fighetta squinternata (e mi riferisco soprattutto a quelle fighette che sono certi uomini oggi: se adesso che devo uscire per andare in Posta ne vedo un altro con le sopracciglia scolpite giuro che seduta stante sodomizzo a sangue la prima pensionata a tiro di sportello e divento anch’io un diversamente eterosessuale come tutti)! Basta col pensare che Qualcuno, malgrado sia solo un essere umano come noi per quanto Super Vip, discenda dal firmamento a cavallo di un Pegaso a riscattare la nostra meritata e perseguita pochezza non solo umana ma civile e, armato di tutto punto contro i mali del nostro piccolo e miserrimo mondo di depressi senza palle e di clitoridi ammuffiti, venga a salvarci dal mondo crudele che sta saccheggiando la nostra infinita bontà! E basta pretendere che un Risolutore Finale dotato di poteri magici, di una sovrumana capacità di inghiottire i rospi del nostro passato di Piccole Fiammiferaie ancorché bocchinare alla disperata e segaiole ditalinomani seriali, ci purifichi della nostra vigliaccheria e furbizia e malafede e superstizione e ambizioni sbagliate e voluttuosa ignoranza e pigrizia morale e spesso debiti, mutui, ipoteche e vizi vari e ci renda simili a Lui, campione di splendore immacolato nonché di prodezze erotiche e intellettuali ed economiche sempre rinnovate, insaziabili, vorticose nella cui spirale involarci e, da gran paracule quali siamo, vivere felici e contente alle sue spalle per sempre.
Suvvia, Elsa, adesso non prendertela con me, e nemmeno con altri… e un’altra cosa: sappi che l’unica carezza giusta da porgere quando qualcuno si piange addosso, si lamenta o recrimina è o mollargli un sonoro sberlone o, più diplomaticamente ma anche più perfidamente, girargli le spalle e lasciare si anneghi del tutto nel suo insipido doppio brodo di lacrime di coccodrillo.
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Oh donne di entrambi i sessi e rotolanti da un genere all’altro come tanto va di moda! Non vale dire che ogni lasciata è persa se al contempo non si dice che ogni lasciato veramente lasciato è tanto di guadagnato! Come dice Tza Tza Gábor in Come accalappiare un uomo, come tenerselo stretto e come scaricarlo, da me splendidamente tradotto e che tutte ma tutte tutti dovrebbero leggere, il marito ideale lo riconosci solo a divorzio avvenuto.
Non c’è niente di sbagliato nel prendersi e nel lasciarsi, e non capisco perché chiunque parli di “errore” allorché finisce una relazione e ci si lascia, soprattutto quando si definisce relazione una sveltina che ha sforato il tempo massimo indugiando su quel bidet senza erogazione d’acqua che è il divano nel tinello di fronte al televisore.
L’errore, che volentieri sfocia in un reato penalmente perseguibile ma mai perseguito, starebbe nel pretendere da chi lascia di sentirsi obbligato, con le buone e con le cattive, a restare insieme al lasciato – che è di fatto già “lasciato” anche se ancora sta per esserlo, poiché, se tuttora convivente sotto lo stesso tetto, è già stato espulso dal naturale sentire di chi lo lascia anche se lo lascia tuttora russare e scoreggiare accanto come in luna di miele. Ecco che il lasciato impone e instaura un rapporto tra una vittima e il suo carnefice tra quinte di cartone e lugubri fondali similgesso, e non gliene frega niente che all’originale bel belato a due si sia sostituito lo stridio monocorde e raggelante di una puntina che impazzita gira nello stesso solco di un disco rotto (roba da secolo scorso, lasciate perdere). Se due invece si lasciano e basta, non è successo niente di niente, anzi, quasi sempre capiscono che il potersi liberamente lasciare è stato il momento più memorabile, ed esaltante, del loro essersi incontrati e messi assieme. Sempre che i due nel frattempo non siano diventati più numerosi o che addirittura già in tre non siano partiti.
Scrive Marco di Cremona:
Intanto mi dica se è Sua la geniale idea di quel cuore al contrario, che tanto assomiglia a un deretano, in cui è racchiuso il Suo nome… io credo di sì (ma no, non è mia e non è nuova: che un cuore non sia altro che un culo ribaltato trafitto dalle iniziali del proprio ego lo sa anche un bambino che, frequentando il catechismo per avviarsi alla prima comunione, di quei cosi lì ne vede a bizzeffe nei santini con costati squartati e sanguinanti e cuoridigesù idealstilizzati colpiti da fulmini d’oro e pensa, “Toh, ha mangiato troppa soppressata e adesso gli pizzica tanto il culetto che gli si è ritirato in alto davanti… tutte quelle emorroidi giallo canarino… ecco da dove parte tutta la cacca e la bua!”, nda). Sarò molto dettagliato, nel darLe informazioni sul mio conto: sono un libero professionista, agente di commercio per la precisione, nonché proprietario nominale di un bar gestito unicamente dalla mia straordinaria madre (…). A 27 anni guadagno circa 1500-1800 euro al mese al netto delle tasse che fieramente pago fino all’ultimo centesimo e convivo da circa due anni con la mia ragazza di 24 anni e la sua bambina di 4 anni e mezzo senza nessuna intenzione di sposarmi, s’intende (non voglio coprire ruoli istituzionali di alcun genere e essere padre senza aver procreato è una soddisfazione che pochi saprebbero permettersi). Da tempo mi chiedo che cosa ne (ahi! questa non ci voleva! nda) resta di tutto l’amore che ho creduto di provare… all’inizio della mia storia (…). Sento la convivenza come un peso sento inequivocabile il desiderio, anzi, il bisogno di solitudine (…). Ma non riuscirei mai a sopportare di far loro del male, di abbandonarle, di lasciarle allo sbando di una vita che non sono pronte ad affrontare da sole né dal punto di vista economico (la mia ragazza fa la parrucchiera e guadagna 1000 euro al mese con gli assegni familiari) né da quello prettamente gestionale: io faccio la spesa, metto avanti la lavatrice, stendo la biancheria, cucino e io le ho insegnato a fare i mestieri (mi perdoni: l’ha forse trovata appesa a un ramo di sequoia nella parte più vergine dell’Amazzonia? faceva bigodini alle liane? e Lei che ci faceva là, she-bird watching? nda) facendo sempre la mia parte (…). So di avere tante cose da insegnare a entrambe a partire dai congiuntivi, e sono consapevole, ahimé, che senza di me sarebbero perdute – una per l’età infantile e l’altra per la totale mancanza di educazione e cultura del vivere di sé e grazie a sé senza contare su nessuno (mi riperdoni, sa, ma Le è andata ancora bene, una così già tanto che non si sia tirata dietro anche un paio di simpatici anaconda e, per l’appunto, delle liane per spostarsi da una stanza all’altra, nda). È mai possibile che la loro felicità dipenda dal mio malessere e che io debba, insomma, sopportare di deprimermi sempre più per vederle sorridere? Il che basterebbe e avanzerebbe se fossi innamorato come prima ma… lascio finire a Lei.
Quello che resta da fare a Lei è fuori da ogni possibile dubbio: dopo aver parlato chiaro alla madre e averla lasciata, com’è Suo inalienabile diritto che nessuno può permettersi di giudicare in un modo o nell’altro, deve contribuire sino almeno ai 18 anni al mantenimento e alla educazione della bambina, il che non è possibile senza che Lei provveda anche all’alloggio di entrambe, proprio come se foste una coppia normalmente sposata che divorzia e Lei fosse il padre naturale della bambina (sulla cui identità e domicilio anagrafico e stato civile non sto qui a spendere parole). Le parlo così perché ho molto senso pratico e perché, infine, il più gran privilegio è potersi addormentare ogni sera senza il terrore di avere causato insonnia a nessuno, manna che rende la vita non solo meno amara ma quasi dolce, e ci si guadagna in salute, in allegria, in spirito di avventura, per non dire poi quanto si lavori bene quando la mente non è gravata da tarli che scavano e scavano e scavano e fanno sempre un po’ di vuoto e di desolazione dietro a sé. Perché ferire a morte una bambina – che in Lei ora vedrà il padre tanto assente e agognato prima – significa dissanguare una stirpe a venire, la Sua compresa. Potrei porLe 10 domande, una delle quali, ad esempio, è se Lei sia stato mai certo che la donna in questione, probabilmente sola con figlioletta a carico e senza lavoro, anzi, diciamo pure senza arte né parte, da come la descrive, un’aliena e alienata, forse solo una straniera capitata a Suo tiro chissà dopo quali e quante traversie, beh, sì, mi chiedo se Lei, così attratto sessualmente da lei all’inizio tanto da tirarsela in casa e dando il via a una convivenza a tre, si sia mai chiesto se lei ha risposto al Suo amore d’uccello solo per disperazione, per rassegnazione, per un calcolo legato allo slancio di sopravvivere in qualche modo per far sì che potesse vivere con meno traumi almeno la piccolina. E un’altra cosa, preziosa nel Suo caso: Lei ha una grande madre. Abituata da dietro il bancone a vedere, senza darlo a vedere, il piccolo teatro della vita, niente e nessuno la spaventano, si figuri una bambina. Le parli a cuore aperto, le parli del Suo bene per la bambina: le ostesse, nella cui nobile stirpe si annovera la mia di madre, hanno qualcosa in più delle donne comuni, hanno il dono di capire da lontano le miserie del cliente attraverso la sua ordinazione e la ciarla sul tempo che fa. Cosa vuole che le importi che la bambina sia Sua o no? E’ comunque Sua, se Lei lo vorrà e quindi sarà anche sua come per incanto.
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Scrive Diana chissà da dove: i miei problemi amorosi attuali sono legati al peso, l’unico che mi piace e che mi si fila un po’, odia la mia pancetta, e mi abbandona quando… (periodo che ho riletto almeno quattro volte prima di afferrarne il senso, poiché una virgola messa male o superflua altera il senso del mondo e dà adito al caos sociale, dato che, prestando il fianco a interpretazioni arbitrarie, legittima la violenza dei crudeli in cerca di un cavillo; Diana intendeva scrivere, «I miei problemi amorosi attuali sono legati al peso; l’unico uomo che mi piace e che mi si fila un po’ odia la mia pancetta e mi abbandona quando…») metto su quei due, tre, quattro o non sia mai sei chili. Se sto a dieta per più di qualche settimana, però mi viene una certa depressione, e non mi va di fare niente neanche con uno bello come un dio. La saluto e la invito (chi? Avrà inteso scrivere, “e La invito”, se si riferiva a me) a casa mia a mangiare gallette di riso e alghe.
Diana
È scientificamente provato che chi non riesce a mettere ordine nella punteggiatura (che in sintassi e grammatica ben assimilate equivale alla prova del nove in matematica) non può mettere ordine nel proprio corpo, che dell’anima è l’anima e punto, il primo e fondamentale di ogni dieta, a punti o no.
Tuttavia, il problema del peso se lo fa Lei, istigata dal Suo ben strano amico: prima La prende come La trova trovandoLe forse delle qualità e poi accampa scuse perché non è come La vorrebbe quantitativamente; io un po’ di sovrappeso non lo vedo di intralcio a niente, fermo restando che se uno allarga la bocca solo per ingurgitare e diventa una donna cannone (di entrambi i sessi, nevvero), poi almeno non ci tedi con la lamentela che non trova la taglia, l’amante, il water giusto.
Sa che io sono uno specialista in diete e centri benessere in tutta Europa e che, come sono un teorico della cultura del lavoro, lo sono anche di quella dell’acqua? Ho iniziato a ridurre il cibo a fine anni ’80 se non volevo diventare come i miei fratelli di ben oltre 100 chili, epperò, esclusi gravi problemi di salute che di per sé ti danno la motivazione prima e ultima, non morire, è davvero difficile conservare nel tempo quella vanità di piacere a sé e agli altri sufficiente a farti continuare un regime alimentare rigoroso, unendolo al relativo e troppo facilmente consigliabile allenamento fisico per bruciare i grassi e accelerare il metabolismo. Guardi, oh mio sovrabbondante tesoro, il peso, come la sessualità, non dovrebbe essere causa di ansia e di stress da adeguamento ad alcun standard normativo, ma tante cose che non dovrebbero essere come sono invece lo sono, e l’ansia non nasce in esclusiva dentro di te, l’ansia la respiri intorno ed è impossibile respingerla, è perniciosa perché intangibile, fa parte del Dna del tessuto sociale, e spesso non è neppure possibile sincerarsi se l’ansia che provi è tua tua o l’assimilazione polmonare di quella che ti circonda.
A parte trasferirsi negli Emirati Arabi e mettersi scientemente all’ingrasso per compiacere uno sceicco all’antica prima che diventino tutti moderni e aspirino all’odalisca formato grissino anche i cammellieri più a portata di mano, morta, io Le consiglierei questo: Le va di mangiare e di non piacere (non dico in generale, ma a quel Suo amico particolare), accettando quindi la lieve punizione di non fare all’amore o di vederselo fare di malavoglia? allora mangi alla vataciao (alla speraindio, come una scrofa, ecco) e si diverta a scrostare l’intonaco delle scale e dei corridoi quando deve farsi forza tra gambotte e fiancotti e chiappone e avambraccioni per avanzare di un altro centimetro senza restare incastrata fino all’arrivo dei pompieri; Le va di piacere e di compiacere e di fare trionfalmente all’amore con questo Suo maniaco del momento? elimini pomodori patate legumi pane pasta sale zucchero e ovviamente dolci, si limiti a un tè al mattino seguito da due limoni mangiati con la buccia, a 50 grammi di riso in bianco o al massimo con basilico e un filo d’olio a pranzo e a un petto di pollo alla griglia a cena per 15 giorni ogni trimestre (può anche variare, di poco, e anche aumentare le quantità del doppio, basta sia sempre una sola pietanza per volta: cavolo, sogliola, tacchino, lattuga, carote), condisca il tutto con tre litri di acqua al dì, cammini a passo spedito mezz’ora sul ciglio della carreggiata dando confidenza agli sconosciuti, se ci riesce, panciuti e sudati e immondi come Lei, e ormai come me, e sarà un figurino e… si ritroverà triplicati gli angoscianti problemi dell’essere e dell’apparire, specialmente se il Suo avere non è un granché.
Le succederà come a me allorché ero 10 chili di meno, tonificato e sprezzante e simpatico e tintarellato come quel gran negraccione di Balotelli e di nuovo, solo secondo me, bellissimo a 50 forse ancor più che a 40: diventerà vanesia e inaccessibile, una Diana cacciatrice con quell’espressione da preda innocente tipica delle più incallite troie, e pienamente soddisfatta sessualmente della sua inedita e spocchiosa castità. Un po’ perché ora vuole far pagare al mondo intero i sacrifici della dieta, un po’ perché, raggiante di magrezza e armonia e astrale morbosità e altera disinvoltura come una Furia travestita da Cappuccetto Rosso, continuerà a dirsi: «Ma adesso, pur morendo dallo spasimo di darla, chi mai se la merita?», e se la terrà stretta stretta fino a che, a forza di mangiare a quattro ganasce dalla rabbia di essere tanto magra, tanto desiderabile per niente e per nessuno e tanto stronza per tutti, lupi cattivi compresi, non sarà diventata di nuovo un’esemplare signorina grandi forme, la reincarnazione di una fisarmonica ciclica con una dozzina di bomboloni alla crema pasticcera incorporati just in case.
Ri-tuttavia due sono i lati da considerare: a) «se a un uomo ci piace la donna»… si dica questa frase ad alta voce: non suona delizioso reperto di una maschilista e matusalemmica volgarità più attuale che mai? io ne ho sentita anche la variante, «se a un uomo le piace la donna»: non sente i denti digrignarLe in bocca dalla nausea e dalla libidine, cioè, da una nausea libidinosa?… ma cosa dicevo? ah, sì: se a un uomo piacciono le donne da cima a fondo, gli piace, più delle grandi labbra, la cellulite che gli sta intorno, b) mi dispiace, oggi non c’è il lato b, se no qui non la finiamo più. Ovviamente, anche l’essere grassa ha i suoi vantaggi sociosessuali, quello, ad esempio, di arrivare bivergine al matrimonio dopo cento amanti distratti e di bocca buona: sono così adorabili nella loro infondata certezza di aver centrato un buco che li lasci fare a piacere senza dover smettere di sgranocchiare alghe candite e gallette di riso – l’orgasmo va simulato comunque, soprattutto quella rara volta che lo provi: se non fingi, non ti credono.
I baci, però, che siano ipercalorici come i miei.
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