Il visto dell’Ansa
Pubblicato il 24 settembre 2010
Lette le mie disposizioni funerarie su Dagospia, mi chiama una giornalista dell’Ansa dicendomi che il direttore l’ha incaricata di intervistarmi. Dalle primissime domande sciocchissime (”Sta bene? Lei è ateo?”), capisco che farei meglio a chiuderla lì ma ormai è troppo tardi, è deficiente e donna, la mia pietà ne è già coinvolta, farò il possibile perché recuperi quel minimo di facoltà cerebromotoria che certamente deve aver avuto da bambina (”Perché, Le dispiace che sia più che mai in forma? Io sono anticlericale ed è quanto importa, il resto è triviale, come ogni interpretazione intimista di Dio sì o no”: non capisce, ribatto, le faccio notare quanto è subalterna alle gerarchie ecclesiastiche la stessa etichetta di “ateo” e che la prima battaglia di una coscienza anticlericale è fare piazza pulita dei suoi marchi linguistici, e meno capisce più è piccata). Siccome la tipa è proprio perduta alla radice, cercando di riportare la discussione nell’alveo politico che m’illudevo le competesse – poiché il mio è un testamento politico e non sentimentale -, accenno al religiosismo totalizzante che impesta il Paese e le faccio notare quello che è successo in una scuola elementare a Adro, nel bresciano, banchi e suppellettili (”e relativi cervelli in erba”, pausa: silenzio da ogni ansa della donna) marchiati col simbolo della Lega Nord, un atto di una violenza ideologica inaudita che da solo, in una nazione civile, dovrebbe portare alla resurrezione armata mamme e papà e al defenestramento del complice Ministro alla Pubblica Istruzione… e lei, “Ma di cosa sta parlando? Andro o che… cos’è che sarebbe successo?” Non credo alle mie orecchie, “Ma lei è davvero dell’Ansa o è uno scherzo da prete?” Pausa di risentimento, poi fa, “Mai sentito…”, “Ma come? Sono tre giorni che non si parla d’altro e Lei, che è lì all’Ansa…”, e lei, con voce offesissima, “Io sono dello Spettacolo e Cultura e che crede, mi faccio un mazzo così dieci ore al giorno! Mica posso sapere tutto!”, “Magari di tanto in tanto, però, potrebbe alzare la testa e togliersi il paraocchi”, ma continua a ragliare un disaccordo senza capo e tutto coda, e la saluto; l’indomani, letta l’ottima intervista fatta a se stessa e lo scempio parolaio fatto al mio pensiero, la chiamo e le consiglio di cambiare lavoro, assieme a quel suo direttore che le ha passato l’ordine di intervistare me, tanto spettacolare e addirittura un po’ anche culturale, neh. Jerez de la Frontera. Aldo Busi
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