Testamento di un venditore di collant

Pubblicato il 16 settembre 2010

Articolo a firma di Malcom Pagani uscito martedì 14 settembre su “Il Fatto Quotidiano”.

Un telefono, due squilli, la voce sanissima. Aldo Busi non sta morendo: “Il mio è solo un profondo atto politico teso a scongiurare funerali di Stato, feste indette dagli idioti sulla mia tomba, orrori che nel Paese in cui i leader politici imbandiscono oscene tavole e mausolei nelle loro stesse case, mi suonerebbero intollerabili”.

Sostiene Roberto D’Agostino, al princìpio di un pomeriggio non ancora autunnale in cui di estivo soffia solo la nostalgia, che la lettera testamentaria inviata da Aldo Busi al suo sito Dagospia, gli sembra “Bellissima, poetica, soave, colta. Una delle cose più commoventi che Aldo abbia mai scritto”.

E D’Agostino, che del cinismo ha fatto una coperta per ogni stagione, non si intenerisce facilmente. La missiva, nuda come si conviene a un 62enne che della giovinezza ricorda soltanto: “L’esaltazione psichica ed erotica, la rabbia, il desiderio di vendetta” e se pensa al passato, sente salire un fuoco “che morirà dentro di me”, balla tra la provocazione e l’addio anticipato, con toni lontani dal ricercato trivio di certi titoli choc di un recente ieri: Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo. Toni distanti dalle polemichette di retroguardia a uso televisivo tra palme e bambù, luci della ribalta e conduttrici esagitate in gara con i propri ospiti.

“Siccome temo che la mia volontà venga distorta, fosse pure involontariamente, desidero rendere pubblico il mio pensiero sul trattamento funerario del mio cadavere “. Seguono 50 righe ironiche e dolenti, eccessive e deliranti, commistione di linguaggio burocratico e lampi inventivi che spiazzano, facendo correre il pensiero alla morte vera. Quella che non lascia tempo, ma solo rimpianto.

Non siamo nel terreno di Dragadze e Pasolini e neanche in quello più prosaico della dottoressa Tirone e Renato Guttuso. Oltre, qui si va oltre. Nella riflessione sui mutamenti della modernità e dei mezzi mediatici disposti ad accogliere il messaggio, D’Agostino è il suo improvvisato notaio e il Web la piattaforma su cui sperimentare liberi, in azzardo sul ciglio del filo che collega pensiero e parola.

“Desidero essere cremato tre giorni dopo la mia morte: dopo una vita apparente, mi mancherebbe solo una morte apparente per sbroccare del tutto; anche se a tale riguardo e procedura non ho provveduto in anticipo, dati i continui spostamenti da un posto all’altro, penso non sia di troppo disturbo far prelevare il mio cadavere e destinarlo al più vicino forno crematorio. Avrei preferito una fossa comune in un terreno neutro senza lapidi né contrassegni idolatrici di sorta, ma purtroppo non c’è”.

E non essendoci, va da sé, nella democrazia dell’addio, anche il sedicente: “Più grande scrittore italiano” è uguale agli altri, a tutti gli altri. Polvere. “‘Io non volo in cielo’o altrove né ‘riposo’ come un comune animale umano, una volta morto, sono morto e basta”. Aldo Busi è da sempre una nebulosa. Linguaggio alto, modelli elevati, ipervalutazione della propria opera, talento spesso dissipato in rissa e chiacchiericci, improvvisi eremitaggi gonfi di alterità, disprezzo e indiscusso coraggio.

Letterati messi in un angolo: “Per Seminario sulla gioventù Roberto Calasso mi diede un anticipo di 800 mila lire, un furto. L’avevo scritto per 14 volte e altrettante bruciato, perché sono un piromane”.

Quindi esistenza ritirata: “Esco in media una volta ogni tre settimane, non ho amici né amanti, fissi o passeggeri che siano”, dichiarazioni di onestà “perché tiene alla larga gli scocciatori” e ultime volontà in linea con i predetti caposaldi: “Il cadavere non subisce trasporti, nel senso che se muoio in un ospedale in Italia la partenza verso il forno crematorio più vicino parte da lì e le ceneri vengono versate seduta stante nel contenitore più a tiro, senza dover subire il ridicolo rito della “dispersione” in un dato luogo “della memoria” (mi sono tutti indifferenti, dalla roggia sotto casa alla prima ansa di autostrada al sacco della raccolta carta, visto che, tignose, perdureranno parecchie cellule di cellulosa anche a combustione sopravvenuta); stessa cosa vale se muoio all’estero, mi si lasci dove vengo, eventualmente, trovato, dato il ribrezzo che mi fa la sola parola “traslazione”, e lì si proceda nel migliore e possibile dei modi, pira o coccodrilli o ghiottonerie per cannibali secondo i costumi locali, basta non mi si compia attorno alcun tipo di rito di alcuna sorta (…)”.

E poi ancora: “Non ci sarà, va da sé, alcuna funzione religiosa né veglia né esposizione pubblica delle spoglie, la gente se ne stia a casa propria evitando di sporcarmi in giro almeno stavolta, grazie. Non voglio in alcun modo che ci sia in alcun luogo, e tanto meno a Montichiari, una lapide nemmeno simbolica dove possano adunarsi i soliti fanatici dell’omaggio postumo, lasciando magari letterine con pretese letterarie. Spero non si osi in alcun luogo mai usare una strada per fregiarsi dell’immeritato onore di averla dedicata al mio nome”.

In coda, l’ultimo vezzo. Lo sberleffo che ribalta le convenzioni, attenua la rabbia, confonde le carte perché con Busi, sia chiaro, le distribuisce lui. Un post scriptum cha abbraccia l’addio di Pavese: “I pettegolezzi verranno forniti a par te” e nulla più. Così, rosi dal dubbio, con i siti di informazione che giocano con la notizia senza saperle dare forma, ci mettiamo in collegamento con il naufrago che non ha ancora reciso i fili con l’universo.

“È bello stare al mondo e non è triste neanche lasciarlo, ma siccome sono stato e ancora sono, la più bella intelligenza italiana degli ultimi due secoli, merito rispetto, soprattutto postumo e desidero mi venga risparmiato il dolore peloso del prete davanti al feretro, l’ipocrisia di regime, il falso di fronte al vero”.

Quindi vento, silenzio, superficie sconsacrata: “Ma anche questo termine è ingannevole e orrendo, meglio neutra “e addio comunque rimandato, perché l’immortalità è parte della boutade, l’eternità una certezza letta attraverso le (sue) pagine e senza tesi, antitesi e confutazione, chissà dove saremmo noi e chi sarebbe Busi: “Sopravviverò anche all’Atomica iraniana, ma chiarirmi con il dovuto anticipo, era doveroso”. La terra, naturalmente, sia lieve a tutti gli altri.

Malcolm Pagani


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