Aldo Busi: lo Scrittore e il Principe
Pubblicato il 05 settembre 2010
Pubblichiamo un’intervista a Aldo Busi a cura di Flavio Marcolini apparsa su BresciaOggi il 4 settembre 2010.
Con la consueta verve polemica, spara a zero sul mondo dell’editoria e sul governo: «La situazione attuale è davvero desolante»
Scrittore di punta della Mondadori (sarà il primo a vedere tutta la sua produzione riversata in e-book), Aldo Busi interviene sulla polemica di carta che imperversa sulla stampa della provincia italiana in questa fine estate, tornata ad essere calda per ben altri motivi.
Lo incontriamo nella cucina della sua casa di Montichiari per chiedergli una riflessione sul rapporto fra il potere politico, lo stato dell’editoria e la responsabilità degli scrittori nel nostro Paese, partendo dalla recente approvazione della legge che consente a questa casa editrice di sanare, pagando una cifra irrisoria, le pendenze fiscali pregresse.
Con una qurantina di opere in catalogo e oltre quattro milioni di copie vendute, il suo è un nome redditizio per le edizioni di Segrate, alle quali è legato da venticinque anni di solida e proficua collaborazione. Ma lui se ne infischia di queste cifre ragguardevoli, pensando piuttosto ad una posterità che ha cercato strenuamente di anticipare per tutta la vita: «La mia letteratura non è scritta solo per vendere, ma per creare una coscienza nel paese, una coscienza ben al di là da venire».
«Io non scrivo più dal 2002 e non intendo per nessuna ragione riprendere – assicura -. Se mi riguarda personalmente assai poco come scrittore, questa legge “ad aziendam” mi riguarda del tutto però come cittadino e pertanto mi avvilisce come ogni altra “ad personam”. Penso che Berlusconi politico, con l’abnorme fetta d’Italia che rappresenta, costituisca a pieno titolo a livello istituzionale la legittimazione della sindrome da anti-Stato che è racchiusa nel Dna dell’italiano medio. Ma io non usufruisco, nemmeno ora, di alcun minimo privilegio in questo senso, me ne sto lontano scientemente da lui e da quelli come lui in modo netto ed esatto, ben sapendo che l’unico possibile risultato sarebbe essere infettato con una protezione non richiesta. Io non sono ancillare né alla Mondadori né a Berlusconi né ad alcun altro ente, partito, potere mediatico, chiesa, e se non lo sono stato prima, quando facevo la fame, non vedo perché mai dovrei diventarlo ora, ora che, oltretutto, la mia meravigliosa e inutilizzata opera è stata scritta del tutto».
«Se cercaste nelle librerie della penisola uno a caso fra le decine di miei titoli pubblicati negli Oscar – informa Busi – avreste qualche difficoltà a trovarlo. I librai non ne tengono che poche copie e i lettori che li richiedono spesso devono aspettare mesi prima di averli, per cui preferiscono rivolgersi alle biblioteche pubbliche, un po’ come accade per “La montagna incantata” di Thomas Mann o “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust, capolavori dei quali in un anno si venderanno in Italia tre o quattro copie».
Lo scrittore argomenta con orgoglio tutta la propria distanza estetica, quindi politica, da Berlusconi: «Io non scrivo per Mondadori, io pubblico da Mondadori. Nel piatto di Berlusconi non mangio e non ho mai mangiato, ma non posso evitare che sia lui a mangiare nel mio. E anche chi non mi legge ma mi ha visto lavorare in televisione, dovrà ammettere che il suo testo in testa a me non lo mette nessuno e per nessuna cifra mai».
Il mondo dell’editoria lui lo conosce a menadito per essere stato non solo autorevole consulente in diversi appuntamenti internazionali, scoprendo narratori di un certo rilievo, ma anche direttore della collana «I classici classici» della Frassinelli che ha fatto conoscere ad almeno due generazioni di lettori «le grandi opere letterarie del passato, altrimenti introvabili o illeggibili in un italiano corrente».
«Detenendo quasi il 40% del mercato italiano – afferma – Berlusconi controlla oggi praticamente tutto quello che gli interessa e che conta in questo settore. E’ riuscito laddove altri hanno fallito. Ha acquisito Einaudi, lasciando ai loro posti – e quindi comprandosi – gli intellettuali cresciuti alla scuola dei maestri del dopoguerra e ora divenuti valletti di corte ricattabili come veline qualsiasi. Ha assunto il ruolo di direzione culturale, se si può dir così, della nazione, con una abilità che neanche Arnoldo Mondadori nel ventennio fascista aveva dimostrato, costretto com’era a reggersi economicamente sul monopolio che gli era garantito dal regime nell’ambito della sola editoria scolastica».
«Io credo che uno scrittore debba avere anche un potere contrattuale e io il mio me lo sono costruito tutto da solo, da quando, nel 1984, ho firmato per 800 mila lire lorde di allora il primo contratto per “Seminario sulla gioventù” con Roberto Calasso dell’Adelphi. Per quel libro non ci fu nessun battage pubblicitario sulla stampa. Una mia intervista a “L’Espresso”, tutta contro la triade “Dio patria e famiglia” che impera da sempre in Italia, bastò per isolarmi e convincere l’editore ad organizzare per il lancio solo una cena fra pochi intimi lettori, che fra l’altro sto ancora aspettando vengano raccolti. Quando il romanzo uscì, io ne avevo nel cassetto già altri tre e, venendo a sapere che all’Adelphi avevano intenzione di pubblicare il secondo solo dopo due anni, passai alla Mondadori, restando negli anni legato e riconoscente alla competenza, capacità e professionalità di un personale che non ha eguali in Italia, a partire dall’attuale amministratore delegato Maurizio Costa per finire alle ultime maestranze».
Un personale, per Busi, «di serietà incomparabile a quello della compagine governativa. Provi ad immaginare se gli uomini che il premier ha con sé al governo fossero i dirigenti della casa editrice: la Mondadori sarebbe già fallita da un pezzo e le creature che Berlusconi si tira dietro in politica a Segrate al massimo le userebbero per fare i sirenetti nel laghetto delle carpe».
Anche se negli ultimi tempi lo scrittore nota qualche segnale di cedimento. «Fino a dieci anni fa ero di casa a Segrate, ora mi sento sempre più estraneo. Vi si respira un clima di decadenza lavorativa, copertine rosseggianti, nessuna comunicazione fra la distribuzione e le librerie, titoli assenti dagli scaffali, centinaia di aspiranti acquirenti che protestano. Nell’attesa che il mio contratto forfettario per titoli pregressi scada nel gennaio 2014, non riesco a far capire ai dirigenti che devono interessarsi di più anche a questi aspetti materiali e al catalogo, non solo agli instant book. Come se i miei romanzi non fossero delle novità assolute per i secoli a venire! Non hanno tempo evidentemente per una interlocuzione, non solo intellettuale ma anche commerciale, con me, per esempio sulla qualità del lavoro svolto, sulla grafica e sul paratesto dei volumi, sulla sparizione delle mie opere che figurano in catalogo ma non nelle librerie, quasi le tenessero inerti e inutilizzati ostaggi nei loro magazzini. E così finiscono per onorare sì il contratto, ma disonorando me che non sono messo in grado di andare almeno in pari vendendo i miei libri».
Della sua inossidabile indipendenza Aldo Busi ha fatto da sempre uno stile inconfondibile: «Non sono stato né sono né mai sarò ricattabile da alcuno sotto nessun profilo. Non ho mai sollecitato nessuna recensione né intervista né protezione né prebenda statale, a nessuno. Non mi sono mai servito per promuovere la mia opera della televisione, uno strumento che conosco e so utilizzare peraltro molto bene se altrettanto bene mi pagano, per esempio portando sullo schermo per anni i grandi classici della letteratura di ogni tempo e paese, com’è accaduto con la trasmissione “Amici Libri” a Canale 5, o raccontando su Rai Due a donne e uomini di cultura medio-bassa (come i naufraghi, la presentatrice, gli autori e i telespettatori dell’ultima edizione dell’”Isola dei famosi”) la bellezza e l’importanza della passione per la lettura e per una lingua italiana non tribale. Sono televisioni, Mediaset e la Rai, che appaiono oggi indistinguibili nella piattezza dei loro programmi, sempre più interrotti dalle inserzioni pubblicitarie che ultimamente sulle televisioni di stato sono persino più ingombranti che su quelle private».
Ne ha poi anche per la carta stampata: «La situazione è desolante. Il Corriere della Sera ormai ha più soci che lettori e a Repubblica sono giunti al punto di sostituire Baricco con Saviano solo perché Moccia era già impegnato altrove».
Volgendo uno sguardo al panorama internazionale, Busi non avverte la presenza di scrittori degni di nota né vede giovani in grado di provare a continuare il suo lavoro. «In questi giorni sto rileggendo l’”Iliade” e l’”Odissea” di Omero, due grandi poemi considerabili un unico grande romanzo fondativo per la civiltà occidentale, certamente superiore all’insieme dei libri raccolti nella Bibbia: per me o uno scrittore è Omero o Busi o non è niente».
«Sul piano politico – osserva – trovo di grande attualità il messaggio contenuto nei trattati di Vittorio Alfieri “Della tirannide” e “Del principe e delle lettere”. Come consiglia l’astigiano, l’unica salvezza della libertà dello scrittore è non avere per alcuna ragione avere a che fare con il principe, ma certo lui non poteva immaginare che ci sarebbe stata un’epoca in cui il principe sarebbe stato anche l’unico editore del regno. Basta sostituire il sostantivo “premier” a “principe” perché quei saggi stigmatizzino proprio la situazione odierna in Italia. Più arduo è invece affrontare il pamphlet “Dei delitti e delle pene”, di un Cesare Beccaria che per lingua e interpretazione concettuale risulta assai oscuro e complesso per il lettore comune dei nostri giorni».
«Quello che ci resta da leggere – per Busi – sono quei due o tre libri dell’Illuminismo, un’epoca che in realtà l’Italia deve ancora attraversare ideologicamente, subalterni come siamo da sempre allo strapotere clericale in tutte le sue forme e diramazioni».
Sul suo futuro è di una icasticità disarmante: «Se avessi un romanzo da consegnare a qualche stampatore, potrei riassumere catullianamente, “né con la Mondadori né senza la Mondadori”. Né con la Mondadori perché il suo editore-premier Berlusconi è la negazione fattasi persona del senso e del destino e della speranza della mia opera in questo paese, né senza la Mondadori perché da un punto di vista della correttezza economica (non da ora, bensì dal lontano 1985) e della competenza dei suoi editor, migliore casa editrice in Italia non c’è».
«Ma non scrivo più – conclude Aldo Busi -. E non scriverò più perché non voglio dare l’ennesimo capolavoro a un paese e a un editore, chiunque esso sia, che non saprebbe cosa farsene».
Flavio Marcolini
1 Response to Aldo Busi: lo Scrittore e il Principe
Adesso poi che vanno di moda i blog dove chiunque può cimentarsi nella scrittura ( il taglio quando va bene è alla Moccia o alla Fabio Volo, li ho leggucchiati oggi a fare la spesa 2 prime pagine ciascuno) ci sono tanti che pensano di star leggendo qualcosa perchè passano ore e ore su internet con questa roba.
Figuriamoci chi cerca più l’Odissea, libro che andrebbe proposto anche ai più piccoli nelle edizioni adatte alla loro età.
Forse l’intento del sistema attuale è proprio questo, appiattire tutto ad un livello base dove chi legge e chi scrive fruisce dello stesso gergo linguistico sentimentaloide.
Scusate se alle volte i miei interventi non sono molto curati ma non sempre ho tempo per scriverli meglio (rileggendone alcuni mi sono accorta che non sempre sono a tema).