Discariche di coscienza: un inedito di Aldo Busi

Pubblicato il 25 agosto 2010

Si rallegrino quanti sono in attesa di un nuovo libro o almeno di un nuovo sms di Aldo Busi. Qui sotto presentiamo loro niente meno che un suo inedito, una chicca talmente speciale da essere nuova all’indietro. Si tratta infatti di un passaggio del romanzo Vendita galline km 2, pubblicato da Mondadori nel 1993. Perché definirlo inedito? Primo, perché contiene una descrizione dell’Italia com’è attualmente in ambito politico e dunque di rapporti umani. Secondo, perché avendo fatto Mondadori poco o niente per valorizzare questo come altri titoli busiani, “Vendita galline km 2″ ha in effetti i requisiti per candidarsi con successo al titolo di Strenna di Ritorno del 2010.

Ricordiamo che nel romanzo a raccontare in prima persona è il personaggio di Delfina Unno Pastalunghi, la “morta che parla”.

“È terribilmente snob credere che solo i poveri e i falliti godano di una coscienza sporca, risultato della meschinità umana quando, congiunta all’iniziativa privata, non dà i risultati sperati: una coscienza sporca ce l’hanno anche i ricchi e i riusciti che dal cavabile hanno cavato anche il superfluo, con la differenza che in questi ultimi la coscienza sporca è meno alambiccata perché, almeno, valeva la pena di sporcarsela. Essi hanno rubato e ammazzato e frodato il fisco e manipolato le istituzioni e minato la salute degli operai a fini privati, ma almeno il bottino è stato congruo: la coscienza sporca, quando si ha successo nella vita, è la coscienza stessa di una casta, di una classe dirigente, di un gruppo di potere oligarchico, di un partito egemone e, ripulita e centrifugata e ben stirata con ‘C’est la vie!’, si avvia a diventare la coscienza storica e immacolata di un intero Paese ignaro di averla avuta.

Quando uno ha vinto, dalla coscienza sporca niente risalta più per un suo particolare sporco, anzi, chiamandolo fato, destino o teoria della vittima sacrificale (la morte di qualcuno per la sopravvivenza di molti, teoria su cui si reggerebbero le sorti del mondo reale, cioè sociale, cioè tribale come sempre), lo sporco si candeggia di necessità trascendentale. Tutto il cattolicesimo tira verso lì e duemila anni tirano tutto, fino a spostare la verità stessa nell’angusto anfratto del capitalismo irreale e del socialismo reale. Per questo è così difficile riconoscere la coscienza sporca nei vincitori, metterla a verbale e poi con le spalle al muro e fucilarla con tutti gli onori sulla pubblica piazza o sugli altari: la pubblica piazza son lor vincitori, e loro è il tempio eretto in mezzo, loro il patibolo destinato a tutti gli altri. Chi legifera, non è passibile di delinquere.

I vinti e i reietti e i trombati in generale si affannano a negare di avere la coscienza sporca (tipica reazione dei vinti, che non sono affatto migliori dei vincitori, anzi, spesso sono stati costretti a non essere peggiori proprio perché non ne occupano il posto che gli è stato soffiato) e si smascherano da sé a forza di professare una coscienza pulita (impossibile che sia pulita, data la sostanza miseranda del loro status di vinti), tormentati come sono dalla constatazione che nemmeno dall’uso e abuso di poteri e ipocrisie e malversazioni e da ogni possibile nefandezza è venuto il riscatto economico e sociale e politico e storico la cui prospettiva a posteriori indora di luce e verità e necessità e senso dello Stato e umanità e magnanimità e santità gli stessi crimini se sono andati a segno; i ricchi e i potenti, i vincitori, godono invece pienamente del tesoro che del crimine hanno saputo fare e possono integrare la loro coscienza sporca nei sani principi e buone azioni a venire del loro comunque luminoso passaggio sulla Terra prima di assurgere in Cielo.

Quando la coscienza sporca dei vincitori ha un rigurgito di coscienza – per quanto raro -, essi non vanno a autodenunciarsi alla polizia e non subiscono un processo, vanno dal confessore o dall’analista o dalle Dame di San Vincenzo, e morta lì anche stavolta.”

(Aldo Busi, Vendita galline km 2, Mondadori, Milano 2009, pp. 274-275)


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