La Valeri fa novanta
Pubblicato il 19 luglio 2010
Poiché oggi compie novant’anni l’attrice Franca Valeri, siamo lieti di pubblicare qui di seguito alcuni passaggi dell’intervista che le fece Aldo Busi nel 2001, poi raccolta nel volume Sentire le donne (Bompiani).
Le due e ventiquattro minuti ai piedi della scala di una palazzina in un quartiere residenziale di Roma che si sforza di apparire ginevrino e è cairota cartaccia dopo cartaccia e rovo polveroso dopo ringhiera rugginosa ai lati della strada; auto di modesta cilindrata e paraistituzionali carrozzerie di marcantoni in giacca e cravatta con impenetrabili occhiali a specchio che sembrano tutti guardie del corpo di chissà chi, altezzosi e vuoti come vani, ministeriali senza esserlo e forse, peggio, essendolo; e anche qui ricordini di cani a non finire, e a volte di sghimbescio ma in fila indiana come tante briciolone di Pollicino seminate per poi far ritrovare la strada del ritorno ai loro senili padroni abbandonati da tutti i loro cari umani; fra ieri e oggi ne avrò pestati un tre, uno in via Veneto, uno a piazza Navona, uno a piazza di Spagna, e mi sono detto no, a questo punto ai giardini di Villa Borghese posso fare anche a meno di andarci; e uno scirocco, immobile quanto sinuosamente perfido nel cielo fermo e bigio, che mi ha già impregnato i vestiti di una sudorazione melensa, da pellegrino avanti e indré da mezz’ora per non essere troppo in trafelato anticipo sulla visita alla signorina Snob.
La Signora abita a pianoterra appena in cima ai gradini davanti a me, è piegata di schiena nel giardinetto su uno sfondi di begonie rosa e sembra assorta in un furioso eppur meticoloso bricolage dell’ultimo minuto. “Ah! Pollice verde, eh? Sempre nel segno di Venere, lei?” esclamo giubilante piombandole a razzo da dietro la porta ferrata.
“Oddio, eccheè?” grida, quasi, spaventata e dando un colpo in avanti come se stesse franando a faccia in giù. “Ah, è già qui? Mi ha spaventata a morte. E non si ride quando una donna traballa, sa?” mi fa Franca Valeri recuperando l’equilibrio e sollevando agilmente il busto da terra con una cosa gialliccia non meglio specificata nella mano destra, che istintivamente mi tende e altrettanto istintivamente ritrae. “Oh, che sbadata, ho rischiato di portarle fortuna”, e subito, cacciando giù vuoi una risata vuoi un senso di raccapriccio, penso: un sacco di fortuna risparmiato, proprio un sacco.
La Signora, elegantemente occhialuta, ben coiffée, molto perbene in un tailleur di pura seta color crema decantata e doppio giro di collana di pietre dure e, mio Dio, con un solo guanto calzato, lattiginoso, di plastica direi a colpo d’occhio, in tutto e per tutto di tipo ginecologico che recentemente un buontempone di urologo ha usato su di me per tastarmi la prostata, “eccellente come una banana in frigo, maestro”, be’, la signora Valeri non è sola, è con un delizioso cagnolino bianco a chiazze rosse dal musetto tutto suo, curioso, incarognito a puntino per dovere di scena, ecco, stessi occhioni grandi e ironici, gli manca solo la famosa frangetta e se gli inforchi un paio di lenti, poi, è la versione lombrosiana della sua ottantenne padroncina, e la mano guantata della signorina Snob regge… sì, regge uno stronzo ton-sur-ton con la pelliccia del cane ma sproporzionato, a occhio e croce, al suo pancino, sembra più un menhir da passeggio deposto da Godzilla dopo aver cenato in Belgio a base di pollo, Coca-Cola e diossina, e inoltre è la prima volta che vedo uno stronzo così, a forma di parallelepipedo con gli angoli neppure troppo smussati, e deve essere duro ma duro tanto.
“Sa, l’età, è un po’ incontinente il mio Aroldo, Roro Terzo, per gli amici, e io gli corro dietro a raccogliere i misfatti, io raccolgo sempre tutto, nevvero, guanto e paletta e sacchettino sempre con me in borsetta, del resto oggi è sabato, anch’io mi godo il fine settimana, due passi fuori, all’aria aperta…” – saranno dieci metri di verdino risicato in tutto – “Ho anche un cane lupo nella mia casa di campagna sul lago di Bracciano, sa, e due gatti che invece ho rinchiuso di là in bagno e tantissimi giovani cantanti d’opera che mi vengono a trovare, l’opera è da sempre la mia passione, il festival di Spoleto, il concorso per voci liriche, mio marito, adoro gli animali, ogni tanto esco a cena con Giuseppe Patroni Griffi, il mio più caro compagno, se no apro un minestrone Findus, sì, ho una vecchia donna per le pulizie, poi una ragazza che mi fa da autista perché non ho la patente, e il contadino che mi tiene la casa in campagna, un sacco di verdura, già pulita e lavata, nevvero, pronta da buttare in pentola o meglio nella pattumiera, perché io mangio come un fringuello, e un sacco di stipendi da pagare a fine mese… per una donna della mia età non è così semplice, avrò sì e no un miliardo se vendo tutto, sono una spendacciona, non mi faccio mancare niente, grandi alberghi eccetera, e mi piace vestire come si deve, oh, queste donne sciatte del giorno d’oggi, così volgari, tutto fuori sopra e sotto come tanti scaffali, ma non c’è alcuna proporzione fra quanto ho lavorato e quanto ho guadagnato… E i teatri, ah, avere i teatri oggi è quasi impossibile senza appoggi politici! E io non ne ho mai avuti. Sì, ogni tanto, alle cene incontravo un politico che mi diceva: ‘Oh, se mai posso fare qualcosa per l’arte non ha che da sollevare il telefono’ e qualche volta l’ho anche fatto, e mi dicevano con grande enfasi: ‘Oh, mia cara, che piacere!’, e morta lì l’arte vista con gli occhi del politico. Lo scorso anno sono potuta ritornare alla Pergola di Firenze dopo vent’anni, un trionfo a tutto esaurito durato una settimana, e adesso è di nuovo un terno trovare un teatro di pari capienza e disponibilità. Negli altri paesi a un’attrice come me darebbero un teatro tutto suo, qui in Italia neanche una cantina.”
Prende lo stronzo di Roro Terzo e lo deposita in una specie di urna di peltro con fregi di lauro, occultata fra le striminzite begonie in fiore, con sul coperchio SPQR in rilievo. “Prego, prego” e mi fa strada in un salotto-bomboniera pieno di belle porcellane francesi e alcuni quadri di grande gusto, e subito squilla il telefono, sbuffa civettuola, “Mi scusi… Pronto? Ah, ciao, Palmira… no, sto lavorando… ah, è finita la guerra? Ed è ufficiale? Ah, volevi dire che la Brigida s’è messa col tenente colonnello? Questa poi! Ma se si odiavano tanto! Ah, lui la pela! S’è fatto fare pure la delega per ritirargliela lui la pensione!”, copre il ricevitore con il palmo della curatissima manina e sottovoce mi fa. “Una mia amica del cinema… oh, del cinema muto, nevvero… s’è messa con un ufficiale della Finanza che le faceva la guerra… Sì, Palmira, aspetta un attimo, adesso non posso scendere in dettagli, sì, gli ho dato sia la supposta astringente che il bicarbonato, niente da fare, non sono sola… ah, tu hai dato un quarto di pastiglia di Viagra alla tua Adalgisa per toglierle un po’ della malattia del sonno… sì, infatti sento che sta cercando di abbaiare… non devi pizzicarla per farle fare bella figura con me… no, sì, no, sì, sono con un giovanotto… non di primo pelo, nevvero… che… che… ma che fa, scusi, lei?” e io, soffiando, “Non sente che afa? Mica si scandalizzerà, vero? Si tolga qualcosa anche lei… fra di noi…” e mi sono tolto la camicia e la canottiera e mi distendo accanto a lei sul divano, anche per farmi amico del cane spostandolo dalle mie scarpe con suprema delicatezza animalista. Ma la Signora salta su permalosa, “Ma, dico, un po’ di ritegno!” e io, “Ma signora, le giuro che io non… che io non intendevo aff…”, “No, lei non ha ritegno, e non mi guardi come se fossi stata io, lo ammetta! Cara, ti richiamo, qui tira vento… sono in una situazione, cara, ma in una di quelle situazioni… E sono sola!” dice fissandomi con disdegno atterrito, e nel dire così mi discosto più che posso da lei per farle capire che non ho né cattive né, nel suo caso, buone intenzioni e butto lo sguardo sull’orologio, ho il quadrante girato verso il palmo della mano, lo rigiro verso di me e con la destra, non so come succedono certi inconvenienti, con il gancetto del cinturino mi incaglio nel pirolino della zip e questa mi scende del tutto fino in fondo al cavallo e la Signora, sgranando gli occhioni e forse anche le lenti, scosta un centimetro la cornetta dall’orecchio e con voce sorda ma vibrante e incenerendomi con uno sguardo da preziosa mi fa: “E adesso che crede di potersi tirare fuori? Oh, cara, no, è che sono qui con uno… uno… scrittore? Sì, uno scrittore a torso nudo e la patta a… no, non è malaccio… oh, ha i suoi anni, volpi argentate fino all’ombelico, nevvero… molto particolare, nevvero, però sembra pulito. Attento ai peli di gatto, lei, con quei suoi pantaloni bianchi… sempre che davvero non si tolga anche quelli… Guardi però che nel caso chiamerò il centotredici, l’avverto. No, cara, non hai assolutamente bisogno di venire a darmi manforte, me la cavo da sola. E’ inutile che insisti. Come te lo devo dire? Deve intervistare me, non te! Addio.”
(…)
Mi rivesto, faccio una carezza al cane, abbraccio lei, le do molti bacini sulla cipria delle tempie e ritornando sui miei passi e fra i ricordi miei e dei cani qui sul marciapiede mi viene in mente quella volta di un paio d’anni fa: ero all’aeroporto di Linate in attesa di un volo per Roma e Franca Valeri, minuta, composta, come chiusa in se stessa, un po’ tremolante per via dell’Alzheimer e senza alcuna voglia di guardarsi attorno e con poca anche di quella di guardare davanti a sé, avanzava a testa alta reggendo una specie di valigetta o cappelliera in una mano e una borsa nell’altra, e io ho pensato a una pendolare che va a guadagnarsi il pane, a una donna che lavora sodo, a una senza ghiribizzi d’artista e da primadonna, a una nomade della sublime guitteria o inclinazione a far ridere gli altri diventando tu sempre un po’ assente, rassegnato, spaventato, malinconico, gentile con qualunque estraneo, un cerbero con te stesso. Mattatore sulla scena; spettatore nella vita. Con gli altri, qui; con te, altrove.
Noi comici siamo tutti uguali.
(Aldo Busi, Sentire le donne, Bompiani, Milano 2008, pp.381-390)
2 responses to La Valeri fa novanta
Bellissimo ritratto di una delle ultime grandi attrici italiane del ‘900 (sebbene l’età della Valeri non le sia per niente d’impaccio vista la vivacità con la quale affronta tutt’ora, stagione dopo stagione, il palcoscenico).
Però forse Busi ha commesso una imprecisione parlando di “Alzheimer” a proposito del suo essere tremolante… magari è solo un pò di Parkinson.
Ho avuto il piacere di vederla e ascoltarla dal vivo lo scorso aprile a Pescara, nel corso di un convegno su Flaiano, del quale ricordava le avances giovanili; posso confermarne la vivacità, appena appannata da un tremolìo parkinsoniano.
Buon compleanno, Gentildonna!