Un valido argomento contro la legge anti-intercettazioni

Pubblicato il 15 luglio 2010

Riceviamo da Aldo Busi il seguente sms, sulla cui importanza ci permettiamo di attirare l’attenzione, visto che in Italia nessuno, nemmeno lo yuppie più cinico e scaltrito, ha mai pensato al tornaconto economico come a un argomento da far valere in difesa della libertà d’informazione. Bisogna ammettere che al momento (che è poi il tempo che ci interessa) questo è davvero l’unico argomento che potrebbe spingere gli attuali legislatori a ricredersi sulla convenienza - una volta si diceva: sulla legalità – della legge anti-intercettazioni. Antiretorico come sempre, Busi non si appella a una libertà di stampa ormai fantomatica e si mette nei panni di un capitalismo di Destra che ha tutto da perdere, sul piano dei profitti (e non solo di quelli…), dall’estinguersi della concorrenza sul mercato dell’informazione. Qualunque riflessione sulla libertà e sulla democrazia che non passi attraverso una consapevolezza di questo tipo, per dolorosa che risulti, è una regressione, non fa presa. E, soprattutto, non interessa.

La legge-bavaglio comporta innanzitutto la morte economica dei giornali, anche di destra: a) finita l’illusione della libertà d’informazione, io acquirente di cartacei quotidiani mi sento libero di risparmiare ben 365 euro l’anno, poiché per le balle, le omissioni, le manipolazioni e i sofismi ho già i telegiornali, a poco prezzo o (apparentemente) gratis; b) i giornali di destra, senza più un nemico cui fare il verso, giacerebbero invenduti, per la semplice ragione che la vita nera en rose stucca anche il più inveterato fascistone, che presto afferrerebbe che solo i servi e i vili e i paurosi di mestiere, per dirla con l’Alfieri, scrivono molto d’amore per ingannare il popolo e quasi niente del resto per non infastidire e inimicarsi il Principe. Aldo Busi

Risposta di Aldo Busi a un commento al suo sms:

Risposta ad Angelica: è vero che la maggioranza dei giornali italiani sta viva con finanziamenti governativi da Minculpop, ma io mi riferivo a quelli detti “nazionali” (e che infine erano considerati tre fino a che La Stampa non è uscita dal novero e sono rimasti in due a distaccarsi un po’  dal provinciale più terragno), quelli che si piccano di fare opinione e quindi numeri, come ebbe a dirmi Scalfari, cioè  “industria”, fatturato annuale a prescindere dall’ideologia stessa in questione come un’ industria di sapone o di insaccati. Ebbene: il fatturato non si fa (non più per nessuno) con i compratori/lettori o con i proventi statali, si fa con le inserzioni pubblicitarie, e nessuna azienda butta denaro laddove sempre meno gente vede le sue marche, e difatti ne butta e ne butterà sempre meno nel cartaceo. Lo stesso Corsera credo stia in piedi ormai grazie a immissione di denaro da parte dei suoi numerosissimi soci (e quindi editori, imprenditori dalla longa mano censoria che vorranno dire la loro o non far dire cose che riguardano loro: di sicuro non sono soci per trarne guadagni diretti). Quanto a Repubblica, è un caso disperato: pur ritenendolo il meno cattivo quotidiano italiano, basta mi ponga la domanda “Perché ha da sempre ignorato o dileggiato la mia opera?” e alcuni conti o non mi tornano o mi tornano fin troppo. Del resto, opinione in Italia la si fa soprattutto con gli omissis: questo breve testo contro la legge-bavaglio lo avevo dato in origine a Repubblica, che non l’ha pubblicato (penso ci sia qualcosa di profondamente perverso e pervertito in chi ha deciso di non tenerne conto e buttarlo nel cestino, però avrà le sue ragioni, solo che io e Voi non le conosceremo mai). Riassumendo: un giornale è ancora tale se viene comprato, letto (?) o anche solo distribuito gratis (ogni copia fa numero da portare ai pubblicitari incaricati dalle aziende), una volta che questo giro tra le redazioni e il cosiddetto pubblico del mercato, se non leggente almeno vedente (la pubblicità), e’ finito, finisce l’introito pubblicitario, il fatturato, una forma qualsiasi di indipendenza e quindi di quella “credibilità sociale” (quindi di rendiconto economico) che porta le aziende a investire in pubblicità o no. Poi, che un governo finanzi questo o quel filone, anche nel senso di delinquente, e che lo faccia tramite testate o meno, è una comune questione di mafia di stato, di vergognoso finanziamento di enti mai pubblici e sempre inutili, ma uno dei tanti, non il solo. Vive cordialità, A.B. (scrivo su una tastiera non abituale, mi scuso per refusi e event. salti di senso, è tutto molto improvvisato e alla svelta, con gli occhi che mi ballano il sirtaki)


5 responses to Un valido argomento contro la legge anti-intercettazioni

  • vittorio scrive:

    I giornali non impiegheranno molto tempo a sostituire i contenuti impubblicabili, con seni, glutei, tresche patinate e oroscopi.
    Un po’ come le televisioni, e forse, se riuscissero a mettere abbastanza carne in vetrina potrebbero anche superare l’imminente crisi.

  • Memnone scrive:

    Bah, non che i nostri media abbiano mai brillato per liberta’ e transparenza di informazione, il signor Fini si scandalizza ma viene da chiedersi dovie sia stato fino ad ora.

  • un pessimo argomento contro l'analfabetismo scrive:

    La prassi della lettura (di giornali o libri o fumetti)è comunque destinata a scomparire, visto che il popolo italiano sta raggiungendo livelli di ignoranza e di analfabetismo degni di qualche secolo fa (e anche altrove non è che stiano meglio).
    La distruzione della scuola pubblica e dell’università (sistematicamente portata avanti da Mary Star Pompini), il taglio dei fondi per la ricerca scientifica e la cosiddetta legge-bavaglio sono sono la ciliegina su un processo di putrefazione già in atto e ormai irreversibile anche agli occhi dei più inguaribili ottimisti.
    Non oso immaginare quante generazioni dovranno passare prima che l’Italia torni a respirare un po’ d’aria fresca e di progresso.
    E poi mi sono rotta le ovaie di tutti quelli che si lamentano del Berlusca e della “Sinistra Che Non C’E'”: qui è il popolo a non esserci!, non so se mi spiego….

  • epitaffi scrive:

    La “morte economica dei giornali”?!?!?!?!
    Me, dottor Busi, Le risulta che, senza i finanziamenti governativi, tutti i quotidiani nazionali sarebbero già belli che morti, e i vari Feltri, Mauro, Ferrara, De Gregorio e compagnia brutta starebbero già a produrre pil per la nazione zappando la terra o raccogliendo pomodori?
    L’assurdità di tutta questa storia è che lo Stato finanzierà i giornali per tenerli imbavagliati, e non mi dispiace per il bavaglio (tanto gli italiani non sanno distinguere “se” da “sé”: quando mai hanno letto? quante parole conoscono della loro lingua madre?) ma per l’ennesimo inutile sperpero di denaro pubblico.
    Imbavagliare i giornali è uno spreco di tempo e di energie perché in Italia i lettori non esistono e l’informazione è concetto ben diverso dalla realtà dei fatti.
    Io invece vorrei che i finanziamenti pubblici ai giornali venissero finalmente tolti e che i succitati signori andassero finalmente a lavorare e che gli italiani schiantassero una volta per tutte sotto i macigni dell’analfabetismo e della stupidità: a medio-lungo termine non sarà certo una bella prospettiva,ma nulla toglie che questa fine possa essere l’inizio di una nuova risalita.
    Angelica.

  • aldo busi scrive:

    Risposta ad Angelica: e’ vero che la maggioranza dei giornali italiani sta viva con finanziamenti governativi da Minculpop, ma io mi riferivo a quelli detti “nazionali” (e che infine erano considerati tre fino a che La Stampa non e’ uscita dal novero e sono rimasti in due a distaccarsi un po’dal provinciale piu’ terragno), quelli che si piccano di fare opinione e quindi numeri, come ebbe a dirmi Scalfari, cioe’ “industria”, fatturato annuale a prescindere dall’ideologia stessa in questione come un’industria di sapone o di insaccati.Ebbene: il fatturato non si fa (non piu’ per nessuno) con i compratori/lettori o con i proventi statali, si fa con le inserzioni pubblicitarie, e nessuna azienda butta denaro laddove sempre meno gente vede le sue marche, e difatti ne butta e ne buttera’ sempre meno nel cartaceo. Lo stesso Corsera credo stia in piedi ormai grazie a immissione di denaro da parte dei suoi numerosissimi soci (e quindi editori, imprenditori dalla longa mano censoria che vorranno dire la loro o non far dire cose che riguardano loro: di sicuro non sono soci per trarne guadagni diretti). Quanto a Repubblica, e’ un caso disperato: pur ritenendolo il meno cattivo quotidiano italiano, basta mi ponga la domanda “Perche’ ha da sempre ignorato o dileggiato la mia opera?” e alcuni conti o non mi tornano e mi tornano fin troppo. Del resto, opinione in Italia la si fa soprattutto con gli omissis: questo breve testo contro la legge-bavaglio lo avevo dato in origine a Repubblica, che non l’ha pubblicato (penso ci sia qualcosa di profondamente perverso e pervertito in chi ha deciso di non tenerne conto e buttarlo nel cestino, pero’ avra’ le sue ragioni, solo che io e Voi non le conosceremo mai). Riassumendo: un giornale e’ancora tale se viene comprato, letto (?) o anche solo distribuito gratis (ogni copia fa numero da portare ai pubblicitari incaricati dalle aziende), una volta che questo giro tra le redazioni e il cosiddetto pubblico del mercato, se non leggente almeno vedente (la pubblicita’), e’ finito, finisce l’introito pubblicitario, il fatturato, una forma qualsiasi di indipendenza e quindi di quella “credibilita’ sociale” (quindi di rendiconto economico) che porta le aziende a investire in pubblicita’ o no. Poi, che un governo finanzi questo o quel filone, anche nel senso di delinquente, e che lo faccia tramite testate o meno, e’ una comune questione di mafia di stato, di vergognoso finanziamento di enti mai pubblici e sempre inutili, ma uno dei tanti, non il solo. Vive cordialita’, A.B. (scrivo su una tastiera non abituale, mi scuso per refusi e event. salti di senso, e’ tutto molto improvvisato e alla svelta, con gli occhi che mi ballano il sirtaki)

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