Da che Mundial è mondo
Pubblicato il 15 giugno 2010
“In ogni bar, da mattina a sera, impazza su un maxischermo una qualche partita, non si può più uscire di casa, le strade sono deserte…”
Tra fanfare e proclami in mondovisione è iniziato il mondiale di calcio. Tempo di rinfrescare la memoria con quanto sull’argomento, e sulla religione planetaria del calcio, ha scritto Aldo Busi nemmeno troppi mondiali fa. Per apprezzare appieno la freschezza delle pagine che seguono, tratte dal volume Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo (2006), non è necessario sostituire al nome “Giappone” quello di “Sudafrica”, sede dell’attuale mondiale. La morale, come l’antifona, è sempre la stessa.
“Che resta di tutto il Mundial che abbiamo creduto di vincere?
Pulcini, pulcinotti, under qualcosa, galletti già abbastanza senior sono tutti lì nel campo regolamentare del centro giovanile di Pieve di Lombardia con le loro magliette multicolori, (…) squadre di piccoli futuri campioni o di teppe di ultras imminenti agli ordini di allenatori e mister pii osservanti del posto, goleador selezionati rispetto alla frequenza con cui si accostano ai sacramenti la domenica e le feste comandate e che pertanto alle domande su cosa è maschio e cosa no, restando muti, danno risposte esatte senza fallo. Per far parte delle selezioni bisogna credere in Dio o, se te ne sbatti, acqua in bocca. Mi si stringe il cuore a vedere tutta quella carne umana bambina bendata come un unico falco pellegrino impagliato e immolata al Dio in seconda, lo sport competitivo e carrieristico, che li intruppa già nel feto materno, perché il calcio è la versione più strisciante del generale catechismo che provvede all’origine e al fine dell’uomo e, come la religione amministrata dal più violento definito anche il più forte, colpisce innanzitutto i più deboli sin dal momento in cui sono del tutto indifesi: in fasce. (…) Placente e spermatozoi già da stadio, clonazioni dei fedeli infelici, poveri bambini, e poveri quegli ex bambini che li hanno messi al mondo per fare la loro propria stessa fine. Il calcio, tramite del Cielo, gli dà gli ideali per la terra… rotonda, da prendere a calci, da spostare verso il tuo goal di vincitore definitivo sull’avversario, il nemico, la vittima designata… l’urrà dello scampato, come se la morte fosse per un momento solo dello sconfitto. L’unico pensiero che mi consola è che magari hanno già cominciato a assumere sostanze anabolizzanti pagate sottobanco dalle mamme, così almeno, se non schiattano già nel momento dello sviluppo come spesso succede, oltre i quaranta difficile che ci arrivino, meglio, che così ce li togliamo di mezzo – se non fosse che sarebbe preferibile togliere di mezzo il loro rimpiazzo di ragazzini che giocano a calcio già dall’asilo, e segare il male alle radici.
Guardali come si affannano attenti alla traiettoria del pallone e al contempo senza mai staccare gli occhi dal loro faro col fischietto, il bravo allenatore-sagrestano, ci sono tutte le fasce di età non protette, dai sette anni ai quattordici in su, tutta la cosiddetta migliore gioventù del paese sta concentrata lì da decenni e generazione dopo generazione, ansante fra due reti a maglia larga per dare meglio l’illusione che dentro quella trappola all’aria aperta c’è libertà di movimento, di pensiero, addirittura di parola: basta lasciar parlare il Grande Ventriloquo che gli hanno installato nelle corde vocali.
Bisogna essere davvero vispi per avere a sette anni l’intuizione di ribellarsi a questa decimazione del carattere e eroi nati per metterla in pratica: non si sfugge impunemente all’asservimento del calcio, l’ultimo e più marchiante dei sacramenti di rito cui sottoscrivi la delega a pensare, sì, ma non con la tua testa. Io qui a Pieve di Lombardia fui il solo a memoria d’uomo a rifiutarsi di cadere in estasi al fischio di rigore – di rigore per ogni bambino considerato sveglio, e tanto da meritare di essere stordito e assonnato al più presto. Entrai in conflitto con l’insegnante di ginnastica, un democristiano di provata fede, un vero soldato di Cristo & Normalità, e lui, per rendere più cocente e collettiva la mia punizione, sibilava indignato, “Se non gioca Busi, non gioca nessuno. Niente partita. Tutti dentro a fare la pertica, avanti marsch”: mi scatenava addosso l’odio degli insulti, dei pugni nelle reni dei miei compagni di classe. Non bastò a farmi giocare una partita una sola volta. Del resto, dopo che a otto anni avevo sputato fuori l’ostia della Prima Comunione che mi era stata imposta, non potevo certo piegarmi alla tirannia del calcio, che era, come ogni attività, gestita dalla Chiesa. Per me dire di no e dirlo in faccia era solo tirocinio al mestiere di genio, anche dover far fronte a una masnada di castrati intruppati in un gioco di squadra tra confessionale, famiglia e innodimameli viatico di ogni patria virilità. Come erano inferociti, quei coglioni in erba dei miei coetanei, contro chi aveva le palle di rispedire al mittente il loro ideale benedetto di corpo sano in una mente sana così così! Non mi lasciai intimidire, anzi, sono riuscito a salvare alcuni alunni anche più grandi di me già appollaiati nella riserva del mortale spogliatoio benedetto da Monsignore – e no, non avrei lasciato cadere la mia saponetta lì fra quelle docce: piacendomi gli uomini e piacendomi io più di quanto potesse piacermi un altro maschio a parte me, non potevano piacermi i calciatori. Sapendo che avrei dovuto fare la volpe per tutta la vita, ho preferito da subito fare e la volpe e l’uva, e il balzo che non la coglierà mai comunque.
In ogni bar, da mattina a sera, impazza su un maxischermo una qualche partita, non si può più uscire di casa, le strade sono deserte, né vivi né morti, tutti i cadaveri sono stati recuperati e murati nelle loro rispettive abitazioni, e dal mio stesso televisore vengo a sapere che una banda di questi ex pulcini di allevamento, ora in nazionale italiana, si è trasferita nel frattempo in Giappone per il campionato mondiale. Buon coccodè gli faccia.”
(Aldo Busi, Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, Oscar Mondadori, Milano 2007, pp. 17-20)
2 responses to Da che Mundial è mondo
Chi sarebbe buon curato se non fosse intonato e buon calciatore? Magari poco filosofo e teologo, passi, ma non buon animatore sportivo: se non si incomincia coi piccoli, a chi lo si mette in quel posto il pallone? E poi, poi, a chi si chiederebbe perdono se non a dio?
Grazie alla Redazione per Giappone/Sudafrica.
“Che resta di tutto il Mundial che abbiamo creduto di vincere?” è parafrasi di “Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani?”. “Niente, neppure una reminiscenza.” (”Seminario…).
La Redazione osa sfidare gli Italioti? Il verdetto è “Ad bestias!”. Cordialità