Recensisci Aldo Busi: Vita standard di un venditore provvisorio di collant

Pubblicato il 19 maggio 2010

Recensione di Vita standard di un venditore provvisorio di collant, di Aldo Busi, a cura di Donato Domenico Curtotti, per l’iniziativa Recensisci Aldo Busi.

*

“Non torturarti, chiamami Alba e falla finita, ma amami, voglio vivere.”

Celestino Lometto si presenta, ai lettori e ad Angelo Bazarovi, in piena estate con “assurde scarpe nere con la para”, in “canottiera bianca e pantaloncini azzurrognoli”: una “palla birillica di grasso, la testa unta e bisunta”. Tanto eccentrico quanto ordinario se ridotto della sua eccentricità, Lometto è uno che con gli affari ci sa fare: ha fatto carriera nell’azienda dove lavorava, nel mantovano, vendendo collant; un “calzettaro”che ha avuto sempre e solo un obiettivo davanti a sé, arricchirsi; uno per cui “l’ideologia è là solo per essere comprata”; uno che “quando gli capitava di passare davanti a una sede del partito comunista, si faceva il segno della croce”.

Parla male l’italiano e ora vuole allargare il suo giro d’affari all’estero: gli serve un interprete, che trova in Angelo Bazarovi. Ha la V elementare ma si spaccia per ragioniere. I suoi primi tre figli maschi, Ilario, Berengario e Belisario, hanno come hobby preferito l’uccidere animali di piccola taglia per poi impagliarli; loro maestro è stato il nonno Ardito, impagliatore di sedie, “uno che portava il fez”.

Angelo, studente universitario lavoratore, è colto, idealista quanto basta per non aspirare già a un suo posto in un paese indirizzato all’ignoranza di massa, un’Italia dove “si falsificava la vita in tutta omertà per meglio depredarla, asservirla, depistarla” . Da questo mondo Angelo è respinto perché non vi fa parte, e quando vi si avvicina viene scambiato per un altro, scacciato, come nell’aneddoto dell’incontro con uno sconosciuto alla Grotte presso Sirmione. Tanto idealista quanto votato al suicidio degli affetti, per lui “l’amore era un pifferaio magico, bisognava seguirlo subito fino alla catastrofe dell’impazienza di ritornare a stare solo al più presto.” Angelo si limitava a pattuire “passioni limitate proprio per la sua passione di infinito”.

Il suo vero amore è volto verso quell’altro da sé che in sé vede maltrattato, un amore spesso solo immaginato eppure fisico, particolare perché non corrisposto, almeno non nel senso comune: Angelo Bazarovi è in questo un angelo custode (“ricorda che quella piccolissima amica lui l’aveva colmata di carezze, l’aveva pettinata, le aveva dato baci a non finire…”); ma è anche un angelo caduto, un “puttano”, nell’accettare l’offerta di lavoro di Celestino Lometto, industriale senza scrupoli; o un angelo decaduto, nei suoi rapporti con il bizzarro masochista Jürgen (“il suo amico sempre avido di nuove malattie”, “vittima volontaria di una società violentemente massificata”) e con l’affarista Jasmine Belart ,che accompagnata dai Lieder di Schubert lo insidierà in una camera dell’Hotel Gran Gabriele sotto il Vittoriale a Gardone (Jasmine, “una di quelle che per tutta la vita si addossano il peso di menare gli uomini per il naso e distrarli e essere libere di pensare a altro”, “qualcosa di più vasto e completo di una cruna, era un ago: doveva venire infilzata per continuare a infilzare”). Jürgen e Jasmine: icone estreme del sadomasochismo di massa, vittime entrambe, necessario corollario al gioco del potere.

L’incontro fra Celestino e Angelo, che avviene nella piccola abitazione di quest’ultimo, è devastante, una scena memorabile, con Lometto al limite del colpo di calore che quasi si spoglia, chiede di mettere i piedi al fresco nell’acqua del bidé e allaga quasi per intero la casa, infine chiede una spremuta di pompelmo (“occorre un bel pelo di stomaco per chiedere simili cose a uno studente”). Un incontro che diventa subito preludio e metafora dell’incontro-scontro fra due mondi, mondi opposti ma in qualche modo legati.

I dialoghi fra i due, durante i numerosi viaggi che compiono per le strade d’Europa, sono duelli svolti con armi incompatibili, nessuno dei due sembra mai avere l’ultima parola – già, l’ultima parola…

“«Vedi, Lometto, sei un furbo te, e un esperto di economia, cioè, tirare tutto da una parte. L’intelligenza non è applicabile alla legge del profitto. L’intelligenza si affina e perde. Te, invece, guadagni e fai in modo di guadagnare sempre. Stai da questa parte della realtà e la tua furbizia ti fa da schermo verso quell’altra. […] Non è che io sia più intelligente di te o viceversa. Sono due cose diverse, due stati inconciliabili. […] È come fare la somma fra fichi e angurie. Potrei lasciartelo credere, ma così dimostrerei di essere non solo più intelligente di te, ma anche più furbo. Non lo faccio perché non ho niente da guadagnare a portarti sulla strada della perdizione: tu ti perderesti davvero. Sei troppo stupido.»
«Per me te sei pieno di complessi perché non c’hai una lira e non puoi fare le cose che vorresti […]»
«Anche tu, purtroppo […] Non puoi decidere a quarantadue anni di diventare intelligente […]»
«Oddio, quant bablà par gnint, taiô.»”

Si innesta, fra anticipazioni e flashback, fra sospensioni e riprese, in questo secondo romanzo di Busi (pubblicato nel 1985) ora ellittico ora iperbolico fino alla sezionatura dei particolari, la trama; ma come in tutti i suoi romanzi questa fa da sfondo al dipanarsi del racconto, sorretta com’è da un linguaggio che non lascia scampo al prevalere di quella. Uno sfondo analogico però, perché la trama si porge al lettore come morale della favola (così come hanno significato morale anche tutti gli episodi apparentemente insignificanti che si ritrovano incastonati nella narrazione: è un prete che si fa complice di Lometto nel furto del Cristo Crocifisso del Mantegna; nel sogno di Mercoledì il prete e l’indiano sono immagini distorte dei due protagonisti, parlano una lingua che nessuno capisce… giusto per citarne un paio), e in quanto tale deve essere sfuggente, poco accessibile, elitaria. La morale di una favola che affabula quindi, e i riferimenti alle favole sono del resto disseminati qua e là e non a caso in molti romanzi di Busi, come segnali di un mondo altro, segnali ambigui che chiedono di essere evocati per comprendere, cercare di comprendere il mondo di qua (“statuine decomposte di personaggi di fiaba fra le erbacce”). Si potrebbe affermare che Vita Standard di un Venditore Provvisorio di Collant è un giallo perché c’è un omicidio, uno scambio di cadaveri anche, quindi uno o più colpevoli, ma la ricerca del colpevole è fittizia: il colpevole come soggetto in sé non è degno di interesse, e allora questa ricerca si trasfigura nello svelamento di verità etiche più che di verità tecniche, è una denuncia che si allarga a coinvolgere tutti, la Famiglia, la Chiesa, la Patria (un’Italia dove “nessuno si rende mai conto di niente e applica una carineria scolastica alle tragedie altrui”). E mentre Celestino Lometto mostra tutti i suoi limiti nel tentativo di sopraffare e piegare gli eventi, Angelo Bazarovi si colloca in un ambito ben diverso: il suo cinismo deriva dall’aver ben disgiunto il piano intellettivo da quello emotivo, ma infine anche il suo desiderio di vendetta, la sua vocazione come angelo sterminatore non fa che disperdersi nell’ineluttabilità di un mondo dove l’interesse e l’emotività, al suo gradino più basso, immobilizzano, impagliano l’oggetto d’amore. Ario, Giorgio, Giorgina, Fortunata, Alba e infine Aurora; Aurora come la Rivoluzione d’Ottobre: questi i nomi che segnano come un filo di “Arianna l’erede dei Lometto e la trama del non-giallo.

E’ questo, come molti altri dell’autore, un libro che sceglie i propri lettori, operazione di solito inversa a quanto avviene normalmente, e lo fa presentandosi sin dalle prime pagine lealmente ingannevole, splendido nel linguaggio e sibillino nello svolgimento dei fatti. Come la vita del resto: talmente oscura da diventare standard per noia (“piena di avvenimenti sterili… un polverizzarsi di garze faraoniche”). Un romanzo sui temi che a Busi sono cari: la normalità della devianza, il potere, l’amore ma non la passione; e anche il sesso, che tanto spazio occupa anche quando non nominato nelle trame busiane, perché irraggiungibile nella sua pienezza pur se mondato dagli orpelli della finzione romantica e dell’autoinganno: Angelo Bazarovi si reca sulle rive del Garda “per vedersi invecchiare nelle facce degli altri… a passare questo ineffabile ‘dunque’ del sesso senza proporsi né di chiudere la porta in faccia al mondo né di trasformare zucche in carrozze.”

A similitudine del Bazarov di Turgenev, anche Angelo è destinato a scomparire, proprio come Teodora nel successivo romanzo di Busi La Delfina Bizantina; ma mentre Teodora simbolicamente si ri-congiunge con la propria nonna Adelaide a richiudere il cerchio del potere, Angelo Bazarovi, che del potere non fa parte, può solo accettare la parte – standard – della vittima di turno.

In extremis, Teodora si punge con la punta di un ago da bilancia, una bilancia che tornerà a pendere dove ha sempre peso (in un senso e nell’altro), da quella del più ricco cioè; Angelo, come una vecchia bambola di pezza infilzata dall’aculeo di una foglia d’agave, resta invece sospeso su un’ultima parola, quella congiunzione che adesso spetta e deve spettare al lettore.


5 responses to Recensisci Aldo Busi: Vita standard di un venditore provvisorio di collant

  • Memnone scrive:

    Piu’ che un libro da leggere e’ un libro da capire, pieno di pensieri profondissimi (condivisibili o no) che spesso occupano solo una frase o una parola. Una delle cose che piu’ mi colpi fu di come i contenuti “superassero le pagine”, nel senso lette venti o cinquanta pagine l’impressione che ne ricavavao era di averne lette quasi il triplo.
    Questa sensazione non e’ certo venuta perche’ il libro era palloso ,anzi, ma per la ricchezza delle situazioni, narrazioni, e degli spunti di riflessione li contenuti.
    Posso dire che ,almeno per me, Busi e’ stato uno dei pochi scrittori che e’ riuscito a uscire dal limite imposto dalla pagina, una Lettura seria, e non certo facile ne superficale, che consiglio vivamente.

  • andrea scrive:

    La recensione è pletorica, banale, un riassuntino livello scuola media con dentro quei due tre concetti usciti forse dopo l’ennesima visione del Tg1 di Minzolini.
    Orrenda, anche se non sta a me giudicare.

    Alla redazione: tornerà Busi su queste pagine ? torneranno gli sms ? Francamente: si viene qui per avere notizie fresche e aggiornamenti sul nostro scrittore preferito, non per leggere i deliri di queste quattro oche selvagge in carenza di stile.

    Grazie !

  • Nicola scrive:

    Cari tutti,

    perché non proteggere questo sito dagli insulti? Una pesona non regala gentilmente una recensione per essere orrendamente vilipeso sulla pubblica piazza.

    • Alberto Bassi scrive:

      Mi rammarico con Lei. Non tutti i recensori dell’Opera di Busi possono essere all’altezza dello Scrittore, però non meritano insulti da parte di chi vorrebbe essere soltanto un lettore del Monteclarense, che ha scritto quaranta volumi e detto e fatto tantaltro.
      La Redazione, avrà notato, è di stampo volterriano: “Non sono d’accordo con quel che dici, ma darei la vita perché tu abbia il diritto di esprimere il tuo parere”.
      Faccia come Busi: né gli applausi, né i fischi Lo toccano: raglio d’asino non sale in cielo.
      Cordialità

  • vins1979 scrive:

    Per la redazione:
    per evitare offese, insulti e commenti poco carini, e per far si’ che la sezione dedicata alle recensioni non diventi in realta’ una sezione di ‘recensioni di recensioni’, avrei una proposta. Perche’ non disabilitare la funzione commenti sulla pagina delle recensioni? Prima che cominciate a urlare, a accusarmi di chissa’ quale crimine contro la democrazia e la liberta’ di espressione, ci terrei a notare che un recensione e’ una recensione e basta, puo’ piacere o no, e e’ compito della redazione pubblicarla o meno. Che senso hanno questi dibattitti (tra l’altro a volte un po’ volgari) dal carattere bizzarramente meta-recensorio?

    Un saluto,
    Vins.

  • Lasci un commento

    Articoli più recenti

    Si parla di

    Altriabusi.it

    Altriabusi funziona su piattaforma WordPress con il tema SubtleFlux.

    Copyright © Altriabusi