Dalla Grecia senza ritorno
Pubblicato il 26 aprile 2010
Adesso che la Comunità europea comincia a bisticciare sull’entità del programma triennale di risanamento dell’economia in Grecia (i 45 miliardi di euro inizialmente previsti sono già diventati 80), è interessante andare a leggere e a rileggere cosa ne scriveva Aldo Busi nel 2003 passando da Mykonos a Itaca via Atene, con sosta a Salonicco.
I reportage che documentano il declino non solo economico della Grecia fanno pensare a un grido di aiuto rimasto inascoltato di cui Busi si è fatto tramite e amplificatore. Da questi reportage, pubblicati nel volume Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo (prima ed., Mondadori 2006), abbiamo stralciato alcuni brami che pubblichiamo qui di seguito.
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La penultima volta che sono stato in Grecia era il 1996, a Rodi. A Napoli, in pieno summit insieme ai maschi a modo loro più distinti e ganzi d’Occidente, Berlusconi aveva appena ricevuto l’avviso di garanzia dal pool dei giudici di Mani pulite e la notizia era apparsa nei telegiornali greci, i rodensi presero a salutare me e il mio vecchio compagno di viaggio Cleto Pomicin col saluto romano, in segno di disprezzo, ovviamente. La memoria del regime dei colonnelli era ancora fresca e drammatica per loro, preferii rientrare subito anziché tentare di spiegare l’inspiegabile, cioè l’irresistibile adorazione degli italiani per mafia, fascismo, Superenalotto e provvidenza divina. (…)
Finalmente si atterra a Mykonos. (…)
Dal finestrino del taxi, per ora, non vedo che bianche chiesette con finestrelle azzurre. La mia guida scrive che sull’isola ce ne sono cinquecento, per dare un numero solo a quelle votive, mah, uno scampa a una disgrazia e alza la sua chiesetta votiva. (…)
L’albergo si chiama Cavo Tagoo, dovrebbe essere abbastanza rinomato, con volo e prima colazione ho pagato euro millequattrocento e rotti per sette notti, e come esco dal taxi e entro nell’atrio mi rendo conto che è stata una cifra folle, mi danno una junior suite, che cosa voglia dire data la mia età quasi veneranda non so, ascensore fino al terzo piano, poi altra rampa di scale, serie di masi a schiera e entro: la camera è, dopo quella dell’Hotel Tragara di Capri, quanto odio di più in fatto di sistemazioni alberghiere, è soppalcata, e il letto è lassù, sul ponte levatoio. E, in faccia al letto, il condizionatore. Non dico niente, sono troppo stanco e deluso, incazzato nero per via del viaggio in cui ho avuto lo stesso peso di un bagaglio con diritto di sedile. So già che con una camera così per una settimana intera dovrò andare su e giù perché quello di cui ho bisogno su è giù e viceversa. (…)
A Superparadise Beach ci sono arrivato in barca da Paradise Beach, ma fino a Paradise ci sono arrivato a piedi, (…) sulla rena più i lettini accavallati che gente a ridosso, e meno seduzione ancora tra le sdraio, l’atmosfera è da veglia al lumicino, e la stagione sarebbe appena cominciata. Rumori non smentiti riscontrano un calo di turisti del quaranta per cento.
“E ben gli sta”, mi dice un tedesco di origini mediorientali che abita a Parigi da quindici anni e che è qui, circondato da bottiglie di birra vuote ficcate nella sabbia, con il suo amico francese e la di lui sorella (…). “È da otto anni che noi veniamo qua, ogni anno c’è un rincaro spropositato rispetto ai servizi e alla loro qualità, che è rimasta assolutamente la stessa. I miconioti sono dei veri sfruttatori e la gente gli sta girando le spalle, ritorna in Spagna. Il declino è palpabile. Noi abbiamo già deciso, quest’anno è l’ultima volta. Certo che con un mare così…”
“Be’, sì, un caffè due euro e mezzo, una pastasciutta anche diciotto euro”, aggiungo io, che ho appena dato una sbirciata al menu del bar. “Un’insalata greca anche dieci euro… infatti ho già notato che qui i greci in vacanza sono pochini… (…)”.
14 luglio, ore 10.43, corsa in taxi dall’aeroporto di Cefalonia al porto di Sami, traghetto per Itaca, dove prendo alloggio all’hotel Mentora, il migliore dell’isola, di una modestia che stringe il cuore e contrae gli intestini.
Al mattino, la piccola colazione all’interno presenta gli stessi affettati color carogna di pechinese spiaccicato da camion, macinato, speziato e insaccato direttamente sull’asfalto, e in terrazza turiste greche così morbidone e matronali che, sia quando entro sia quando esco, ce n’è sempre una che sfonda la poltrona di incerata di lino e devo correre a sollevarla, facendo attenzione a non disturbare le vespe sui tavoli che si danno il cambio nelle zuccheriere senza tassello per il cucchiaino, che pertanto tiene sollevato il coperchio; ore 12.30: mangio in un bugigattolo con tavolini all’aperto, nel senso che quando mi sono reso conto che i cibi erano cotti in anticipo e poi riscaldati col microonde come a Riccione era troppo tardi per tagliare la corda (…); ore 9.00 dell’indomani: minicrociera sull’Albatros, un barcone con parasole capitanato dall’ex marinaio di navi cargo Paraquotis, dall’espressione e dagli indumenti pestati di uno che sembra ripescato un minuto prima da un barile di sarde in salamoia per essere rimesso dentro nelle ore in cui la sua presenza sulla terra è meno utile dell’humus naturale da lui secreto; giro dell’isola con sosta per il pranzo a Fiskardo, a nord di Cefalonia, un bicchiere di bianco, otto etti di pesce troppo cotto e un piattino di cetrioli e yogurt gelato settanta euro, poi facciamo sosta per un bagno – in acque troppo oleose e emulsionate dalle nuove navi supertecnologiche – in un paio di spiagge di sassi con un tre coppie di svaccati teutonici per pietraia, ognuno dei sei ectoplasmi coniugali o promessi sposi in disfacimento sulla spiaggia di Afales sembra confermare il proverbio più ecumenico e consolatorio del mondo: “Ogni caghetta, la sua paletta”; contati sui dirupi quindici fra monasteri e chiese tuttora operanti (…); la sera, al bar Nitrito della signora tedesca divorziata da un greco e che, eroica, rimane qui per non far perdere le radici al figlioletto, chiedo una fetta di torta al cioccolato al suo aiutante, un ragazzotto tutto naticone sculettanti dalla faccia tirata in una smorfia di sdegno e permalosità, e per essere sicuro di farmi capire entro nel locale, gli indico la torta nella vetrina refrigerata, dove comunque non c’è alcuna vaschetta di gelato né a destra né a sinistra della torta in questione: perché poi mi porta una gondola con due palline di vaniglia e una di nocciola con sopra mezza banana con tanti zig zag di panna montata e due wafer uno a prua e uno a poppa? Un’ora dopo che non mi rassegnavo a avere una bocca solo per sbadigliare e mettermi a russare, esco di nuovo dalla mia camera e chiedo allo stesso aiutante della tedesca una spremuta d’arancia: perché arriva dopo mezz’ora con in mano un bicchiere di liquido biancastro e mi fa “Ouzo”? La stessa manfrina due volte di seguito, e non è che ci sia ressa ai tavoli, saremo in cinque su una distesa di falegnameria a quattro gambe che ricorda l’esposizione di Amazzone, chiedo e pago una cosa adesso e è ancora tanto se prima o poi me ne portano un’altra: direi, anche in generale, che questa è stata tutta la mia odissea; alle ore 9.00 dell’indomani dell’indomani di un dato giorno che non c’è mai stato, la crociera a Skorpios è saltata perché saremmo solo in tre e il ricavato non basterebbe nemmeno a coprire i costi del carburante. (…)
E così, l’indomani, eccomi fuori dall’aeroporto di Salonicco a schivare una pozzanghera larga quattro metri proprio nell’avallamento della strettissima strada a senso unico dove fermano i taxi per caricare, inondarti le scarpe e gli orli dei pantaloni e i bagagli e ripartire – taxi: locomotori postbellici con marmitte rasoterra e parafanghi tipo camion, tradotte per caricare e scaricare e, appena ubbidisce la frizione, ripartire.
(…)
I blocchi di cemento armato con balconi e biancheria stesa della periferia non finiscono più, paesaggio brullo, qualche eucalipto con le fronde giù, mogie, di un’umidità polverosa, monti dai costoni superedificati, strade dall’asfalto a montagne russe, ogni tanto una strisciata di mare scalcinato fra condomini stretti l’uno addosso all’altro tutti uguali, inferriate arrugginite, intonaco sgretolato, insegne posticce dalle lettere al neon o in alluminio pencolanti, cartelloni di donne in biancheria intima sporcata da antiche intemperie naturali e di film di magia o di effetti speciali, carcasse di auto e elettrodomestici ovunque, adesso forse ci stiamo avvicinando al centro, ogni tanto c’è una curva o una deviazione e un’animazione stradale in più, dietro la curva un’altra chilometrica colata di cemento armato simile a quella che mi sono lasciato alle spalle che mi sembra di fare il giro dell’oca per il lungo, in cui il vero punto di ritorno alla partenza è il capolinea che si sono dimenticati di mettere.
Passata mezz’ora di corsa, sono sicuro di trovarmi su un nastro trasportatore inceppato con ai lati lo stesso spezzone di paesaggio che continua a scorrere per riavvolgersi e ricominciare daccapo dal primo blocco all’ultimo. (…)
Nel mio girovagare da una chiesa ortodossa all’altra per cercare di vedere qualcosa, anche solo un’icona che mi possa far dire “Vista un’icona, viste tutte” e amen, mi imbatto in una palizzata via l’altra che ne impedisce l’accesso: ogni chiesa ospita tutt’intorno depositi, piccoli sgabuzzini, negozietti attivi o abbandonati, e dappertutto ci sono i segni di un restauro rimasto pia intenzione, i tetti ospitano caterve di tegole sovrapposte ormai coperte di muschio, i muri ponteggi ormai scheletriti e pericolanti, come se ogni tanto qualcuno, avendo bisogno di una sbarra di ferro o di un bullone, sia passato di là e se ne sia servito di volta in volta, senza alcuno spirito di rapina, anzi, con discreta ma costante moderazione. Lasciamo perdere, poi, il Museo archeologico, il Museo di arte contemporanea, alcune sparse rovine romane, o forse non è giornata per me neanche oggi, deve essere la giacca di plastica con cappuccio che impedisce la traspirazione, vivo in un’inondazione di pioggia che però ha riempito tutte le grosse buche nelle strade e sui marciapiedi sicché una volta tanto tutto sembra allo stesso livello, tutto è marrone uguale e liscio. Basterebbe mettere male un piede e rischierei di trovarmi annegato dall’altra parte, che ne so, a Bucarest.
(…)
La sera tutti i locali con terrazza e musica di piazza Aristotele e sul lungomare di Leforos Nikis sono gremiti all’inverosimile di giovani, qui a ogni ultraquarantenne dopo le nove deve essere stato ordinato il coprifuoco, sarà che Salonicco è città universitaria con una popolazione di ben sessantamila studenti ma, mi chiedo, dove vanno a rimediare i nove euro per un pezzo di torta e un cappuccino o i tre euro e cinquanta per un caffè al banco o i dieci euro per un liquore? Come mi sembra rischioso per le altre nazioni davvero civili tener dentro l’Italia nell’Unione europea, e più che mai l’Italia con l’attuale governo di imprenditori autarchici legati al recupero della cultura tribalcontadina dell’Ottocento e con prospettive di progresso sociale che al massimo ristabilisca lo jus primae noctis per il bene delle novelle spose, così mi sembra una pura crudeltà avere spinto a forza la Grecia nel consesso di potenze europee di livello mondiale: cosa possa c’entrare la Grecia o la Romania o la Bulgaria, o l’Italia di Forza Italia e della Lega Nord, con Francia e Germania e Spagna lo sanno solo Prodi e pochi altri prodi solo a modo loro. È tutto così deliziosamente indietro di vent’anni qui, che se arrivassero i Ricchi e Poveri in concerto verrebbero acclamati come una provocazione destabilizzante.
Aldo Busi, Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, Mondadori, Milano 2007, pp. 130-209
1 Response to Dalla Grecia senza ritorno
La decadenza o il decadimento della Grecia, eccellentemente descritta dal libro citato, rivela – ancora una volta – come lo stile letterario di Busi non sia avulso dalla storia, né prono alla grecità: letteratura politica, ma non politica ammantata di letterarietà (Veltroni, Rutelli, Di Pietro,…?!).
Grazie all’eroica Redazione per avere ricordato ciò che s’era letto e dimenticato. Attratto dalla bellezza della scrittura, uno è distratto dal contenuto storico. L’alchemico Busi li fonde in una pietra filisofale che abbacina per il nulla così ben detto. Così dice Lui, ma dice, dice!, e ha ancora da dire, e da scrivere.