A-Busi revolution
Pubblicato il 30 marzo 2010
Pubblichiamo un articolo di Walter Siti apparso su la Stampa il 29 marzo 2010.
Raccogliendo un invito che lui stesso ha rivolto ai telespettatori, confrontiamo l’”Isola dei famosi” con Busi e senza Busi. Dire che senza di lui l’Isola è meno interessante è così banale che quasi non significa niente: qualunque reality sbiadisce quando se ne va un personaggio forte. Ma Busi con l’Isola ha fatto di più: direi che l’ha messa in discussione e ha messo in discussione il format stesso – esagerando un po’, si potrebbe dire che dove c’è il reality non può esserci Busi e dove c’è Busi non può esserci il reality.
Approfittando del fatto che i suoi naufraghi non sono «gente qualunque», e sentendosi motivata all’impegno per essere l’unico reality targato Rai, la Ventura ci aveva già provato nelle scorse edizioni, a ingaggiare concorrenti che potessero discutere il programma standoci dentro.
Ci aveva mandato la Rosanna Cancellieri, che si era proposta come cronista dell’Isola ma si era poi spaventata troppo presto della sporcizia e della fame; c’è andato Cecchi Paone che ha provato a resistere sul punto delle nomination; Luxuria ha cercato di parlare di valori e diritti civili, ma alla fine per vincere ha dovuto buttare sul piatto della bilancia ciò che era e non ciò che pensava.
Busi ha proposto al programma una scommessa assai più radicale: chiedeva a se stesso e ai suoi co-naufraghi di dare un senso al loro essere lì. Con inflessibile coerenza, pretendeva che ognuno di loro desse una forma alla propria avventura; tant’è vero che la motivazione per uscire dal gioco è stata che «non c’era più racconto». Così facendo, ha infranto la regola principe del reality: nessun concorrente deve avere un senso, se non quello che gli concede il reality stesso.
Il reality si fonda sul vuoto del senso e della forma, sulla quotidianità imprevedibile proprio perché senza disegno. L’identificazione dello spettatore non è sollecitata su una storia, ma sull’attesa inerte di storie potenziali: i personaggi non devono mai sapere se i loro sentimenti sono veri o finti. Busi, da vero romanziere, si è ribellato al ruolo passivo. Gli autori si sono trovati a gestire qualcuno che li esautorava.
Questa è stata la vera trasgressione di Busi, non le parole sull’omofobia del papa o la battuta sulle tette della Venier. La sua figura di esteta decadente o di capro espiatorio poteva funzionare per gli autori, se lui si fosse lasciato scrivere da loro; ma Busi ha rotto il giocattolo. Per forza sua, si è messo da tempo nella condizione di non avere nulla da perdere: che è la più insopportabile dal punto di vista dei format, tutti centrati sulla paura di uscire dal format stesso.
Quelli che una volta erano gli interdetti ideologici o religiosi, sono diventati regole economiche e di genere. Forse non è un caso che nel «liberi tutti» di giovedì sera al Paladozza di Bologna il solo a parlare apertamente di rivoluzione sia stato un novantacinquenne (Ingrao, ndD), cioè uno che per privilegio d’anagrafe davvero non ha più nulla da perdere.
Walter Siti
1 Response to A-Busi revolution
ottima analisi, una sola cosa se mi è concessa: é Monicelli che ha parlato di rivoluzione giovedi sera, comunque due grandi uomini ed il concetto non cambia.