Sentire le Donne

Pubblicato il 18 dicembre 2009

Recensione di Flavio Marcolini apparsa su Bresciaoggi, il 20 novembre 2008, a pagina 38.

Rimaneggiato e riletto nel corso del tempo – sono passati diciassette anni dalla prima redazione – continua a rivelare una bellezza imbarazzante il Busi di “Sentire le donne” (pagg. 422, € 19.50), che Bompiani ha appena rimandato in libreria.
Miscellanea di racconti, réportages, inchieste, cronache, conversazioni, interviste e altro ancora, il volume si presenta ora raddoppiato, divenendo, da libro occasionale qual era in origine, una miniera in fieri, arricchita di sempre nuovi materiali di prima qualità e giunta sugli scaffali nelle vesti di un’opera completamente trasformata dalla geniale versatilità dello scrittore monteclarense.

In questa ultima (ma, c’è da giurarci, non definitiva) edizione, il colto e arguto mix fra la tradizione letteraria e quella giornalistica giunge al suo acme. Fra prediche antifrastiche, parodie avveniristiche, avventure estive ai monti e al mare, rivelazioni al fulmicotone (“Non ho mai sfiorato una donna nemmeno con un fiore”), Busi governa sapientemente le pagine che scorrono avvincenti perorando la causa – forse non ancora persa come per l’uomo – dell’autonomia della donna dalla proiezione favolistica che tanto ama farsi di sé.

Da un altrove indefinibile pure dal lettore più avveduto, l’autore passa in rassegna il variegato catalogo delle sventure italiane, dei mali più cronici che cronachistici della nazione, incontrando e descrivendo quel che rimane di un catalogo che il degrado antropologico ha ormai ridotto al lumicino, da Giovanni Spadolini a Dario Bellezza a Francesca Dellera a Franca Valeri a Lauretta Masiero a Marta Marzotto a Gae Aulenti a Susanna Agnelli a Tinto Brass. Sono,  sia le donne che gli uomini che le inseguono, invecchiati anzitempo alla rincorsa di una giovinezza mai posseduta.

Chi si salva o (siamo sinceri) sembra salvarsi? Juliette Gréco che esibisce orgogliosa un sobrio epicureismo, forte di un senso del lavoro quasi calvinista, peraltro da sempre proprio anche di un Busi che ha fatto della Beruf la propria ragione di vita. La Magi con la sua bicicletta, “decana dei mediatori della Bassa”, materialista per convinzione che abbindola un cliente via l’altro ritmando gli affari con pedalate d’altri tempi anche per la nostra operosa provincia. Una vecchia prozia dello scrittore, Amabile, che tutti in famiglia considerano matta (ma non pericolosa), da quando da giovane diede buca sull’altare per tre volte allo stesso uomo, restandosene poi nubile nel culto di una borsa di pelle nera “mai aperta una sola volta davanti agli occhi di qualcuno”, celando un pieno che invece è vuoto come la borsa.

Le decine di ritratti offrono sciami di gag esilaranti,  connotate con acume senza pari in una teoria di costruzioni che procedono per vuoti: qui persino il pieno, anche della carne, è vuoto sia di senso che di sesso, come nel caso delle giovanissime attricette che, trasformando la trasgressione in codice, fanno la fila ai provini di Brass per una porticina nell’assai poco mozartiano “Così fan tutte”, sul set del quale pure Busi accorre, travestito da probabile donna.

E poi la perla, incastonata nonscialante in apertura: “Il casto, sua moglie e l’Innominabile”, un inedito che parla dell’Italia non solo come è ora, ma come è sempre stata. In scena il protagonista (la quintessenza made in Italy del Potere), sua moglie “damazza rotariana” e lui, l’Innominabile appunto. Teratologia pura. Decostruzione ad alzo zero di ogni forma di dominio, nella consapevolezza che oggi scriverne è il modo più illuminante di opporvisi. Un racconto provinciale scritto in una lingua civile come ormai solo quella di Busi sa essere in questo nostro malandato paese.

Flavio Marcolini


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