Manuale del perfetto papà

Pubblicato il 08 luglio 2009

Miguel Angel Martín, "With mum on mum's day", tempera, 1998, copertina del "Manuale del Perfetto Papà (beati gli orfani!)", Mondadori, Milano 2001.Miguel Angel Martín, “With mum on mum’s day”, tempera, 1998, copertina del “Manuale del Perfetto Papà (beati gli orfani!)”, Mondadori, Milano 2001.

Recensione del libro “Manuale del perfetto Papà (beati gli orfani!)”, di Aldo Busi, a cura di Flavio Marcolini, originariamente pubblicata su Brescia oggi nel 2001. La riproponiamo oggi 8 luglio 2009.

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Dopo il fortunato “Manuale della perfetta mamma” e prima del “Manuale del perfetto single” (del quale sta ultimando la stesura come un rilassante divertissement tra una traduzione di Ruzante e la raccolta di idee e materiali per il prossimo romanzo), Aldo Busi, lo scrittore più stakanovista della nostra penisola, ha pubblicato il “Manuale del perfetto papà” (Mondadori).

Il nuovo pamphlet (significativamente sottotitolato “beati gli orfani”) continua, con un linguaggio diretto e apparentemente paradossale, l’opera di decostruzione dell’istituzione familiare sulla quale si fonda la nostra società, esaltando invece il valore dell’individualità come nucleo sul quale impostare una serena e civile convivenza fra gli esseri umani.

Busi conduce un serrato e circostanziato attacco alla figura paterna, non solo a quella sperimentata e subita in prima persona, ma anche a quella stereotipata che viene quotidianamente offerta dalla nostra società.

Numerose pagine sono dedicate al genitore che ha in gran parte condizionato la sua infanzia e giovinezza. Lo scrittore monteclarense lo descrive come una persona a lui estranea e sconosciuta, temuta e odiata da bambino, incapace di qualsiasi forma di dialogo e di contatto con il figlio, in un crescendo di risentimento che neppure la morte sembra aver attenuato. E di riflesso affiora ancora una volta lo smisurato amore per la madre, già dichiarato in tanti libri e, in particolare, nel saggio a lei dedicato. Nonostante la sua durezza misteriosa e l’odio inspiegabile che essa ha suscitato, Busi ad un certo punto si chiede sarcastico se il suo non sia, in un certo senso, il padre ideale. “Mio padre, in verità, c’è sempre stato accanto, a modo suo: remoto, astioso, crudele, indifferente, ma c’è stato. In una sola parola: paterno, come tutti i padri, come ci riusciva lui”.

Dopo la sferzante pars destruens, si passa ad una esilarante pars costruens: pagine intense nelle quali l’autore delinea i tratti e il carattere non solo del padre perfetto, ma anche del perfetto zio, quale si considera per il grande affetto e dedizione che egli nutre nei confronti dei nipotini nella vita di tutti i giorni. Insomma – sembra dirci Busi – la paternità (ma anche l’umanità e la cittadinanza) – non è un valore acquisito una volta per tutte, ma è un esercizio quotidiano, al quale è necessario dedicarsi con amore e determinazione.

“Io non rimpiango di avere avuto il padre che ho avuto” scrive Busi. “io rimpiango di averne avuto uno. Per mia fortuna, sono riuscito – mettendoci molto poco, lo confesso – a non diventare in nessun altro umano un suo alter ego. Sapere che qualcuno non rimpiangerà di avermi avuto o di non avermi avuto come padre stuzzica però la mia sottile sete di vendetta a tal punto che, giusto per fargliela pagare, un figlio potrei anche decidere di metterlo al mondo. Così un’altra volta impara – un’altra volta, va’, mica questa”.

E non è tutto. Per la gioia dei lettori a novembre uscirà la sua ultima opera, il romanzo breve “Un cuore di troppo”, sempre per Mondadori.


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