Alla ricerca di cause migliori – Un appello contro la prosecuzione della vertenza Lario/Busi

Pubblicato il 24 gennaio 2012 | 170 commenti

A tutti gli utenti del sito: vi chiediamo la cortesia di leggere il seguente appello a favore di Aldo Busi. Se il suo contenuto riscuote la vostra approvazione, vi preghiamo di restituircelo firmato e di diffonderlo a vostra volta. Noi lo porteremo a conoscenza del maggior numero di persone possibile. Grazie in anticipo. La redazione. [Per dare la vostra adesione, utilizzate per cortesia lo spazio dedicato ai commenti limitandovi a scrivere "Approvo e sottoscrivo". Grazie]

Alle ore 9 di mercoledì 7 marzo 2012, presso il Tribunale di Monza è fissata la prima udienza dibattimentale del processo che vede Aldo Busi chiamato a difendersi dall’accusa di aver leso la reputazione di Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, ex moglie dell’ex Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi. Ecco il capo d’imputazione contestato allo scrittore:

Nel corso della trasmissione televisiva 8 e mezzo trasmessa dalla emittente “LA 7”, e perciò comunicando con più persone nel corso di un’intervista, offendeva la reputazione di Miriam Bartolini, coniuge di Silvio Berlusconi, in quanto, in risposta alla domanda “di Veronica Lario, cosa pensa?”, rispondeva: “Non ho mai pensato nulla, soltanto mi sembra molto strano che una signora che ha recitato, che è stata nei teatri, che, insomma, non dico colta, ma comunque con un’istruzione piuttosto vasta, mandi una lettera per una storia di possibili corna o tradimenti o minorenni, ecc., e non abbia mai detto nulla sul fatto che a casa Berlusconi c’era un tale Mangano, lo stalliere pluriomicida e mafioso di vaglia che stava lì e che probabilmente ha preso in braccio i suoi bambini… Allora io mi sarei svegliata, magari venti anni prima”. In merito alla separazione tra la querelante e Berlusconi, aggiungeva “Sì ci sono state cose molto più gravi. Cioè, a me non sembra una ragione sufficiente per staccarsi da un uomo… No, perché in fondo a una donna fa piacere avere il marito che ogni tanto va fuori dalle palle, va con qualche altra … se piace alle altre donne vuol dire che ha scelto bene”.

Consideriamo inaccettabile che un magistrato possa dare seguito a una querela che parte da una simile dichiarazione. Non occorre leggere tra le righe delle parole di Aldo Busi per capire che lo scrittore, lungi dall’offendere Veronica Lario, le riconosce pubblicamente una sua dignità civile violata dall’ex marito e in seconda battuta proprio dalla stessa Lario allorché, per distanziarsi anche legalmente da Silvio Berlusconi, adduce come ragione, tra le tante e più gravi a disposizione, il tradimento sessuale di lui. E’ paradossale e nel contempo emblematico che Veronica Lario abbia deciso di querelare chi su di lei si è espresso autorevolmente e senza paternalismi. Ancora più paradossale è che un magistrato abbia potuto ravvisare nella querela gli estremi per avviare una causa processuale.

Riteniamo che la magistratura italiana abbia troppe urgenze cui dare la precedenza per scialacquare tempo e denaro dei contribuenti in contenziosi di conclamata futilità, che dimostrano di quanto poco credito godano ormai nel nostro Paese le libertà di pensiero e di opinione e quanta poca fiducia si abbia nell’intelligenza del cittadino e nelle sue capacità di interpretazione del linguaggio e dei fatti.

A coloro che credono ancora nella condivisione di un minimo di senso della realtà e delle proporzioni in materia di giustizia, diamo appuntamento la mattina del 7 marzo in Piazza Garibaldi a Monza, davanti al Tribunale, per manifestare solidarietà allo scrittore Aldo Busi. Servirà a rammentare ai giudici che il loro operato è soggetto al giudizio di quei cittadini che non hanno né santi in paradiso né ex coniugi che versano loro, a titolo di indennizzo, un appannaggio mensile di 3 milioni di euro.

Sottoscrivono: Grazia Abagnale, Marie Aguettant, Marcella Andreini, Edgardo Andriani, Barbara Angieri, Enzo Fabio Arcangeli, Giuseppe Argentieri, Fabio Baleani, Alessandro Barbero, Giovanni Bellandi, Lisa Bernardini, Danilo Biffi, Francesca Bignardi, Anna Bisconti, Fulvio Boccardo, Daniele Bonazza, Marianna Bonelli, Maurizio Borgese, Vittorio Bresciani, Luca Bruno, Sebastiano Bucca, Paola Caffi, Daniela Campagna, Francesco Canu, Ernesto Carannante, Stefania Carlesso, Sabrina Carniel, Gaetano Cascio, Federico Castelli, David Castillo, Marcello Cavagna, Marco Cavalli, Giulio Chimetto, Stefano Ciavatta, Paolo Cislaghi, Antonio Coda, Pasquale Cominale, Mario Marco Corbelli, Bruno Corradini, Antonella Corrias, Carmen Covito, Donato Domenico Curtotti, Paride Cusimano, Valentina Cusimano, Edo Dal Pizzi, Michele Danza, Antonio D’Andrea, Sonia De Andreis, Ivana Debiasi, Anna Chiara De Pippo, Mario De Ronzi, Annarita Desantis, Alessandro De Santis, Angela Di Filippo, Franca Di Muzio, Marco Dotti, Dario Durini, Laura Facchin, Cristina Faccini, Enrico Fergnani, Angelo Ferrari, Pietro Ferrari, Daniele Fiacco, Antonella Filomeni, Elisabetta Fiore, Fabrizio Foccoli, Massimo Fontana, Silvia Foresti, Luca Franchini, Roberto Frison, Davide Fumagalli, Paolo Fumagalli, Ilaria Furlan, Federico Gallo, Nicola Gavioli, Nino Gebbia, Antonietta Gerardi, Marco Ghizzoni, Mario Giannelli, Silvia Giolo, Luca Gino Mori, Valenti Gómez-Oliver, Marcella Gritti, Serena Guidobaldi, Alessia Imbriani, Guillem-Jordi Graells, Nicola Lagioia, Luisa Lamera, Barbara Latorre, Antonio Ligas, Claudio Losio, Monica Maccabiani, Ermanno Maccione, Tania Maestri, Sergio Maffei, Paolo Maggi, Andrea Magnabosco, Luana Malavolta, Silvana Malavolti, Angela Malizia, Marco Manconi, Andrea Manenti, Davide Manenti, Marco Marchi, Flavio Marcolini, Lluis Maria Todó, Milena Marinò, Luca Massetti, Guido Mazzucco, Alessandro Menichelli, Debora Mieli, Paola Migliorati, Marco Milzani, Daniela Modalini, M Cinta Montagut, Davide Morabito, Lorenza Nucci, Isabel Nuñez, Giulio Ongaro, Massimo Ortolani, Donatello Pace, Fabio Palmisciano, Matteo Panni, Elena Parisi, Lidia Parodi, Michele Pavan Deana, Mauro Peretto, Elvis Pernet, Marco Piacenti, Fabiana Piccolo, Romana Pincitore, Beatrice Piraccini, Daniela Piu, Goffredo Plastino, Vincenzo Politi, Nicolò Premi, Mauro Quetti, Olivia Quinlan, Luca Resca, Dario Rodondi, Fabio Romano, Luca Rozzini, Dario Rubino, Alessandro Ruffini, Elisabetta Ruffini, Michelina Russo, Raffaele Rutigliano, Nicola Sacco, Maria Antonietta Sanna, Pier Angelo Sanna, Francesco Savio, Carla Scalvini, Leonardo Scarcelli, Cosima Serio, Luca Serlini, Flavio Severino, Angelo Spagnoli, Gianpaolo Spagnoli, Sara Spagnoli, Gabriella Strada, Francesco Strocchi, Daniela Stucchi, Lorenzo Taidelli, Giovanni Tesio, Carlo Todesco, Alberto Tommolini, Maria Letizia Tonelli, Matteo Tonoli, Enza Valerio, Massimiliano Viardi, Laura Vicenzi, Lorena Viganò, Nicola Villa, Mario Vitale, Sabine Weeth, Gianluca Zaccagnino, Luca Zago, Alessandro Zaltron, Gloria Zanuso.

Alla ricerca di cause migliori (V) – Un’adesione autorevole

Pubblicato il 24 gennaio 2012 | Nessun commento

Riceviamo con piacere l’adesione all’appello a favore di Aldo Busi del prof. Antonio D’Andrea, ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico alla Facoltà di Giurisprudenza della Università statale di Brescia. Data l’autorevolezza giudirica del firmatario, riteniamo di fare cosa utile evidenziando la sua adesione, per la quale lo ringraziamo sentitamente.

…la mia solidarietà ad Aldo Busi per doversi difendere in un  dibattimento penale che nasce a fronte della ritenuta e francamente risibile necessità di approfondire – da parte dei competenti uffici  giudiziari -  la presunta lesività di sue libere opinioni (ancorchè  certamente polemiche su di un piano più generale che palesemente implicava considerazioni di natura politica rivolte nei confronti dell’allora Presidente del Consiglio Berlusconi), espresse, su  sollecitazioni volutamente “provocatorie” di una giornalista, relativamente ad episodi assai noti e dibattuti ad ogni livello nel Paese che inevitabilmente hanno investito per la natura stessa dei  fatti in questione il ruolo e, almeno in senso lato, la reputazione passata e presente della Signora Bartolini. Mi auguro che la  conclusione della vicenda giudiziaria possa dimostrare in tempi rapidi  l’inconsistenza del capo di imputazione elevato nei riguardi di Aldo  Busi.
Cordialmente

Antonio D’Andrea

Alla ricerca di cause migliori (IV) – Da Trento a Monza, vent’anni dopo

Pubblicato il 23 gennaio 2012 | 2 commenti

Avvicinandosi la data dell’udienza dibattimentale relativa alla causa Lario/Busi, segnaliamo che oggi, 23 gennaio, però di ventidue anni fa, nel 1990, il procuratore della Repubblica del Tribunale di Trento chiamava a comparire in giudizio Aldo Busi accogliendo una (anonima) denuncia per oscenità a carico del suo libro Sodomie in corpo 11, edito da Mondadori nel 1988. Il processo si tenne il 13 marzo di quell’anno, a Trento, presenti le telecamere della Rai che filmarono l’intero evento per conto della trasmissione “Un giorno in pretura”. La rivista “Wimbledon” pubblicò un mese dopo il resoconto completo del processo, a cura di Sandro Mazzeroli. Lo ripubblichiamo qui di seguito, insieme a brani della lettera che fornì il pretesto per incriminare Busi. Vent’anni dopo, il tribunale di Monza non ha fatto meglio di quello Trento, ma il riflesso mediatico ha subito una drastica diminuzione di voltaggio. Per questo rivolgiamo un ringraziamento doveroso a quanti finora hanno firmato l’appello in favore di Busi da noi lanciato su questo sito.
Aldo Busi - prima paginaIl rogo è il massimo della pena.
Si brucerebbe l’opera, non l’autore: la giustizia italiana, nei reati cosiddetti di opinione, negli ultimi anni, ha fatto notevoli passi avanti. Ma sotto accusa è lo scrittore, Aldo Busi, anzi, Busi Aldo nato a Montichiari, Brescia, il 25 febbraio ’48, ivi residente. Viene giudicato dal tribunale di Trento in una splendida e calda giornata di marzo, giorno 13, anno 1990. È imputato di un reato che il codice penale fa risalire a un articolo che ha la stessa età dell’imputato, il famigerato 528 della legge 6.2.1948 numero 47.
«Per avere, allo scopo di farne commercio, scritto il libro “Sodomie in corpo 11”, pubblicato dall’editore Arnoldo Mondadori, avente contenuto altamente osceno in quanto caratterizzato da un esasperato e ossessivo sessualismo fine a se stesso con rappresentazioni crudamente veristiche di amplessi, descrizioni di scene ed esposizione di rapporti omosessuali anali e orali come quelli che, a titolo esemplificativo, sono contenuti nelle pagine…».
L’appuntamento con la Giustizia è alle 9. Alle 8.35, dall’Hotel Accademia, si muove un piccolo corteo. In testa Aldo Busi, in uno smoking Trussardi, scarpe di vernice nera, un narciso giallo in mano e sottobraccio tutta la sua produzione: Seminario sulla gioventù, La Delfina Bizantina, Vita standard di un venditore provvisorio di collant, Altri abusi, e il galeotto Sodomie in corpo 11, ove sodomie sta per sodomie e corpo 11 rappresenta il carattere tipografico con il quale è stato stampato il testo. Perché quell’abbigliamento? «Perché vado al ballo delle debuttanti – risponde camminando flessuosamente e nello stesso tempo spedito – e perché posso anche permettermi di ridicolizzare la mia persona». Busi, che si considera il più grande scrittore del secolo, non perde molto tempo a spiegare il perché di quel narciso in mano.
Con lui un gruppetto di giornalisti, gli avvocati difensori Giuliano Pisapia e Vanni Ceola, e Rossella con una sua amica. Rossella è una ragazza di Udine folgorata dalla lettura di La Delfina Bizantina, divoratrice delle opere di Busi, una “ultrà” dei fans dello scrittore. Alle 9, in tribunale, lo aspettano fotografi e altri tifosi, studenti soprattutto. Stefania e Marina (Giurisprudenza e Scienze politiche) sono scandalizzate. «A questo punto – commenta Stefania – io denuncio il mio professore di lettere che mi ha letto Catullo quando avevo 16 anni».
In aula suona un campanello. Ognuno ai propri posti, entra la corte. Gli avvocati, pubblico ministero e difensori, si appoggiano sulle spalle la toga nera con i fregi dorati. La toga. Come il pennacchio dei carabinieri che arrestano Pinocchio. Uguale nei secoli. Anche sotto i riflettori della Rete tre che gira tutto il processo. Il presidente, Antonio Crea. I giudici a latere, Marco Gallina e Marco La Ganga. Un giovane cancelliere che fa fatica a condensare le frasi scandite da attore consumato dello scrittore.
Presidente: «Busi è presente?»
Gli avvocati: «Sì».
Busi: «Sì».
Qualcuno del pubblico: «Sì».
Viene appurato che Busi Aldo di Montichiari è presente, al di là di ogni dubbio.
Presidente: «Innanzitutto debbo chiedere alle parti se acconsentono alla ripresa televisiva ».
Avvocato Pisapia e pubblico ministero dicono di sì. Il pm Enrico Cavalieri, un giovane stempiato, silenzioso. Soffre la parte del cattivo in questo processo e quando, in attesa del verdetto, ci avviciniamo lui, i suoi occhi si illuminano. Allora qui dentro esiste anche lui, oltre a Busi. C’è pure qualcun altro. Gli è toccato questo ruolo perché i pm a Trento sono due. Uno “fa il martedì” e l’altro “fa il venerdì”. E Busi si giudica martedì 13 marzo. “Faccio il mio dovere”, dice, ma si capisce che ne avrebbe fatto volentieri a meno. Il presidente ricorda perché il processo si svolge a Trento. Qui è stato stampato il libro e la denuncia del signor Paolo Napolitani è stata mandata per competenza al procuratore della Repubblica di Trento Francesco Simeoni che ha incriminato Aldo Busi. Quando Busi sente il nome di Paolo Napolitani ha un fremito. Questo Paolo Napolitani, in realtà, non esiste. «E il procuratore capo di Trento – dirà poi l’imputato – ha dato credito a una volgare lettera anonima» La lettera anonima, comunque, provoca il processo per direttissima che si sta celebrando.
I difensori consegnano alla corte copia del libro in questione e recensioni dei giornalisti, commenti, contratti con l’editore e opzioni per l’acquisizione del diritto di pubblicazione all’estero. Il pm non si oppone.
Avv. Pisapia: «Busi vuole essere ascoltato».
Presidente: «Ne ha facoltà».
Non ha nemmeno finito di dirlo che Busi, incartato nel suo folgorante smoking, è davanti a Antonio Crea, poi torna indietro al suo posto. Può parlare anche da lì, perché c’è il microfono.
Busi: «Qui io sono oscenamente processato non come cittadino, ma come scrittore, come artista. Mi si lasci citare Shakespeare: la bellezza estetica sta in chi la guarda, come l’oscenità. E se qualcuno trova oscene le mie opere, dipende da lui. Quando scrivo non posso pensare al committente, figuriamoci ai lettori. Non scrivo né gialli, né romanzi rosa. Non sono uno scrittore porno e nemmeno per bambini». Il tono si alza. Le parole si fanno lapidarie, come se la sentenza spettasse ai posteri. «Io faccio letteratura. Il genere letterario mi sfugge. Cerco, nel mio lavoro, di recuperare una lingua italiana. Uso un vocabolario vastissimo e le mie opere non sono divulgative. Possono essere fruite pochissimo. Sono difficilissime. Che senso ha estrapolare dieci pagine su 430 per capirne, con mente perversa, significati che non hanno e che il lettore è libero di interpretare?». Il presidente, bonario e pacioso, lascia fare. Il pubblico è attento. Busi decide di affondare la lama. «La citazione è oscena. Voglio fare una disanima della citazione. Quando viene meno la lingua italiana…».
Presidente: «Siamo giuristi, non letterati».
Busi: «Allora un giurista come fa a giudicare cos’è l’arte? La mia opera è difficile, come dicevo. Per capirla occorrono presupposti precisi. Che cosa si è capito da questa formulazione impropria e ardita, un vero affronto alla lingua italiana?»
Presidente: «Ho dato lettura del capo di accusa».
Busi: «Ma cosa vuol dire: “ossessivo sessualismo”, “amplessi crudamente veristici”? Che mi fa capire se non “sessuofobia”? “Oscenità” che cosa è? Lei mi insegna che in edicola si può trovare pornografia a buon mercato ed esposta a tutti. Qui abbiamo un libro intitolato “Sodomie in corpo 11”. Un libro che per andarlo a comprare bisogna sapere che esiste. Trovarlo perché è esaurito. Tirarlo fuori dallo scaffale, pagarlo. Se si fosse chiamato le “Memorie di Santa Vereconda” e si fossero trovate quelle pagine tra un santino e l’altro… ma il lettore ha avuto esattamente quello che voleva. Persino il titolo è facile da capire. Un’opera costata tre anni e mezzo di lavoro che parla della morte e della tristezza. Ma se qualcuno vuole trovare l’osceno lo può vedere anche in Topolino e Minnie».
Il permesso di parlare c’è e Busi se lo prende tutto. Torna improvvisamente sulla denuncia, che gli sta qui. «E’ per colpa di una cosa oscena che io sono in questo tribunale: un anonimo. E il procuratore della Repubblica si fa carico, altra oscenità, di una lettera anonima. E io non posso guardare negli occhi chi mi accusa, chiedergli che legge e se ha letto il mio libro, perché sicuramente non lo ha letto. Grazie».
Il presidente si rende conto della difficoltà del giovane cancelliere che deve sunteggiare il Busi pensiero e chiede a Busi se lo vuole aiutare. Ma Busi invece risponde:
«Se mi è concesso vorrei leggere dal mio primo libro un tratto sugli atti osceni in luogo pubblico».
Il presidente impallidisce e dice qualcosa che non si capisce. Evidentemente ha letto il libro e teme, già propenso a soluzione, di venire messo con le spalle al muro dal “nero su bianco”, in un’aula di giustizia.
Busi: «Ci tengo molto».
Presidente: «In aula può essere letto tutto, ma a porte chiuse» (eh sì, ha letto l’opera).
Busi: «(Mentre parla cerca disperatamente nel Seminario della gioventù [sic, ndr] il brano da citare). Lo leggerò nella sua integrità. Non penso che qualcuno si scandalizzerà perché dentro c’è qualche cazzo… Il libro è stato pubblicato da una grande casa editrice letteraria, la Adelphi, con la benedizione di Roberto Calasso. Le dirò, poi, che questo testo è stato usato da giuristi, uomini di legge. Si tratta della disamina del concetto di “atti osceni in luogo pubblico” che finiscono per diventare atti pubblici in luoghi osceni».
Presidente: «Sì, ma…».
Busi: «(L’incertezza del presidente è il via libera. Lo Scrittore si ricarica). Questo romanzo è stato pubblicato, letto, stampato da Mondadori (ritorna a parlare di Sodomie). Quindi c’è il concorso, in questo reato, di editore, stampatore, librai. Farne commercio? Allo scrittore non restano che le briciole. Il 15 per cento, del quale il 5 va allo Stato. Quindi anche lo Stato ha “fatto commercio” di quel libro “osceno».
Il concetto di Stato fa tornare, nella mente di Aldo Busi, la figura del procuratore della Repubblica Francesco Simeoni, a tempo perso campione mondiale di sci di fondo nella categoria che comprende atleti della sua età (65 anni) e fustigatore di costumi a tempo pieno.
Busi: «Monsieur Pinard perseguitò Flaubert per Madame Bovary e diventò perfino ministro di Francia. Quando morì, nei suoi cassetti, furono trovati decine di libelli pornografici. Pinard era un porco».
Presidente: «Non so che pertinenza abbia questa faccenda con la nostra causa».
Busi: «Chi punta il dito, di solito, nasconde una perversione».
Il presidente chiede al pubblico ministero se ha qualcosa in contrario a che Busi legga questo famoso pezzo tratto da Seminario sulla gioventù.
pm: «Si tratta del concetto di osceno che ha l’imputato. Mi sembra giusto conoscerlo».
Presidente: «Che titolo ha il brano?».
Busi: «Non ha titolo, è a pagina 185 del romanzo. “Puntatina ai cessi, proprio per toccare con mano il fatto di essere libero… Come al solito, dopo tre minuti non spio più i cazzi ma seguo automaticamente i voli delle zanzare”…» Il racconto prosegue con il protagonista che si mette a uccidere, una per una, le zanzare e quando arriva la polizia e gli viene chiesto, con i soliti modi, cosa facesse, lui decide di dire la verità: «stavo ammazzando le zanzare». Atti osceni in luogo pubblico.
Busi: «Il bello dei cessi pubblici è la sdrammatizzazione degli organi sessuali. Questi tutori dell’ordine andrebbero a spasso se crollasse questa burocrazia del sesso».
Presidente: «A che epoca risale lo scritto?».
Busi: «All’84, ma si riferisce agli anni ’68 -’69».
Presidente: «Va bene. La Parola al pubblico ministero». Enrico Cavalieri la prende da lontano.
pm: «Se la Giustizia italiana volesse inseguire tutti i casi di oscenità saremmo inondati di processi. Ma cosi non è. C’è una grave degenerazione dei costumi, a livello di impero romano: un irrefrenabile comportamento trasgressivo della morale corrente. C’è anche una grossa ipocrisia dello Stato, che prima elimina le case chiuse e poi lucra sulle cassette pornografiche con l’Iva al 9 per cento, a tasso agevolato. Ma l’articolo 528 del codice penale esiste ancora, nonostante le battaglie dell’onorevole Ilona Staller, detta Cicciolina. E i giudici sono chiamati a giudicare. E siamo qui a decidere se si tratta di un’opera d’arte o no quella di Aldo Busi. C’è un esposto firmato. Proviene da Roma. C’è il testo. Il tribunale è legittimato a giudicare. Ciò premesso l’accusa ritiene, con tutto il rispetto per la fama dell’autore e le recensioni favorevoli, che il libro abbia un contenuto osceno. Continuo, costante e compiaciuto, tale da eccitare gli istinti sessuali e da offendere il comune senso del pudore. È vero che il concetto è elastico e sono stati fatti diversi passi avanti, ma c’è sempre un limite, un freno che il libro travalica a prescindere dalla importanza e dai precedenti dello scrittore. Si tratta di un lungo itinerario di avventure gay; non c’è equilibrio tra forma e contenuto, solo il compiacimento dell’attività sessuale senza ritegno, con particolari crudi. Ma sembra che questo libro pecchi di equilibrio, quindi non si tratta di un’opera d’arte ma di un libro osceno. Chiedo, quindi, che l’imputato sia condannato a due mesi di reclusione e 200.000 lire di multa, con tutti i benefici di legge».
Presidente: «La parola agli avvocati della difesa».
Avv. Pisapia: Ringrazia prima l’anonimo per aver permesso di portare in tribunale non un fatto di sangue, di droga, ma di amore e poi, può aver notato che qui l’imputato è Busi, non il libro, dice: «Sul banco, per lo stesso reato dovremmo vedere tutti giornalisti che hanno scritto bene dell’opera, gli editori, i distributori, i librai. E i lettori? Cosa sono i lettori? Parti lese? Concorrenti necessari non punibili? Perché per il titolo, per la notorietà dell’autore, una cosa è certa: chi ha comprato il libro voleva leggere Aldo Busi. Oggi è permesso vedere al cinema film a luci rosse a patto che sia ben chiaro il contenuto. E il titolo del libro è chiaro: osceno pure quello? Ma l’osceno, se si vuole, si vede dappertutto. Perfino nella Bibbia, in alcuni passi di San Matteo per esempio».
Dopo aver suggerito alcune scorciatoie per assolvere l’imputato (opera d’arte, diritto del lavoro) Pisapia conclude: «Busi va assolto passando per la via maestra: interpretando il concetto di sesso con la realtà di oggi che non è quella invocata dal pubblico ministero. Così come il tribunale di Trento nel ’71 archiviò la denuncia contro il Decameron di Pasolini. La Giustizia non può essere contro la libertà e il progresso». I giudici si ritirano a decidere. Sono quasi le 11. La gente si alza dai banchi e si mette a passeggiare. Si formano capannelli che discutono del processo. L’aria è quella di scuola, quando i professori si allontanano. Busi posa per i fotografi. Si va a sedere sulla sedia del giudice proprio sotto la scritta “La legge è uguale per tutti” con i libri sul bancone e il narciso giallo in mano. Ripercorre la sua carriera, annuncia le prossime tappe. Ma per quanti editori lavora Busi? Mondadori, Leonardo, Adelphi… «Non sono di nessuno. Mica sono il procuratore Simeoni, che è un uomo di Flaminio Piccoli». Si è parlato tanto di critiche. Quali e di chi le migliori? Luciano Satta, Luca Canali. E chi lo ha stroncato? Busi è grato anche e soprattutto a questi ultimi. Fanno opera di promozione. Raboni, Carlo Bo, Geno Pampaloni. I grossi baroni «dallo sguardo infelice, che sono brutti, hanno mogli brutte, che sono soli. Io non mando prosciutti a nessuno, né cassette di vini. Certo che se Geno Pampaloni parlasse bene di me vorrebbe dire che la mia carriera è finita». Signor pubblico ministero, perché ha chiesto il minimo della pena e le attenuanti? «Busi non è mica un incallito delinquente. No, non sono stato morbido. Il pm può chiedere addirittura l’assoluzione per mancanza di prove. Non è questo il caso. Busi o è innocente o è colpevole».
Ore 11,45. Suona il campanello. Rientra la corte. Tutti in piedi ai loro posti. Si legge la sentenza.
«Il fatto non costituisce reato».
«Assolto». Applausi.
Busi ha un attimo di smarrimento. Forse aveva cominciato a credere a una bella condanna e già si vedeva su una nuvoletta, accanto a Giordano Bruno.
La sorpresa ha il suo effetto. Lo scrittore riesce a dire poche parole: «E a me, adesso, chi mi risarcisce?».
Stringe la mano ai giudici, su suggerimento degli avvocati, e con la sua nutrita corte esce dal tribunale. Dona il narciso giallo alla sua fedele Rossella e punta verso l’albergo. Questa sera lo aspetta la “pantera” a Lettere. Domani sarà ospite di Barbato a “Fluff”. «Mi raccomando, alle 22:30».
Un’ultima dichiarazione al volo: «Questa sentenza ha un senso se la città di Trento non verrà più offesa da processi come questi. Ci saranno, qui, altri problemi: droga, tangenti. Come si fa a perdere tempo a istruire processi contro cittadini come me? Questa volta, questa pratica inutile perversa, ha scelto me come vittima. Ma io ne sono uscito da eroe». Un lampo di lucida, consapevole, coltivata pazzia e giù una risata di cuore.
Sandro Mazzerioli (”Wimbledon”, anno 1, numero 2, aprile 1990)
La lettera anonima
Paolo Napolitano “si chiama” l’anonimo lettore di Sodomie in corpo 11 che ha spinto il procuratore della Repubblica di Trento a incriminare Aldo Busi. Ecco l’esordio della lettera:
«Migliaia di libri ho letto fino ad oggi, ma mai mi era capitato di imbattermi in un libro indecente, immorale, di inaudita depravazione come “Sodomie in corpo 11”. Via via che leggevo crescevano in me sdegno, collera, ripugnanza. In esso, a parte certe digressioni sul giornalismo, letteratura e altro, Aldo Busi descrive con compiaciuto, estetico godimento, i continui, insaziabili rapporti contro natura, anali e orali, che egli ha con uomini e ragazzi d’ogni razza, attingendo vette mai prima raggiunte da altri in materia di degenerazione e depravazione. «Basti dire che un critico letterario de “Il Tempo”, Fausto Gianfranceschi, nel recensire il libro, ha onestamente dichiarato di non aver avuto la forza di andare oltre la 56ª pagina, tanto si sentiva disgustato e traumatizzato dalla lettura di questo romanzo». L’anonimo a questo punto spara a zero contro l’editore, Arnoldo Mondadori, che, «ottenebrato dagli enormi guadagni», finisce col prostituirsi pubblicando un’opera «sudicia, schifosa e perversa, veicolo di indiscussa corruzione (con danno morale irreparabile per gli adolescenti nelle cui mani può capitare)». Paolo Napolitano, poi attacca “Epoca” per gli articoli volgari, trasgressivi, oltraggiosi comparsi sulla rubrica del settimanale intitolata “Busi, scandaloso Aldo”. Secondo l’anonimo la prosa “stercoraria” di Busi si aggiunge a quella prestigiosa di Augusto Guerrieri (Ricciardetto) e di Sergio Zavoli. Segue un lungo elenco di brani estrapolati dal libro, con l’indicazione delle pagine, che si conclude con queste parole: «Credo che questi pochi “specimen” siano sufficienti a dare un’idea del vasto e assortito campionario di sconcezze, oscenità e giochi erotici perversi esposti alla luce solare dello scrittore Aldo Busi con la complicità di A. Mondadori (…) un editore che Aldo Busi – reo di espressioni estremamente triviali in una recente trasmissione televisiva denominata “Mixer cultura”(!!!) – ha trascinato seco nel discredito e, quel che è peggio, nella merda».
Aldo Busi - Avv. Giuliano Pisapia
Aldo Busi

Alla ricerca di cause migliori (III) – Altra eco della stampa

Pubblicato il 19 gennaio 2012 | 18 commenti

Il lettore Antonio Coda ci segnala un articolo a firma di Massimiliano Parente apparso oggi sul quotidiano “Il Giornale”. Lo pubblichiamo volentieri perché, al di là dell’acredine che lo intossica, a modo suo Parente fa qualcosa che nessun giornalista tra quelli che pubblicamente si dicono lettori di Busi o suoi estimatori ha fatto finora: dà risalto su un quotidiano nazionale al nostro appello in favore di Busi permettendoci così di portarlo a conoscenza di un maggior numero di persone. E’ più di quanto ci aspettassimo di ricevere da Parente dopo che gli avevamo chiesto di unirsi ai firmatari dell’appello e lui, cortesemente, si era rifiutato.

La triste parabola di un grande autore sempre più provinciale e “borghese” (”Il Giornale”, 19 gennaio 2012)

di Massimiliano Parente

Io non so come abbia fatto Aldo Busi, che era riuscito a diventare Aldo Busi, mica pizza e fichi o Baricco e Scurati, a trasformarsi in quello che è, una pizza e basta. Sarà l’età, sarà colpa della tv dei reality e degli anni Ottanta e del Maurizio Costanzo Show, sarà quel che sarà, adesso poco importa. Anche perché in teoria c’era una bella notizia, inviata dallo stesso Busi a Dagospia: «Dopo dieci anni che non scrivevo più, alle ore 9.34 del 24 di dicembre del 2011 ho finito El especialista de Barcelona, un romanzo».

Lì per lì mi sono commosso, Busi avrà smesso di sottovalutarsi e la smetterà con le prediche civili, ho pensato. Avrà capito che, poiché è un grande scrittore, è triste sopravvivere a se stessi come un Pasolini fuori tempo massimo o un Beppe Grillo qualsiasi e senza neppure il martirio postumo di un Pasolini e il seguito di Grillo.

Invece il dramma, iniziato con la lieta notizia di Dagospia, si consuma quotidianamente su www.altriabusi.it, un blogghino gestito da Marco Cavalli, il biografo ufficiale e fido scudiero di Busi benché privo dello spirito critico di Sancho Panza: dove Busi vede un castello di incantatori, Cavalli vede orchi, stregoni, mostri e draghi pronti a attentare alla vita del suo cavaliere dalla triste figura.

In quel piccolo buco di blog si narrano disgrazie incredibili di cui si accorgono solo Busi e Cavalli. Per esempio a Lucca muore un avvocato di nome Ugo Frezza, Il Tirreno riporta che l’avvocato si riteneva amico di Busi e Busi via Cavalli invia un comunicato di lesa maestà per smentire e precisare: Busi non è amico di nessuno.

Così anche il romanzo, annunciato di giorno in giorno, si trasforma nella telenovela di un’autopromozione goffa e schizofrenica: ci sono ventiquattro personaggi, il titolo sembra castigliano ma riprende il dialetto lombardo-veneto, sono centottanta pagine, Busi lo pubblicherà ma non vorrebbe, anzi vorrebbe ma non lo pubblicherà, anzi non lo pubblicherà per dispetto, il Paese non se lo merita.

Ma poiché passano le settimane e tutto tace, l’Aldo abuso di se stesso acciuffa il povero Antonio Prudenzano del quotidiano online Affari Italiani e gli rilascia un’intervista dove spiega che non ha ancora un editore, e il povero Prudenzano ci casca e titola «Busi scrive un nuovo romanzo e non trova l’editore», subito insultato da Busi perché doveva scrivere «Busi scrive un nuovo romanzo e non sa ancora se pubblicarlo». Sfumatura importante per far capire che è Busi che non lo dà, non gli altri che non glielo chiedono. Come se non bastasse, il povero Prudenzano è insultato dallo scudiero Cavalli, che lo definisce addirittura un malavitoso, lo avrà confuso con Provenzano.

Infine, siccome una ne pensa e cento ne fa, Busi esala un nuovo comunicato: «Mi è diventata chiara e ineludibile la necessità di rendere pubblico il romanzo El especialista de Barcelona da poco terminato, è vano e da vanitosi pubblicarlo post mortem . Non so ancora chi lo pubblicherà e se qualche editore italiano lo pubblicherà, ora giace alla Mondadori che ha il diritto di prelazione sulle mie opere letterarie e, contrariamente a quanto si mormora, nessun altro editore ne ha copia, sia come sia, troverò comunque il modo di renderlo pubblico e se sarà pubblicato da un editore, lo sarà, ovviamente, nella sua semplice e assoluta integrità».

Ma mentre si attende che qualcuno batta un colpo, colpo di scena: il nostro genio civile riceve una querela della signora Miriam Bartolini, che non è un corriere espresso né una cassiera bresciana ma il nome anagrafico di Veronica Lario, e va da sé che lì tra i groupies di casa Busi è peggio della chiusura di Termini Imerese e del naufragio della Costa Concordia. Cioè, non si fa in tempo a simpatizzare con Busi che parte un mortifero appello organizzato dal solito Cavalli che finisce così: «A coloro che credono ancora nella condivisione di un minimo di senso della realtà e delle proporzioni in materia di giustizia, diamo appuntamento la mattina del 7 marzo in Piazza Garibaldi a Monza, davanti al Tribunale, per manifestare solidarietà allo Scrittore Aldo Busi».

Se non si sapesse che è il sito ufficiale di Busi sembrerebbe una satira spietata, con Busi chiamato continuamente «lo Scrittore» («Antonio Prudenzano ottiene l’esclusiva di un’intervista con risposte di pugno dello Scrittore») e dove ogni comunicato dello Scrittore è preceduto da un: «Riceviamo e, grati, pubblichiamo».

Intanto tra smentite, comunicati e appelli, a parte la Bartolini, nessuno si fa vivo né dalla Mondadori né da Barcellona, e lo Scrittore informa che il romanzo lo ha mandato a tre amici e neppure loro gli hanno risposto. Anziché chiedersi perché ha solo questi tre amici qui, parte il comunicato sul Paese che non lo merita e l’amara considerazione per cui «di un romanzo, nemmeno di Busi, nemmeno dopo dieci anni che Busi non scrive più, nessuno sa cosa farsene». Ecco, la vita standard di Busi è diventata questo circolo bocciofilo di moralismo civile autoreferenziale, un seminario sulla senescenza dell’artista al Bar Montichiari per il quale perfino Marcel Proust è sorpassato perché «non parla di soldi», e qui siamo davvero all’ultima spiaggia e neppure l’isola dei famosi può più salvarlo.

Insomma, ognuno ha la vecchiaia che si merita, ma Busi se ne meriterebbe una migliore, almeno per il valore delle sue opere, e allora forse bisogna fare qualcosa, mettere su un comitato per salvare Busi da se stesso. Oppure impacchettarlo vivo e spedirlo a Oliver Sacks, magari ne viene fuori un best-seller Adelphi nel caso in cui Mondadori, non sia mai, dovesse rifiutarlo: l’uomo che scambiò la sua opera per un appello.

“Silvio-Veronica, storia di corna” – e la Lario querela l’ ‘intellettuale’ Busi

Pubblicato il 18 gennaio 2012 | 2 commenti

Si fa presto a parlare di “eco della stampa” quando non si dice a quale voce del padrone la stampa fa eco. Due giornali di Monza hanno dato la notizia del contenzioso Lario/Busi identificandosi in modo evidente con la Lario e la sua suscettibilità di moglie tradita. L’identificazione è senza riserve, perché mentre la Lario è gratificata di un appellativo corretto (”ex first lady”), la qualifica di Busi non solo è errata (”intellettuale originario della provincia di Brescia”, niente di meno), ma non include nemmeno uno solo dei titoli legittimi che si dovrebbero attribuire allo Scrittore: quelli dei suoi libri. Si noti che entrambi gli articoli danno irresponsabilmente per scontato che l’espressione (mai pronunciata da Busi) “storia di corna” costituisca una ragione sufficiente perché una signora, famosa solo in quanto divorziata da un marito famigerato, intenti causa a uno Scrittore tanto “noto” nel suo Paese da essere definito “intellettuale”, e per giunta “bresciano”. Per approfondimenti, leggere il romanzo Casanova di se stessi.

Articolo comparso su: “Il Cittadino“:

Monza – Veronica Lario contro Aldo Busi, al tribunale di Monza. Il noto scrittore ed intellettuale, era martedì a palazzo di giustizia per assistere al processo che lo vede imputato per diffamazione. Al termine dell’udienza preliminare, celebrata dal gup Licinia Petrella, Busi, 63 anni, è stato rinviato a giudizio il prossimo sette marzo davanti al giudice monocratico del tribunale di piazza Garibaldi. A querelare l’intellettuale originario della provincia di Brescia, è stata dunque l’ex ‘first lady’ Veronica Lario (al secolo Miriam Raffaella Bartolini), 55 anni, ex moglie di Silvio Berlusconi.

Oggetto del contendere, una dichiarazione che Busi ha reso nel corso del programma Otto e mezzo, condotto da Lilli Gurber su La7, nella puntata del primo ottobre 2010. Chiamato dalla conduttrice a dare un parere su Veronica Lario, all’epoca al centro dell’attenzione dei mass media per la disputa sorta con Berlusconi relativamente alla loro separazione, Busi si sarebbe espresso in termini che la Lario ha ritenuto offensivi della sua reputazione, parlando apertamente di “storia di corna”.

Competente a giudicare sulla querelle, è stato dichiarato il tribunale monzese, avvalendosi del criterio del domicilio della persona offesa, in questo caso quello di Macherio riferibile a Veronica Lario. Il legale di Busi, l’avvocato Marco Pipino, di Carate Brianza, contesta le accuse mosse al suo assistito, sostenendo che si tratta di esternazioni che rientrano nell’ambito del diritto di critica.

F. Ber.

***

Articolo comparso su: “Monza Today”:

Aldo Busi imputato a Monza per diffamazione contro Veronica Lario

Aldo Busi, il noto scrittore, è comparso al tribunale di Monza perché imputato in un processo per diffamazione intentato da Veronica Lario, l’ex moglie di Silvio Berlusconi.

Busi è stato rinviato a giudizio il 7 marzo 2012. La querela è partita dalla Lario dopo una comparsa di Busi al programma “Otto e mezzo” su La7. Nella puntata del 1 ottobre 2010, Busi avrebbe commentato (su richiesta della conduttrice Lilli Gruber) la vicenda della separazione Berlusconi-Lario parlando di “storia di corna”.

Il processo si celebra a Monza perché Veronica Lario (vero nome: Miriam Raffaella Bartolini) risiede a Macherio, nel territorio di competenza del tribunale di Monza. Aldo Busi, difeso dall’avvocato Marco Pipino, contesta l’accusa e si appella al diritto di critica.

Alla ricerca di cause migliori (II) – Botta e risposta con Giulio Mozzi

Pubblicato il 18 gennaio 2012 | 1 commento

Mentre cresce il numero dei sottoscrittori dell’appello in favore di Aldo Busi (lo potete trovare in calce al presente post), riteniamo di fare cosa utile pubblicando ciò che in merito pensa un commentatore d’eccezione, lo scrittore e editor Giulio Mozzi. Ne diamo conto unitamente alla risposta della redazione e a un commento, quello del lettore Pietro Ferrari, che secondo noi chiude il botta e risposta con Mozzi ed esime la redazione da un’ulteriore replica.

Giulio Mozzi: Se Wikipedia non mente, Vittorio Mangano lavorò e risiedette in casa Berlusconi nel 1973-1975. In quegli anni non era un pluriomicida: lo divenne nel 1995, vent’anni dopo, quando ammazzò due persone. Veronica Lario conobbe Berlusconi nel 1980; i figli nacquero nel 1984, 1986, 1988. E’ quindi impossibile che abbia “preso in braccio” i bambini di Veronica Lario. (Nel 1986 Mangano era detenuto).

La redazione: Caro Mozzi, non è importante che a prendere in braccio i figli di Veronica Lario sia stato Mangano, non è questo il punto. Il senso dell’osservazione di Busi contestata dalla Lario si chiarisce andando oltre eventuali discrepanze cronologiche. Se Lei riascolta l’intervista (l’abbiamo linkata nel capo d’imputazione), si renderà conto che nelle parole di Busi “Mangano” è un segnaposto, un nome paradigmatico che sta per molti altri personaggi di dubbia o addirittura losca reputazione che nel periodo in cui era sposata a Berlusconi Veronica Lario doveva conoscere, se non altro per sentito dire. Se poi non li conosceva, forse avrebbe fatto meglio a interessarsene, visto quanto sembra starle a cuore la propria integrità morale. Che Mangano abbia frequentato la casa di Berlusconi negli anni Settanta anziché negli anni Ottanta, non è sorprendente come il fatto che l’ormai ex moglie di Berlusconi abbia atteso di scoprire un tradimento sessuale del coniuge per insorgere pubblicamente contro di lui sollevando di proposito un gran polverone mediatico. Su questo Busi si è soffermato: sulla preminenza del peccato rispetto al reato nella mentalità moralistica degli italiani, e sulla spettacolarizzazione della storia di corna cui corrisponde l’insabbiamento e l’oblio di infrazioni da codice penale. Sarebbe diverso se la Lario avesse scelto di divorziare da Berlusconi senza suscitare tanto clamore. In tal caso, non avrebbe attirato su di sé l’attenzione di qualche osservatore smagato – come Busi – e si sarebbe risparmiata commenti a lei sgraditi su ciò che avrebbe potuto – e forse dovuto – fare o non fare quando ancora era la moglie di uno degli uomini più ricchi e potenti (e chiacchierati) del Paese.

Giulio Mozzi: “Il senso dell’osservazione di Busi contestata dalla Lario si chiarisce andando oltre eventuali discrepanze cronologiche”. Oh. Se Aldo Busi avesse detto qualcosa del tipo: “Curioso come questa donna – che non essendo stupida dovrebbe essere consapevole, ormai, di aver sposato un farabutto – abbia deciso di scandalizzarsi pubblicamente solo nel momento in cui si concretizza il pericolo che qualche giovinetta si faccia mettere incinta dal marito, guadagnando così titolo a fette di eredità”, avrei potuto sottoscrivere pienamente; anzi, lo sottoscrivo qui e ora. Purtroppo Busi, per dire qualcosa di probabilmente condivisibile, ha usato dei cattivi argomenti, ovvero ha spacciato per vero un fatto non vero (che Mangano fosse un pluriomicida quando viveva in casa Berlusconi: cosa avvenuta solo vent’anni dopo) e ha ipotizzato come verosimile un fatto inverosimile (che Veronica Lario potesse aver dato in braccio i propri figli a Mangano: mentre Mangano non era più in casa da almeno dieci anni, ed è probabile che la signora non l’abbia mai visto né conosciuto). Presumo che proprio a queste due affermazioni si attaccherà l’avvocato della signora Lario; e non vedo come un giudice potrebbe dargli torto.

Pietro Ferrari: Sono dell’idea che l’osservazione del Sig. Mozzi sia precisa e opportuna. Dal momento che, anche per la giustizia, è molto più facile solidarizzare con i fatti che con il pensiero, è ancora più fondamentale, per coloro che hanno inteso il pensiero di Busi, sostenerlo in qualsiasi modo. Sottoscrivere l’appello su questo sito è il minimo che dobbiamo a noi stessi, per allontanarci dalla mitizzazione della sofferenza e solidarizzare con il pensiero. Grazie del pensiero

Vertenza Veronica Lario/Aldo Busi – COMUNICATO STAMPA

Pubblicato il 12 gennaio 2012 | 11 commenti

Carate Brianza, 12.01.2012

Spett.le

Redazione de “IL CITTADINO”

Via Longhi, 3

20900 MONZA

Via Fax: 039/2169555

Via e mail :redazione@ilcittadinomb.it

COMUNICATO STAMPA

Visto l’articolo pubblicato in data odierna, a pagina 7 del Vostro Spett.le Giornale e preso atto che  a tutt’oggi, alle ore 17,00, effettuata su internet una specifica ricerca inserendo nei principali motori le parole chiave “Aldo Busi  Veronica Lario /Lilly Gruber” nulla risulta ad eccezione della notizia da Voi data in maniera errata sia nel contenuto che nel titolo del citato articolo (Lo scrittore Aldo Busi in TV: “Storia di corna” e Veronica Lario lo querela”Giornale) e presente sui siti www.ilcittadinomb.itwww.monzatoday.it ,  su espresso mandato del Dott. Busi comunico il preciso capo di imputazione contestato al mio Assistito: “Nel corso della trasmissione televisiva “ 8 e mezzo” trasmessa dalla emittente “LA 7”, e perciò comunicando con più persone nel corso di un’intervista, offendeva la reputazione di Miriam Bartolini, coniuge di Sivio Berlusconi, in quanto, in risposta alla domanda “di Veronica Lario, cosa pensa?”, rispondeva: “Non ho mai pensato nulla, soltanto mi sembra molto strano che una signora che ha recitato, che è stata nei teatri, che, insomma, non dico colta, ma comunque con un’istruzione piuttosto vasta, mandi una lettera per una storia di possibili corna o tradimenti o minorenni, ecc., e non abbia mai detto nulla sul fatto che a casa Berlusconi c’era un tale Mangano, lo stalliere pluriomicida e mafioso di vaglia che stava lì e che probabilmente ha preso in braccio i suoi bambini… Allora io mi sarei svegliata, magari venti anni prima”. In merito alla separazione tra la querelante e Berlusconi, aggiungeva “Sì ci sono state cose molto più gravi. Cioè a me non sembra una ragione sufficiente per staccarsi da un uomo… No, perché in fondo a una donna fa piacere avere il marito che ogni tanto va fuori dalle palle, va con qualche altra … se piace alle altre donne vuol dire che ha scelto bene”. Si comunica, altresì, che la prima udienza dibattimentale è fissata per il giorno 7.3.2012 alle ore 9,00 – avanti alla Dott.ssa Pansini del Tribunale di Monza, Piazza Garibaldi.

Carate Brianza, 12 gennaio 2012

Avv. Marco Pipino

Amici infiltrati a mezzo stampa

Pubblicato il 8 gennaio 2012 | 3 commenti

Riceviamo da Aldo Busi e, grati, pubblichiamo:

Sul “Tirreno” è apparsa la notizia della morte a Lucca di Ugo Frezza, di 75 anni, avvocato, molto amante della letteratura “che ha stretto amicizia” tra gli altri “con Aldo Busi”: non vorrei sembrare irrispettoso in un momento così e non me ne vogliano i famigliari, ma io non ho la più pallida idea, nemmeno dalla foto pubblicata, di chi fosse Ugo Frezza. La storia si ripete: avevo un amico e non lo sapevo io, ma un giornalista. Quando muoio, voglio proprio vedere i nomi che tireranno fuori per sottolineare che anch’io avevo stretto amicizia: prego in anticipo gli interessati di smentire sentitamente. A.B.

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