Elogio dell’apocalisse infrasettimanale

Pubblicato il 22 maggio 2013 | Nessun commento

Pubblichiamo un testo di Aldo Busi apparso oggi, mercoledì 22-05-2013, su Repubblica

La Terra non ha doppioni e si va esaurendo, e con essa la vita umana, che nel suo divenire ha creato essa stessa l’antidoto alla razza umana: diecimila anni, gli anni per così dire della ragione, di tempo perduto a non capire niente né di sé né del luogo in cui con gli altri sé avveniva questo sé umano. Quanto resta all’umanità prima di estinguersi? Duecento, trecento anni? Mi sembrano francamente un’enormità ottimista. La razza umana, se qualcuno potesse darne un valore una volta estinta, non è un granché, quindi sarà giusto che non ci sia nessuno a tracciare le tappe del suo passaggio. Chi c’è c’è e chi non c’è non ci sarà mai più. Va da sé che nessuno sarà mai stato. Trecento anni di scorta finale equivalgono a tre secondi rispetto ai milioni di anni che sono passati dalla prima forma di vita terrestre: non bastano a cambiare rotta. Non ci sarà un’altra Storia… un’altra manutenzione del sistema dentro/fuori, di quanto è mio e quanto è tuo e quanto di tutti e pertanto inalienabile… si procede con la solita storia conosciuta, che porta direttamente alla morte collettiva dell’umanità. E ben le sta. Doveva organizzarsi meglio, contenere il suo istinto più basso: quello della stupidità, che ovviamente riguarda anche i più ricchi di spirito e di cultura. Per quello che ne hanno fatto… un trampolino quanto un altro verso un qualche potere su chi non ne ha.

Mi guardo attorno e non vedo davvero segni di una qualche misura umana intelligente: guerre, superstizioni, inane e irresponsabile fertilità di uteri a cento, carestie, olocausti, santi, madonne, droga, prostituzione, sfruttamento minorile, tratta di schiavi, la cultura della vittima necessaria, amico o nemico, innocente o capro espiatorio, e furbizia, religione, demagogia, superomismo e il sesso più che mai come merce di scambio e che per essere veri a letto bisogna avere il contentino per recitare una parte, e la prosopopea dei capetti che, come altri dicono di essere il medium della Volontà Divina che si serve della loro lingua per manifestarsi, affermano di stare vivi a pane e cicoria, loro, e che stanno dando solo una mano per la crescita della civiltà, e tutti che mangiano, mangiano, mangiano, scavano, svuotano, appestano, desertificano e poi pregano, talvolta addirittura nell’intimità, come tanti bambini che sanno di avere rubato la marmellata sin dalle radici stesse che ne producevano il frutto, e il loro unico distintivo di civiltà è che defecano tre volte più del necessario e che, comunque, saranno perdonati se agli altri non resta nemmeno il torsolo del rotolo. Tempo perduto, tempo scaduto. Nessuna distinzione più tra la merda di chi la fa e la merda che è chi pensava di spingerla solo fuori come altro da sé, un corpo staccabile dal proprio, di una biodegradabilità tutto sommato aliena, spregevole, e impensatamente preziosa, fino a che non ha fatto tutt’uno e la cosa da spingere fuori era colui che per millenni.. di prova… fuori la spingeva. Il water si fa cosmico e risucchia e sprofonda la fogna nella fogna, e la ferita dello sciacquone umano si richiude. L’asilo è finito.

Mi immagino la Terra spopolata di ogni presenza umana, e nella quale tutti gli orpelli dell’Essere e dell’Avere Per Apparire siano, se non ancora polvere, coperti da foreste pluviali e da allegri termitai: televisori, telefonini, computer, play station, elisir di lunga vita e contro ogni minimo dolore, matracci… ah sì, la scienza, il progresso: a forza di pretendere di far morire la morte… telescopi, auto, aerei, navi, chiese e grattacieli e banche e rotative e falli e vagine di resina e santuari di una qualche vergine e mausolei a imperitura memoria dei Grandi Raddrizzatori Di Banane e biblioteche dedicate al Principe e al Cardinale e frigoriferi e microonde e discariche di plastica, di rifiuti tossici, di veleni industriali e di pannolini e pannoloni alte quanto montagne, e cimiteri e ossari dei fedeli che hanno fatto a tempo a morire di morte naturale, i più sfortunati, e che ora saranno nell’al di là a maledirlo per l’eternità se mai ne avessero trovato uno, due palleee, e finalmente capisco la bellezza della razza umana pur nella sua bruta bruttezza: era necessaria perché almeno una volta ci fosse, perché una volta scomparsa si compisse la bellezza ripristinata, suprema e definitiva della terra, finalmente tutta minuscola e inutile se non al suo proprio equilibrio tra cielo e sole, immemore e gentile nella sua meritata e fin troppo tardiva convalescenza.

Aldo Busi

 

La caccia allo Strega non fa per me

Pubblicato il 15 maggio 2013 | Nessun commento

Pubblichiamo l’intervista rilasciata da Aldo Busi al giornale del Pen Club.

 

Sullo sfondo di Barcellona, la follia continua a mietere vittime. Situazioni e personaggi si interscambiano i ruoli, si fondono e si confondono. El especialista de Barcelona proietta la propria ombra anche su personaggi dei nostri giorni?

Certamente.

Per esempio?

Basta pensare a certi intellettuali…

Che fanno?

Si danno un sacco di arie.

E poi?

Sgomitano, cercano appoggi per una cattedra, una giuria, un invito… In realtà buona parte di essi soffrono di complessi di inferiorità. Come El especialista, appunto.

Differenze col suo personaggio?

Magari non portano i tacchi, ma fanno omaggi in vista di prebende universitarie, premiolini, gettoni di presenza, articoletti ad hoc. O incensano l’operina di un direttore editoriale che si occupa di narrativa italiana per poi ritrovarsi pubblicati. Braccia rubate all’agricoltura, come suole dirsi.

E per i premi?

Figuriamoci! Soprattutto…

Ho letto che lei concorre allo «Strega»…

Io no.

Non è così?

Ho solo dato il permesso all’editore di presentarlo.

Come mai?

Per dargli una mano. In modo che, con la pubblicità, si venda qualche migliaio di copie in più. Voglio che copra abbondantemente l’anticipo che ho preteso, anche se mi pento di avergli fatto uno sconto sostanziale. Troppo stress promozionale.

Tiratura iniziale?

Sessantamila copie.

Quindi, partecipa…

Credo che non se ne farà niente.

Perché?

Il segretario del premio mi ha chiesto – prima tramite Alessandro Dalai e poi di persona – di mandare una lettera agli Alberti; ovverossia agli eredi…

Che lettera?

Per dire quanto sarei felice e grato per la partecipazione.

E lei che cos’ha risposto?

Che non avrei mai scritto una lettera così ignobile. Anzi, infame.

Senza altre spiegazioni?

No, no. Ho detto: siete voi a dover essere onorati che il mio libro partecipi allo «Strega».

Lo «Strega», comunque, in Italia è un premio importante…

Ma è in crisi. E il mio libro lo avrebbe reso, come dire?, spumeggiante. E, poi, ci sono tutte quelle presentazioni…

Quante?

Undici.

Dove?

In varie città italiane e, all’estero, a Los Angeles.

Come mai a Los Angeles?

Anche lì forse si vende il liquore omonimo.

Ha accettato?

Ho chiesto cinquemila euro al netto, più spese, a serata. Ogni «spettacolo di me» dura circa 75 minuti e mi «debilita». Quindi voglio essere pagato o resto a casa mia a perfezionare allo specchio la rappresentazione di Aldo Busi. Sapesse le risate che mi faccio! Tutte quelle che di solito faccio fare, me le godo io.

Compresa la serata romana della premiazione dello «Strega», a Valle Giulia?

No. Per quella, l’unica difficoltà è dover pensare a quale scopa mettermi. A meno che non decida di usarla per svegliare l’addetto alla sonnolenza nazionale.

Ho visto, però, che ha già presentato il libro a Roma…

Lasciamo perdere; e lì lo «Strega» non c’entra niente. La rassegna si chiama Libri come. Il «come» non l’ho capito. C’erano solo 250 persone, sebbene tutte in visibilio, ma un’organizzazione in sordina. Serata uggiosa, a casa del diavolo. E io che ci sono andato pure gratis. Ancora non me lo perdono, sebbene un tocco di immoralità ora possa vantarlo anch’io.

Guardi che un pubblico di 250 spettatori non è poco. Se, poi, pensa che tutti hanno pagato due euro a persona per assistere, che erano le nove di sabato sera e che pioveva pure…

D’accordo. Ma sa quante copie si sono vendute? Appena quaranta. E io stesso ho speso 130 euro di tasca mia, lavanderia compresa: per andare alla pari avrei dovuto venderne 260. Per non parlare della cena.

In che senso?

Invitato con insistenza, dopo le dediche, sono entrato che erano già seduti a tavola e ho salutato. Non conoscevo nessuno. Ho salutato tre volte, sempre restando in piedi.

Beh è normale…

Normale salutare tre volte senza che nessuno risponda?

Forse nel brusio non hanno sentito?

Ho salutato per ben tre volte quei cafoni stravaccati, emuli de El Especialista de Barcelona, che di sicuro parlavano di letterine aggraziate da spedire a un principale in vista».

Suppongo che abbia reagito in qualche modo…

Prima mi sono seduto, attendendo un segno di buona educazione. Niente. Poi mi sono alzato di scatto e gliene ho detto quattro, seppure tra i denti, proprio perché non li conoscevo, almeno quel poco da affilare la lingua, e sono andato a sedermi a un altro tavolo. Comunque la recita era perfetta, romana nel senso di generone: hanno continuato a far finta di niente.

Probabilmente non l’hanno vista. Magari qualcuno portava lenti spessissime…

D’accordo, ma anche con gli occhiali, come dice lei – o con i paraocchi come dico io – si avverte un’ombra che prima non c’era e, magari, appartiene proprio a una persona, a uno scrittore, addirittura a un cittadino portatore di civiltà e coerenza e autoironia, creatura che lì, a quelle mense, è abbastanza rara. Sa che cosa le dico?

Che cosa?

Sono sfacciati e arroganti, sono gli italiani standard delle patrie lettere. Ma loro, tre ore dopo una morte da specialisti del ricamino di regime, non saranno mai stati e nessuno saprà mai se sono esistiti. Fra tre secoli Aldo Busi sarà qui più che mai.

Sebastiano Grasso

 

Quando tutta l’erba fa davvero un Fascio

Pubblicato il 13 maggio 2013 | Nessun commento

Pubblichiamo un testo di Aldo Busi apparso oggi su “Il Fatto quotidiano”.
Come mi sarebbe piaciuto sabato scorso essere a Brescia a protestare contro Berlusconi e il suo manipolo squadrista ed esprimere la mia solidarietà ai magistrati attaccati e vilipesi, due per tutti, due donne valorosamente esemplari e due esempi di valore, due funzionari pubblici che fanno il loro dovere senza piegare la testa ad alcun ricatto, che non acconciano la verità-che-non-si-può-dire, che scoperchiano le nauseabonde pignatte industrial-istituzionali senza aver prima collaborato a farci un buco sotto e che pertanto sono costrette ad assumere valenze di eroismo per alcuni, me compreso, e di demonizzazione per i loro interessati detrattori, anche all’interno della magistratura stessa, a loro estraneo: Annamaria Fiorillo di Milano e Patrizia Todisco di Taranto. Ma sono piaceri legati al senso della doverosa presenza civile che non mi posso più permettere perché è la vecchiaia a non permettermi più di metabolizzare in tempo l’amarezza prima di sovraccaricarla d’altra, e non si può crepare per un ideale politico e una pratica di vita non condivisi da nessuno; se appena appena riesco a plagiarmi in tempo, mi rifiuto. Se l’Italia fosse invasa dalla Slovenia, per esempio, sono sicuro che d’istinto passerei al nemico, ma poi, a mente fredda, mi chiederei, ‘Sì, ma quale dei due?’. Troppe volte mi sono unito a cortei, a marce, a raduni (Milano al Tribunale, Roma in Piazza del Popolo, qui a Montichiari contro la calcolata xenofobia della Lega eccetera) e ogni volta le ho prese da entrambe le parti: guardato con sospetto e isolato dalla parte con la quale stavo ed esposto alle percosse (mai arrivate, in verità, ma il rischio c’era) e alle offese, del momento e soprattutto tardive, dell’altra contro cui manifestavo, entrambe le parti fatte di evasori, puttanieri, leccaculo, laici e atei ma anticlericali mai, furbastri, pedofili, omofobi in generale e, in particolare, omofobi omosessuali della domenica, razzisti, odiatori delle donne, riccastri con le badanti in nero, spacciatori e cravattari di sinistra, tronfi analfabeti, evasori fiscali, delinquenti abituali e di passaggio, drogati, alcolizzati, finti invalidi, parassiti di mestiere precari per elezione con la sola vocazione del figlio di papà, insegnanti ignoranti e fessi come campane crepate, brutte e idiote fighe isteriche convinte di riscattarsi nella bellezza dell’impegno più intelligente e vecchie vampire emancipate che hanno anche gli amici gay, sindacalisti senza arte né parte a parte l’arte di godere di uno stipendio sicuro per mediare con un ulteriore giro di vite sull’insicurezza sempre più strutturale dei loro iscritti, malati del gratta-e-vinci, delle slot, dei programmi dove si regalano soldi e illusioni canore, ipocriti, omertosi, doppiogiochisti, entrambe fatte, infine, di cattolici e di fascisti dentro, di italiani in gran parte interscambiabili. Aldo Busi

 

Settimana di prova

Pubblicato il 12 maggio 2013 | Nessun commento

Pubblichiamo Settimana di prova apparso  ieri sul “Fatto quotidiano” ripristinando nelle “valige” dell’originale busiano  le “valigie” scaricate d’ufficio nel testo stampato senza consultare lo  scrittore.

Un soggiorno a Colonia, sotto le guglie della cattedrale, un albergo che sembra una residenza per anziani e un nuovo arrivato dubbioso.

Omaggio a un quotidiano sempre più importante che non beneficia dei finanziamenti pubblici e che rigetta i condizionamenti politici dovuti a una legge sull’editoria che andrebbe abolita. (A.B.)

di Aldo Busi

Siccome mi piacevano le foto del giardino con fontana e statue a zonzo con libro aperto tra le mani e lo zoom sulla piscina coperta e il chiasso cromatico dei balconi fioriti e dei sai svolazzanti dispiegate sul sito di proposte volo/treno più hotel incooling.com, e pensando che fosse una struttura alberghiera semplicemente silenziosa per viaggiatori più anziani della media e pertanto meno dediti ai rave anche in camera propria, impressionato favorevolmente dai primi piani di qualche frate anche meticcio a fare da inserviente, ho prenotato alla “Fromme Residenz An den schoenen blauen Donau”, tra An Den Dominikaner e via dei Minoriti, proprio sotto la cattedrale di Colonia, che poi qui il Danubio nemmeno dovrebbe esserci perché c’è il Reno, a meno che recentemente non abbiano fatto dei due limacciosi tutt’altro che blu un unico alveo come fanno in Cina e io sia rimasto indietro con l’aggiornamento della geografia; la pubblicità parlava di un appartamentino di 50m2 con cucina molto ben attrezzata e terrazzino, che immaginavo in pieno estro primaverile, e cappella comune in corridoio “per le urgenze di preghiera”… ogni piano ha la sua, una nicchia con inginocchiatoio che può essere ribaltato in un catafalco per bare in quattro e quattr’otto proprio di fronte ai due ascensori, proibito accendere candele… e nell’entrare con le due valige oltre la triplice porta a vetri della Pia Residenza che a cerchio recita su ognuno Praedicare Benedicere Laudare, sono rimasto piacevolmente colpito dalla quantità di gente elegante, di età uniforme, seduta con lo sguardo perso nel vuoto, chi su un divano chi su una sedia a rotelle, e dai numerosi bastoni e carrellini appoggiati agli schienali o accanto ai braccioli; oltre alle signore in scialli di lana e calzettoni dai colori pastello con ricami di ghirlande di pungitopo e bucaneve dalle maniche ai girocollo alle caviglie, c’erano anche un paio di signori panciuti distintissimi che sembravano usciti da dagherrotipi di fine Ottocento o appena subito dopo Yalta o appena subito prima Norimberga nel senso del Processo, con farfallino, gemelli d’oro ai polsini di camicie impeccabilmente bianche dai colletti inamidati, baffetti curatissimi, scarpe che brillavano tanto erano state fatte maniacalmente spazzolare da servizievoli kapò del locale volontariato francescano a dir poco, e uno stava leggendo il giornale con il monocolo e sembrava Charles Laughton nei panni di Winston Churchill; alla reception non potevano essere più spocchiosi nella loro rude amabilità domenicana misto laico come le loro divise con o senza cappuccio, con o senza pettorina, con o senza cordone girovita, con cuffietta o permanente, ma tutti con una gran puzza sotto il naso sì, come se si sentissero ancora tutti insolentiti con la Storia per gli antichi splendori da Sacra Inquisizione perduti e mi hanno chiesto se, in verità, settimana a parte prenotata da domenica a domenica, intendevo fare una prova per un soggiorno più lungo e che, in caso di partenza anticipata, mi sarebbe stata comunque addebitata l’intera somma come da contratto. Internet era omaggio della casa – e presto capirò perché: non c’è verso di farlo andare, si accende una specie di lucina eterna e basta, e amen, tutto gratis, amen a parte, eventualmente; porterò pazienza, anche la Germania è in crisi profonda e, come da noi in Italia, presto lo Stato prenderà a far pagare servizi che non fornisce più: ho già scoperto che la macchina per i biglietti automatici della metro Am Dom non funziona e che l’orologio della stazione ferroviaria di Colonia è avanti di un’ora, cosa ben più grave e drammatica dei cantieri aperti per ogni dove… da anni, mi si dirà… che costringono i pedoni a deviazioni snervanti, e i taxi a prenderla lunga nemmeno se per arrivare dal centro in centro ingranassero lo spirito del tassametro da Fiumicino e quindi partissero tutti da Weimar.

Lì per lì non ho capito bene la questione della prova per un soggiorno più lungo, ho borbottato qualcosa e il mastodontico portiere dal ghigno di iena pentita mi ha specificato che, per i residenti definitivi, gli appartamenti sono meglio arredati e sono interni alla struttura, che danno sul giardino claustrale rallegrato dalla fontana con le statue di Alberto Magno e il suo discepolo Ulrico di Strasburgo tra quattro zampilli dal becco di cicogne o cigni o pellicani o avvoltoi che siano di bronzo nero carbone come potevo ammirare da lì al bancone; quelli interni, continuava il portiere gonfiando i pettorali di uno snobismo così cattivo da far tenerezza, hanno la terrazza fiorita e non si sente un solo rumore, “nemmeno di grani di rosario”, e non come il mio, “per ora all’esterno”, dove però, traffico e Polizei-Kommando a parte, posso godere del “dolce scampanio”, mentre il ciclo di conferenze “Propedeutica all’eutanasia a chilometro zero” nella sala Schillebeeckx con rinfresco finale omaggio della casa inizia proprio domani.

Capace, l’ascensore! Sono entrato per ultimo, attento a non far sballare dalle loro fragili ascelle alcune stampelle di troppo. Ho messo giù le valige nell’appartamento spartano – in cucina c’è un forno a microonde, un paio di piatti e di posate e stop, però il bagno è enorme, pieno di corrimano in acciaio superflui, a meno che non vada a cagarci un disabile automunito più bancarella fiordilatte e cioccolata e altoparlante per gridare coni in mano “Gelatiii!” al 21 del mese -, sono uscito sul balcone che dà su una distesa di anonimi edifici di uffici dal tetto piatto e vegetazioni da muffe e giù in strada almeno dieci auto in fila della polizia; a parte una timida pianticella di rucola selvatica cresciuta fuori da un mucchietto di terriccio non più spazzolato nemmeno dal vento, non un filo di erba nelle fioriere vuote da contemplare da due sedie e tavolone di plastica verdone scuro senza nemmeno un posacenere, e ho avuto come un rinculo da forte corrente d’aria giuliva per via dell’improvviso tornado di campane a stormo arricchito da un improvviso ululo di sirene dispiegate, tanto che sono corso dentro di corsa e ho chiuso la porta a doppi, e vani, vetri, perché la porta non chiude; siccome dalla portineria mi hanno telefonato subito per farmi notare che mi ero portato via la fiche di “registrazione dell’arrivo con i dati dell’arrivato”, perché quanto a pignoleria anche lessicale non li batte nessuno, sono corso di nuovo giù a portargliela, così magari, con la dovuta cautela, gli avrei chiesto se invece di due televisori che non funzionano potrei averne uno che ubbidisca un po’ al telecomando.

A aspettare l’ascensore al sesto piano con le spalle al tabernacolo e inginocchiatoio c’era una piccola signora piuttosto in carne in un giubbottino di lince ormai inconigliata sopra una camicetta a jabot, gonna scozzese e un paio di nastri color malva nei capelli dal vivido castano, non suoi, aveva un gran bel bastone di ebano e avorio e mi ha chiesto se ero nuovo, “Del tutto, sono appena arrivato, seguo un corso di Tedesco a Barbarossaplatz, ormai lo stavo disimparando”, “Francese?”, “No, solo italiano, ma ho questo accento francese perché è stata la mia prima lingua straniera e devo parecchio all’Illuminismo, alla Rivoluzione e al Codice napoleonico e tutto a mia madre che per firmare avrebbe fatto una x d’istinto…”, “Je comprends. Si troverà bene qui da noi. Frau Haureich, ich freue mich”, “Aldo, gleichfalls, Frau Haureich”, ” Grazie per l’acca aspirata, con l’acca aspirata, mi raccomando, i miei conoscenti francesi mi chiamavano sempre Madame Auriche o Madame Ohriche, è un suono che non mi dice niente, e poi tanto ricca non lo sono più”, mi fa lei sorridendo senza aprire la boccuccia dove si increspa un rossetto lilla non recentissimo dentro una coroncina di grosse macchie della pelle e nei che le si allargano a vista d’occhio fino al setto nasale, “E sta qui in attesa di essere operato anche lei di qualcosa?”, continua, e intanto l’ascensore scende, prendo tempo, non voglio deluderla, “Oh, ho deciso di rimandare, mi perdoni, ma non mi va di parlarne. E lei è molto che è qua, Frau Haureich?”, “No, due anni e mezzo” e lì è tale la mia sorpresa che starnutisco, “Mi perdoni, sa, il polline”, che poi se c’è una cosa che assolutamente non ho sono le allergie.

Non è stato facile arrivare a pianoterra, l’ascensore si è fermato quattro volte, ogni volta ampliando un cicaleccio denso di informazioni indirette: una carrozzina con macilento ex diplomatico in Sudamerica dal profilo di stambecco impagliato, altra carrozzina con baronessa anseatica biondo platino e debordante badante personale polacca, una lettiga per fortuna tenuta per l’alto con le stanghe accostate da un atletico cinquantenne in clergyman con un velo di abbronzatura da lampada anche se è appena rientrato da Palma de Mallorca e che per farsi posto mi è sembrato abbia dato una spinta troppo forte allo stambecco facendolo sobbalzare dal sedile, il carrello della cameriera indiana immusonita o conversa acciaccata che sia, spietata, che ci ha schiacciato tutti contro lo specchio sul fondo.

Nella hall la mia nuova amica viene salutata da un brizzolato sessantenne dall’aria e dalla pancetta profumatamente vescovile in abito blu doppiopetto con cappa di seta nera puramente ornamentale e uno stemma d’oro nell’occhiello della giacca e anello d’oro con sigillo in pietra grezza, allungo la fiche alla segretaria in saio grigio madreperla e raggiungo i due, l’uomo mi tende la mano, mi presento, si presenta, risulta essere il direttore della “struttura di pace e beatitudine e Summa de bono“, mi dà il benvenuto, gli dico della mia delusione nel constatare la mancanza di piante sul mio terrazzino a differenza di tutti gli altri che si vedono da lì… a ben guardare in su tutt’intorno dentro la più che legittima allucinazione, ora mi sembra che siano tutte corone da morto messe sui balconi in preventivo e che edera e tulipani e viole del pensiero e giacinti in un istante, all’occasione, correrebbero da soli a intrecciarsi per magia in unica corolla ovale capace di coprire il cofano, come dire, il portabagagli di un carro nero nero… e lui, “Ma, caro signor mio, a tempo debito avrà i suoi fiori anche lei, perbacco! Gerani? Camelie? Neoplatonici gigli? Dica”, come a dire, dica quanto intende spendere, “Oh, ormai ne faccio a meno, per una settimana resisto…”, “Oh, dicono tutti così, ma i fiori portano vita!”, stavo per rispondergli ‘Non qui’ ma decido di abbozzare, ricambio l’inchino e inalo altro profumo all’acqua di colonia 4711 con un non so che di acido fenico, mi bagno le labbra con del succo di mele che un aitante e inespressivo inserviente, forse abissino, dalla tipica divisa bianca domenicana e cappuccio appuntito nero con però un davanti carta da zucchero alla cistercense non so se per non sporcarsi la tonaca immacolata o per celare il pacco africano poco consono ai luoghi di cotanta meditazione anche se a riposo mi allunga su un vassoio di argento massiccio e Frau Haureich e io riprendiamo la passeggiata, “Oh, il capo è un uomo affascinante, affascinante! Ti guarda e intanto cerca di scoprire quanti soldi ti sono rimasti in banca. Un vero ariano d’altri tempi. Ha un debole per me, perché sa che se risparmio è per permettermi al momento buono un’assistita dolce come Dio comanda. Venga, le mostrerò il posto, e si mangia più che discretamente”, “Com’è la piscina?”, “La può vedere lei stesso, eccola lì. Ora è vuota, è sempre vuota, ma è così consolante la sola vista! Io sa, sono una ragazza appena stata operata al femore sinistro, il nuoto non fa per me, ma so che al mattino fanno ginnastica in acqua. Qui tutto è perfetto, dove ero prima, per via del femore destro, non mi trovavo bene. E lei è ancora autonomo o no? L’acqua della piscina è benedetta, sa?”, “Io…”, “Sì, si vede che è ancora autonomo. Comunque qui i dementi non li prendono nemmeno in considerazione, la media poi di chi ancora non gode per intero dello stato vegetativo è piuttosto buona, sarà un vantaggio per le sue esercitazioni di Tedesco, è tutto un salottino e un separé. E lei ama Brahms? C’è un piccolo manipolo di giocatrici di canasta, se intende unirsi. E non dia confidenza al negretto che le ha servito il succo di mele e che non le ha staccato un attimo gli occhi dall’orologio che porta al polso. Non ha che un’idea in testa. A parte collezionare gli orologi degli altri. Solo grandi marche. Oh, sa lui come arrivarci. Mica tutti i vecchi sono disappetenti, e ci sono certe vecchie valchirie… quella baronessa di Rostock in carrozzella, per esempio: l’ora ormai la chiede alla sua polacca. E l’ex diplomatico tutto pelle e ossa? Lui è proprietà privata del prete cattolico, sa, quello in clergyman con la barella avvolgibile. È: era. L’ha spolpato di brutto e ora non si guardano più… Io sarei libera”, e mi guarda, credo sbattendo un po’ le rade ciglia.

Passiamo nella biblioteca, accanto alla cui porta è installato un tavolo dal candido tovagliato in pizzo con sopra piramidi di prodotti di bellezza, una giovane donna li sta illustrando a due matrone ultra ottantenni che devono essere con dei figli della mia età in visita, a meno che qui in Renania i miei coetanei più saggi non si stiano portando avanti senza fare mai più marcia indietro; di fronte al display di antirughe, a un alto tavolino senza sgabelli intorno, una giovane coppia sta delibando qualcosa di liquido da tazze di porcellana inzuppandovi dei pezzi di pane di segala, l’aroma è invitante, “Oggi cosa c’è come conferenza?”, chiede Frau Haureich ai due e l’uomo, sui quaranta, forse un responsabile ufficio stampa di qualche ditta farmaceutica, “L’artrosi e le sue complicazioni, terapie alternative e una nuova pomata che fa miracoli”, “Oh, che interessante! L’artrosi mi manca. E’ già iniziata?”, “Sì, da venti minuti, ma può entrare in sala se vuole, nessun problema”, “Viene anche lei, Herr Alto?”, “Oh, adesso come adesso non posso, devo ancora disfare le valige e avvisare la mia clinica, anche se ancora non so che tipo di ripensamento darmi, molte grazie per avermi fatto da guida, Frau Haureich, arrivederci”, e lei, “Je comprends, je comprends. Niente panico, Herr Alto, si abituerà, e qualunque cosa sia, prima si fa operare, meglio è”, Frau Haureich abbassa la maniglia, sento uscire una voce microfonata che dice “…allorché le dita iniziano a rattrappirsi…”, la porta le si chiude alle spalle, mi guardo attorno, non so se prima devo informarmi o chiedere il permesso, mi avvicino alle due marmitte fumanti, le scoperchio entrambe, in una c’è crema di asparagi bianchi e nell’altra crema di zucca, metto su un’aria da disinvolto, stabile abitudinario, prendo una tazza da brodo, mi verso la crema di zucca bollente, l’assaggio, deliziosa, vi intingo una fettina di pane di segala anch’io e sospiro come se fossi arrivato a una casa finalmente mia e al mio millimetro zero di pertinenza. Ps Vorrei solo sapere perché l’hanno chiamata “Al Bel Danubio Blu” questa residenza pia e terminale, sono andato a controllare, sia su una mappa sia dal parapetto lungo i binari della Hauptbahnhof che guardano giù, il Reno a Colonia è sempre al suo posto; io, non so. Un’identità x è più che sufficiente ai miei bisogni attuali. E anche un posto x. E per quel po’ che devo firmare, ormai potrei fare una x anch’io. Magari mi faccio operare, se prima decido dove, che rientro a fare in Italia, sano e incorrotto in tutto e per tutto e vivo come sono, vivo da spaccare il secondo, vivo per niente? L’orologio, non c’era pericolo, e non perché resto un uomo di polso: soddisfare la voglia di carni vecchie e collose di un indemoniato di qualsivoglia colore e setta e in più smenarci un Blancpain o un regalino simbolico non è nelle mie corde. Potrei focalizzare un male più o meno qui, dove c’è l’ipofisi, concentrarmici fino a che non mi fiorisce un aneurisma. Magari l’operazione mi va pure bene.

Aldo Busi

 

 

 

 

Aldo Busi invita a non farsi ingannare da falsi messaggi reclamistici che usano il suo nome

Pubblicato il 9 maggio 2013 | 1 commento

Riceviamo da Aldo Busi e senz’altro pubblichiamo:

Grato ad altriabusi.it se vorrà rendere noto che in rete l’ennesimo e a me del tutto sconosciuto autore di un romanzetto probabilmente pubblicato a proprie spese millanta una presentazione, ovviamente roboante, con la mia firma frutto della sua sola mitomania e della mancanza di scrupoli sua e del suo tipografo. Per non lasciarsi ingannare da falsi messaggi reclamistici, basta consultare questo sito: se ho mai consigliato un’opera, l’ho innanzitutto consigliata qui. Tutto il resto è zavorra o, non lo escludo, manipolazione di una mia lettera di cortesia all’indirizzo di qualche aspirante scrittore a torto o aspirante marchetta respinta al mittente. Inoltre, si sa o si dovrebbe sapere da sempre, io non ho un sito proprio e non ho mai digitato una sola parola a chicchessia tramite qualsivoglia social network. Siccome sono contrario alle querele per i materiali, spesso infami, trovati in rete e che mi vengono talvolta ascritti, spetta non a me aprire gli occhi ma a coloro che se ne lasciano incantare. Aldo Busi

Uscire dalla cinquina dello Strega sarebbe come far tombola

Pubblicato il 8 maggio 2013 | Nessun commento

Pubblichiamo l’intervista ad Aldo Busi apparsa su Repubblicaoggi, mercoledì 8 maggio, a firma di Maurizio Bono.

Aldo Busi-Walter SitiAldo Busi tra l’invettiva civile e lo Strega. Sul primo fronte, il suo commento duro e molto pubblico, lo scorso novembre su La 7, sulle responsabilità dell’Ilva a Taranto («…Che cos’è questo imprenditore italiano che si chiama Riva… che in 17 anni guadagna tre miliardi e mezzo di euro e non investe un euro negli impianti? Cosa ne fa, dove sono andati? Bisognerebbe trovare questi soldi, confiscarli come i beni dei mafiosi…») gli ha procurato una citazione in giudizio e una incredibile richiesta di 500mila euro di danni da parte dell’anziano ingegner Emilio Riva davanti al Tribunale civile di Varese. Sul fronte Strega, certo meno tragico e per Busi addirittura burlesco, un’intervista  per il giornale delle librerie Coop, dove sul premio risponde: «A parte il fatto che quest’anno mancava solo partecipasse il Calendario di Frate Indovino, che resta glorioso e a cui va tutta la mia gratitudine da quando ero bambino in una casa senza nient’altro da leggere, non c’è un solo titolo che sia di per sé invitante, mi sembrano fogli morti standard per figli nati vecchi e rimasti infantili, quindi non ci sarà che l’imbarazzo della scelta: ovunque il premio cadrà, cadrà a fagiolo e sul sicuro, anzi, proprio sul manico del premio».

E a poco più di un mese dal voto sulla cinquina (12 giugno) e una sessantina di giorni dalla cerimonia al Ninfeo di Villa Giulia, dove il suo El especialista de Barcelona (Dalai) sarà con ogni probabilità in gara, tra gli altri, con Resistere non serve a niente di Walter Siti (Rizzoli), una dichiarazione affilata: «Siccome in estetica non esiste la pubblicità negativa, voglio spendere una parola in favore del romanzo di Walter Siti di cui ho letto con raccapriccio le prime venti pagine: non che gli altri siano capolavori, ma questo è proprio mancato, diciamo pure non scritto, illeggibile anche come sceneggiatura. Io non l’avrei pubblicato nemmeno dietro falso nome. Merita davvero di vincere, così metteremo una croce anche sullo Strega e amen».

Busi a tutto campo, insomma? Lui minimizza: «Veramente ci sarebbe anche una notizia diversa, di cui si è parlato poco. E cioè che nel frattempo ho vinto il processo che al tribunale di Monza mi aveva intentato Veronica Lario». In quel caso la “scena del delitto” era Otto e mezzo, l’arma l’affermazione: non è un po’ tardi, accorgersi ora dei tradimenti e delle minorenni, se non ha fatto caso al fatto che lo “stalliere” Mangano per anni aveva girato per casa Berlusconi? E la sentenza un’assoluzione di Busi perché «il fatto non costituisce reato», firmata a dicembre dal giudice Silvia Pansini e a tutt’oggi non appellata. «Tra l’altro la motivazione è scritta in un italiano bellissimo», assicura Busi, che sull’estetica del linguaggio, da scrittore, non transige. «La qualità delle parole è tutto. E lo scrittore libero deve essere anche delatore dell’umanità, nonché delatore di se stesso, io non faccio sconti neppure al mio alter ego, è la parte più interessante dello scrivere: togliersi la pelle se vuoi toglierla agli altri, potare i rami morti, far fluire sangue fresco, rivelare la vita, non occultarla. La letteratura veramente compassionevole non conosce pietà».

Restiamo alle cose terribili su Siti (che, sia detto per dovere di cronaca, non intende rispondere)… «Mah, ho letto un po’ dei suoi libri, ma non fino in fondo, perché a me non interessa il ricamare intorno a un’ossessione. Tantomeno sessuale. È un po’ come per la poesia di Penna, formalmente di eleganza petrarchesca, ma di una noia intellettuale! A me interessano i personaggi, il diverso da me per quanto io creda di essere il più diverso di tutti, sbagliandomi, se no mi stufo. Vorrei sapere anche della moglie del culturista, di cui Siti non dice niente, o magari i pensieri reconditi di quei ragazzi di Penna». E dell’eventualità di andare insieme a Siti in finale allo Strega cosa pensa? «Ma cosa vuole che ne pensi? Niente. È chiaro che il trionfo per me sarebbe non entrare neanche in cinquina. Sarebbe il massimo, ma non si può avere tutto. Questa Villa Giulia non so nemmeno dov’è, la confondo con Valle Giulia. E comunque i romanzi, nell’era del self publishing e dell’editoria che fa ancora andare le ganasce a cento come se non ci fosse la crisi, sono come le fotografie in quanto lavoro artistico che pretende un’esposizione in galleria, adesso che tutti le scattano a milioni col telefonino. Bisogna mettere un filtro industriale e quindi estetico, di eccellenza assoluta o niente. Il mio filtro è che non mi interessa leggere romanzi di persone che non siano libere, che sento vincolate a un tabù, economico, politico, culturale, sessuale, razzistico, ideologico, religioso, di interessi di cadrega, ecco, familistico e di conseguenza omertoso. Non accetto polvere negli occhi. Le sovrastrutture mi stancano, sono tutte sentimentalistiche, voglio uno squarcio sulle strutture profonde, sociali ed economiche, della persona e del personaggio. Siti una volta l’ho anche rimproverato, l’avevo visto a un dibattito tv in cui c’era anche Buttiglione che sull’omosessualità diceva cose terribili quasi quanto la Biancofiore: ma non ti vergogni di essere stato lì zitto, con le cose che ha detto quell’uomo?». Di sicuro, Busi zitto non sta.

Maurizio Bono

Aspettando che passi lo Strega

Pubblicato il 8 maggio 2013 | Nessun commento

Pubblichiamo l’intervista rilasciata da Aldo Busi alla newsletter delle Librerie Coop.

In un momento come questo, di crisi economica, sociale e politica che cosa può rappresentare l’uscita di un libro atteso come il suo?

E che ne so? Poi chi l’ha detto che era atteso? Io non me ne sono accorto.

Come ha detto in un’intervista, questo libro voleva esser scritto e dopo una lunga gestazione è nato. Adesso cosa immagina succeda a El especialista de Barcelona per il mondo?

Se c’è uno che non fa proiezioni sono io, proprio perché mi faccio paura tanto le azzecco tutte. Mi attengo a un principio di realtà condivisa, non mi piace strologare. Immagino che succederà quanto è successo ai precedenti: o il silenzio o pessime traduzioni. Gli editori internazionali sono come quelli nazionali: a caccia di etichette colorate per la stessa feccia sentimental-doloristica con un lessico ridotto ai minimi termini: il papà, la mamma, l’aborto, un po’ di figa e un po’ di omelia e di droga, un commissario il cui nome finisca in -ano, il gay bravo e buono ma che alla fine deve morire o, per bene che gli vada, divorziare da un uomo per sposarsi con una donna o, peggio, adottare un minuto cingalese di quarant’anni spacciatosi per quattrenne e tale creduto in buona fede, la coppia e i suoi problemi di tiratura, le domande senza risposta… senza risposta intelligente perché sono le domande a essere cretine e formulate da cretini… e perciò il rassicurante imbuto della fede, l’inseminazione addirittura naturale, come se non fossimo già abbastanza a dilaniarci dilaniando la Terra. Una casa editrice non è di solito meno inquinante dell’Ilva di Taranto, anzi, se ne fa un punto d’onore: più semina ignoranza e luoghi comuni, più si sente imprenditore all’altezza dei tempi, tossici. Il problema è che, come occorrerebbe rompere il cartello delle banche, bisognerebbe smetterla con certa imprenditoria da rapina ormai non più ecosostenibile, pena la scomparsa fin troppo vicina dell’umanità. Spero tuttavia ci sopravvivano i topi, loro se lo meritano in pieno, è una specie socialmente di unica magnificenza democratica e politicamente altruista in costante evoluzione anche senza o malgrado la tecnologia di domattina all’alba. Niente può la scienza e niente può l’economia senza l’etica civile come fondamento del patto sociale. Lo dico non certo come romantico buontempone, ma come esperto di Realpolitik. 

Che cosa significa per Lei partecipare al Premio Strega e quali tra i libri vincitori delle precedenti edizioni  l’ha colpito ed ha letto avidamente?

E chi se li ricorda? Parliamo di quelli di questa edizione, per favore, non svicoliamo. A parte il fatto che quest’anno mancava solo partecipasse il Calendario di Frate Indovino, che resta glorioso e a cui va tutta la mia gratitudine da quando ero bambino in una casa senza nient’altro da leggere, non c’è un solo titolo che sia di per sé invitante, mi sembrano fogli morti standard per figli nati vecchi e rimasti infantili, quindi non ci sarà che l’imbarazzo della scelta: ovunque il premio cadrà, cadrà a fagiolo e sul sicuro, anzi, proprio sul manico del premio. Siccome in estetica non esiste la pubblicità negativa, voglio spendere una parola in favore del romanzo di Walter Siti di cui ho letto con raccapriccio le prime venti pagine: non che gli altri siano capolavori, ma questo è proprio mancato, diciamo pure non scritto, illeggibile anche come sceneggiatura. Io non l’avrei pubblicato nemmeno dietro falso nome. Merita davvero di vincere, così metteremo una croce anche sullo Strega e amen.

Sulla non-morte di Giulio Andreotti – Una frase di Busi a mo’ di epitaffio – Un commento che merita (2)

Pubblicato il 8 maggio 2013 | Nessun commento

Su richiesta di Aldo Busi, che lo ha apprezzato, diamo evidenza al commento del lettore Marco Manconi al post: “Sulla non-morte di Giulio Andreotti – Una frase di Busi a mo’ di epitaffio

E’ abbastanza disgustoso, anche se agli italiani evidentemente non basta mai, che l’attuale nostro primo ministro di – ahahah! – sinistra, alla notizia, anni fa, della prescrizione del reato di associazione mafiosa imputato al loro attuale caro estinto, Andreotti, abbia festeggiato brindando insieme al caro zio Gianni. Per loro il caro estinto è un mito, così come lo è per Berlusconi, che a estinzione avvenuta si è subito precipitato a sostenere come fossero uguali, loro, i perseguitati dalla legge, perché questi, dalla legge, si sentono ovviamente perseguitati, sperando magari di fare la stessa fine, ovvero più o meno sette decenni di devastazione impunita del territorio. Perché poi di questi non ce n’è uno che non si estingua lietamente nel proprio letto. E così eccolo là, il divo Giulio, dopo infiniti stenti, dell’Italia, serenamente non avendo neanche uno straccio di anima da tenere coi denti, parecchio in là con gli anni perché l’erba amara si sa, e con grandiosi funerali tributatigli da chi, l’italiano, non può che ammirare e invidiare una simile scorza e abilità, ridendo crassamente compiaciuto e chiamandolo persino “genio”, di quel suo banale cinismo, la forma di intelligenza più alta per poveri di spiriti e di cervello.

Marco Manconi

Articoli precedenti »

Articoli più recenti

Si parla di

Alangia Aldo Busi Amedit Antidoping appello Baldini&Castoldi Dalai Bianca Berlinguer Bookcity Busi-Veronica Lario commenti Corriere della sera Dalai Dance E baci El especialista de Barcelona Giunti Editore IBS.it Il Fatto quotidiano Il Giornale Ilva intervista Interviste L'Espresso Lagioia Le storie Letture Linea Notte lingua italiana Lucio Dalla Manuale del perfetto Organo Marco Cavalli Massimiliano Parente Morte di Andreotti nuovo romanzo OTTO E MEZZO Prefazioni Premio Strega Processo di Monza Processo Lario/Busi Pubblico Rai Tre Repubblica Riva Silvio Berlusconi Università di Firenze

Altriabusi.it

Altriabusi funziona su piattaforma WordPress con il tema SubtleFlux.

Copyright © Altriabusi